venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Pensioni. Quasi sei milioni a meno di mille euro al mese
Pubblicato il 04-07-2017


anziani_povertaQualche giorno fa le parole di Papa Francesco sulle pensioni d’oro (“Sono un’offesa” ha detto il Pontefice ai delegati Cisl).
Oggi dal Rapporto annuale dell’Inps presentato in Parlamento, i numeri contenuti certificano una disparità nei trattamenti previdenziali da molti definita inaccettabile e testimoniano che l’offesa vera è per coloro che percepiscono una pensione da “fame” (magari potessero avere tutti una pensione “d’oro”).
Su 15,5 milioni di pensionati italiani, quasi 6 milioni (5,8 di cui 3,8 milioni di donne) percepiscono una pensione inferiore ai mille euro al mese. L’assegno è ancora più misero per 1,68 milioni di italiani (il 10,8%) che mettono in tasca meno di 500 euro al mese. Secondo il rapporto dell’Istituto di previdenza sociale. Il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, provocatoriamente ha detto: “Chiediamo di cambiarne il nome in Istituto di Protezione sociale”.
Il 21,8% dei pensionati non supera i 1.500 euro. Più fortunati i 2,78 milioni che arrivano fino a 2.000 euro mensili così come gli oltre 1,6 milioni di italiani con un assegno fino a 2.500 euro.
Sono dunque 5,8 milioni i pensionati italiani  che nel 2016 potevano contare su un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, il 37,5% del totale, in calo dal 38% del 2015. Per le donne la percentuale di chi riceve meno di 1000 euro al mese sul totale delle pensionate è del 46,8% (3,8 milioni di persone) mentre per gli uomini è del 27,1%.
Il presidente Inps, Tito Boeri nella sua Relazione al Rapporto annuale dell’Istituto. a proposito della discussione sul possibile stop nel 2019 all’adeguamento dell’età di uscita, ha detto: “Il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita per la pensione di vecchiaia non è una misura a favore dei giovani. I costi si scaricherebbero sui nostri figli e sui figli dei nostri figli”.
Sempre secondo il Rapporto annuale Inps le fasce previdenziali più “ricche” sono rappresentate dal 5,4% (quasi 850mila persone) che percepisce fino a 3.000 euro e dal 6,8% (pari a poco più di un milione di pensionati) che incassa un assegno di oltre 3.000 euro mensili.
Il Presidente dell’Inps nel corso della presentazione del Rapporto ha anche affermato: “Il futuro, inoltre, non è roseo per la generazione nata negli anni ’80. La pensione, per molti trentenni di oggi, è sempre più un miraggio. Preoccupa soprattutto l’intreccio fra precarietà e copertura previdenziale, come abbiamo avuto modo di documentare e di segnalare a tutti gli interessati con strumenti come ‘la mia pensione’ e l’invio delle ‘buste arancioni’, frequenti episodi di non-occupazione all’inizio della carriera lavorativa hanno effetti molto rilevanti sulle pensioni future di chi è nato dopo il 1980 ed è perciò interamente assoggettato al regime contributivo. Questo rischio potrebbe essere in parte coperto fiscalizzando una componente dei contributi previdenziali all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato. È una misura che, al contrario di molte di quelle proposte nella cosiddetta fase due del confronto governo-sindacati sulla previdenza, opererebbe un trasferimento dai lavoratori più anziani e dai pensionati verso i giovani e assicurerebbe sin d’ora uno zoccolo minimo di pensione a chi inizia a lavorare. Al contrario, bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile agli andamenti demografici non è affatto una misura a favore dei giovani. Scarica sui nostri figli e sui figli dei nostri figli i costi di questo mancato adeguamento”.
Per Boeri sarebbe meglio una misura per la fiscalizzazione di una parte dei contributi all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto stabile.
Secondo il Codacons, ha spiegato il presidente Carlo Rienzi: “Dal Rapporto annuale Inps emergono disparità inaccettabili sul fronte delle pensioni. Ancora una volta in tema di pensioni l’Italia si conferma il Paese delle disuguaglianze. Non è civile un Paese in cui 1,68 milioni di pensionati fanno letteralmente la fame, ricevendo un assegno mensile inferiore ai 500 euro, mentre più di un milione di pensionati percepisce più di 3.000 euro al mese. Da anni la politica e i governi che si sono susseguiti hanno inserito il tema delle pensioni tra quelli da affrontare con urgenza, ma i dati dell’Inps dimostrano che nulla è stato fatto per migliore le condizioni di vita dei pensionati, e chi era povero continua a ricevere assegni miseri, inadatti a condurre una vita dignitosa”.
Oggi governo e sindacati tornano a discutere di riforma delle pensioni. Ma prima di entrare nel merito della cosiddetta fase due, Cgil, Cisl e Uil vorrebbero che l’esecutivo garantisse che non ci sarà un aumento dell’età pensionabile a partire dal 2019, spiegando che dopo le indiscrezioni emerse nei giorni scorsi, circa la possibilità di modificare i requisiti pensionistici in base all’aspettativa di vita, le organizzazioni sindacali vogliono riuscire a ottenere un “congelamento” degli attuali requisiti, quanto meno per altri due anni. Difficile poi che si possa entrare nel merito della fase due prima del 13 luglio, data in cui si terrà l’assemblea unitaria tra i sindacati. Più facile quindi che oggi si parli di requisiti pensionistici e di Ape, visto che ancora quella volontaria non è utilizzabile, nonostante fosse stato dato che lo sarebbe stata dal 1° maggio.
Roberto Ghiselli ha spiegato all’Agi che l’obiettivo principale è cercare di “dare risposte ai giovani che hanno carriere fragili e discontinue. Risposte che non possono arrivare tramite la previdenza complementare, perché chi non riesce a costruire il primo pilastro non può neanche costruire il secondo. Del resto non è semplice immaginare che chi ha carriere discontinue possa permettersi di avere una pensione integrativa”. Il Segretario confederale della Cgil ha quindi spiegato che la proposta dei sindacati è quella di utilizzare meccanismi di tipo solidaristico basato sulla previdenza pubblica. In tal senso ha continuato: “Si tratta di premiare la presenza e l’attività nel mondo del lavoro, non di dare a tutti una pensione minima garantita. A chi è disoccupato e segue un periodo di formazione, chi ha il part-time, chi fa lavori di cura, chi ha contributi bassi come collaboratori, lavoratori pagati con i voucher, colf che lavorano poche ore: a tutti costoro va valorizzato un periodo contributivo ulteriore, a spese della fiscalità generale”. Poi il sindacalista ha ricordato che: “Il meccanismo che proponiamo costa meno della pensione minima per tutti e degli interventi assistenziali di soccorso alla povertà”. Un altro tema caldo che i sindacati vorranno affrontare è quello del meccanismo che lega i requisiti pensionistici all’aspettativa di vita. “Chiederemo che sia modificata la legge”, ha detto a questo proposito Ghiselli.
Anche la Uil ha deciso di avviare una campagna sui cosiddetti “diritti inespressi” dei pensionati, così da aiutare alcuni di loro, specialmente quelli con assegni più bassi, a ottenere delle integrazioni all’assegno cui magari non sanno nemmeno di avere diritto. Del resto non essendo automatiche devono essere richieste specificatamente all’Inps, ma si è già avuto modo di verificare che spesso chi è in quiescenza non sa di averne diritto. Con questo tipo di verifiche, che vengono effettuate dai patronati, spesso si riescono a ottenere cifre importanti, considerando che non mancano situazioni in cui si ottengono gli arretrati e così i pensionati si ritrovano con delle somme importanti. Per quanto riguarda la Uil, il patronato di riferimento è Ital e ottenere una verifica sulla propria situazione pensionistica non è particolarmente difficile. L’importante è riuscire a verificare il cosiddetto modello Red.
L’Ape social, importante novità della riforma delle pensioni diventata finalmente realtà, è al centro di un grande interesse per via delle migliaia di domande arrivate nei primi giorni in cui è stato possibile presentarle attraverso la piattaforma telematica dell’Inps. La Cisl e il suo patronato Inas hanno quindi pensato di tenere un seminario d’approfondimento per informare e orientare i lavoratori presso il Dipartimento di Scienze politiche e giuridiche dell’Università di Messina. Con l’occasione la direttrice del Patronato Inas Cisl di Messina, Silvia Brunetto, ha avuto modo di chiarire: “l’Ape sociale non è una pensione, ma una indennità pagata dallo Stato che serve a raggiungere la pensione di vecchiaia”.  Il giornale “Messina Oggi”, riporta anche le dichiarazioni di Sebastiano Cappuccio, Segretario regionale della Cisl Sicilia, che ha spiegato : “Negli ultimi anni è stato fatto uno scempio del sistema pensionistico e lo sforzo del sindacato è stato quello di mettere delle pezze. Ape sociale e l’intervento sui lavoratori precoci sono forme sperimentali che avranno necessità di essere approfonditi dal punto di vista tecnico e politico”.
In questo senso Mimmo Milazzo, Segretario generale della Cisl Sicilia, pure lui presente al seminario, ha evidenziato: “L’Ape sociale, l’Ape aziendale e l’Ape volontaria sono un passaggio per il cambiamento del sistema pensionistico. Siamo, infatti, entrati nel sistema contributivo puro che cambia molto per la pensione, soprattutto per i giovani”. Il sindacalista ha ricordato alcuni temi importanti che dovranno essere affrontati nella cosiddetta fase due del confronto tra governo e parti sociali, come la previdenza complementare, la governance dell’Inps e la separazione tra assistenza e previdenza.

Salvatore Rondello

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