venerdì, 22 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

IN CODA ALL’OCSE
Pubblicato il 17-07-2017


neet 3L’occupazione sale. Ma troppo poco. I dai dell’Ocse dipingono un quadro con colori poco esaltanti. Un problema che non solo italiano ma che da noi si sente ancora di più. Il tasso di occupazione nell’area dell’Ocse infatti è aumentato di 0,2 punti percentuali nel primo trimestre del 2017, al 67,4%. I tassi di occupazione sono aumentati nella maggior parte dei paesi Ocse, con l’Estonia (+ 1,7 punti percentuali, 73,8%) e la Slovenia (+ 1,4 punti percentuali, al 68,1%) che registrano gli aumenti più alti. Tra le economie più consistenti dell’Ocse, i tassi di occupazione sono aumentati di 0,4 punti percentuali in Canada (al 73,3%) e in Messico (al 61,4%), di 0,3 punti percentuali in Giappone (al 75,0%), e negli Stati Uniti (al 69,8%) e 0,2 punti percentuali in Corea (al 66,5%) e Regno Unito (al 73,9%). L’unione europea si attesta al 77,2%, l’area euro al 65,9%. L’Italia con il 57,7% supera soltanto la Grecia (52,7%) e la Turchia (50,9%).

Insomma nuovi lievi miglioramenti del tasso di occupazione nei Paesi avanzati. Peraltro secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico è migliorato anche il generale livello di coinvolgimento sul mercato del lavoro, il tasso di attività infatti (che oltre agli occupati include anche i disoccupati in cerca di lavoro) è salito di un decimale di punto al 71,8 per cento. In Italia, sempre nel primo trimestre,  il tasso di occupazione è salito al 57,7 per cento, tre decimali in più dai tre mesi precedenti ma sempre quasi 10 punti sotto la media Ocse e inferiore alla media dell’area euro (65,9%).

Persiste il problema della bassissima occupazione giovanile (15-24 anni), al 17,1 per cento nella Penisola sebbene in aumento di 7 decimali dal trimestre precedente è più bassa perfino di quella della Spagna (19,4%). Peggio fa unicamente la Grecia con
un 13,9%. Nell’intera area Ocse l’occupazione giovanile è salita di tre decimali al 41,1 per cento nel primo trimestre. Fanno meglio di noi Paesi come la Spagna, l’Irlanda o il Cile. Per l’occupazione femminile la situazione è simile. Contro una media Ocse del 59,7%, l’Italia si ferma al 48,5% poco sopra il Messico (45,3%) e la Grecia (44,1%). La Turchia è in questo caso distaccata con il 31,7% di donne occupate.

Dall’indagine 2017 sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde) pubblicata dalla Commissione europea, l’Italia è fotografata come un Paese dove il numero di lavoratori autonomi è fra i più alti d’Europa (più del 22,6%), i giovani fra 15 e 24 anni che non hanno e non cercano lavoro (i cosiddetti NEET) toccano il record Ue con il 19,9% (la media europea è 11,5%), la differenza fra uomini e donne che lavorano è al 20,1%, e il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (11,9%) è aumentato fra 2015 e 2016, unico caso in Ue con Estonia e Romania.

Nel report sono evidenziati non solo le difficoltà che i giovani incontrano nell’affacciarsi al mondo del lavoro, ma anche tutte le conseguenze che questo comporta. Nel 2016, la disoccupazione fra i 15 e i 24 anni è stata al 37,8%, in calo rispetto al 40,3% del 2015, ma comunque la terza in Europa dopo Grecia (47,3%) e Spagna (44,4%). Chi riesce a trovare un lavoro, in più del 15% dei casi ha contratti atipici, ha un maggiore rischio precarietà, e se ha meno di 30 anni, guadagna in media meno del 60% di un lavoratore ultrasessantenne. Ne consegue che i giovani italiani escono dal nido familiare e fanno figli fra i 31 e i 32 anni, più tardi rispetto a una decina di anni fa e molto dopo la media Ue, che si arresta intorno ai 26 anni. Nel Regno Unito, i giovani precari fra i 25 ed i 39 anni sono meno del 5% come risulta dai dati del 2014.

I dati rispecchiano una amara realtà che determina effetti sociali molto gravi. Lo spacco generazionale crea un forte distacco tra padri e figli. La riduzione del tenore di vita per le giovani generazioni rispetto alle generazioni precedenti crea un grave distacco anche nella trasmissione dei valori umani. Rende sempre più difficile il ruolo educativo dei genitori con i figli e degli insegnanti verso gli alunni. E’ il ruolo di credibilità degli “anziani” che viene messo in discussione. Non c’è, come avveniva in passato, il sacrificio della generazione precedente per creare un futuro migliore alla generazione successiva. Sta avvenendo esattamente l’opposto: le nuove generazioni hanno un futuro peggiore. Il problema politico è stato creato diverso tempo fa, oggi chi sta pensando di trovare una soluzione per cambiare la situazione attuale ? Le speranze dei giovani, naturalmente, verranno riposte in formazioni politiche di nuova costituzione che non hanno nessuna colpa sulle scelte passate, ma che potrebbero averne moltissime su quelle future.

Salvatore Rondello

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