martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un partito radicato si fonda
sulla discussione
Pubblicato il 03-07-2017


Sul risultato delle elezioni amministrative si è detto molto. Non senza, ovviamente, discrepanze di giudizio.

Il maggior osservato è stato il Partito Democratico, che da questa tornata elettorale non esce di certo vittorioso. E pur se di elezioni comunali si trattava, allo stato dell’arte, non potevano non avere un certo riverbero di carattere politico.

E se “eco” c’è stata, questa ha investito principalmente il segretario del PD, Matteo Renzi. Il quale si ritrova con meno città amministrate dai suoi, e con non poche critiche interne. Le quali cominciano ad affiorare in maniera netta anche da personaggi fin qui vicini al segretario, come Dario Franceschini e Walter Veltroni.

Ma che Renzi non sia un “vinavil”, ce ne siamo accorti da tempo. Anzi, dall’inizio. Ed è, forse, questo essere un uomo di rottura, una delle caratteristiche che lo hanno premiato (sulla fiducia), all’inizio del suo incarico di Presidente del Consiglio, con quel 40% alle elezioni europee.

Ed è ovvio che gli anni alla guida dell’esecutivo del Paese abbiano logorato l’immagine di un leader, il quale sembra non aver riscosso il favore dell’elettorato con la sua azione di governo. Fatto reso evidente dalle continue sconfitte nei vari passaggi elettorali intercorsi in questi anni. Senza dimenticare la disfatta al referendum costituzionale. Passaggio che, per come si è svolto, e per il risultato, inevitabilmente ha lasciato non pochi strascichi.

Per il centrosinistra tutto, e per il PD in particolare, perdere consenso nelle elezioni amministrative assume un valore importante, se non altro per quella tradizione “comunale” che la sinistra, storicamente, ha sempre coltivato con una certa parsimonia e perseveranza.

Prima il municipalismo di inizio ‘900, poi le varie esperienze di giunte rosse degli anni ‘70, mostrano una tendenza ad una vera valorizzazione del “localismo politico” come luogo di prova del buon governo di cui la sinistra era capace. E che non si poteva riprodurre a livello nazionale.

Come scrive lo storico Degl’Innocenti, riguardo al primo municipalismo socialista, esso servì alla “diffusione dell’idea del comune come terreno privilegiato per l’iniziativa, in quanto unità sociologica e comunità di relazioni interpersonali”.

Anche nel periodo burrascoso di Tangentopoli fu la c.d. “stagione dei sindaci” a garantire una certa tenuta allo schieramento di centro-sinistra; che a livello nazionale non riscosse enormi successi con la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria.

Le epoche sono enormemente cambiate. E con esse anche i contesti a livello politico, economico che sociale.

I partiti hanno meno risorse per “presidiare” il territorio. Meno sezioni, ed un numero di militanti estremamente più esiguo rispetto al passato.

Renzi ha le sue responsabilità nella sconfitta. Il doppio ruolo che ha rivestito in questi anni, non può che renderlo comunque “protagonista” di questo risultato, il quale ridimensiona molto il partito. Per giunta, ancora unica forza ad avere una certa organizzazione territoriale, anche se può, ormai, definirsi “leggera”; nonché una delle poche con formale democrazia interna.

Ma è proprio nelle regole congressuali del PD, che, tra l’altro, può annidarsi un motivo di debolezza del partito.

Al netto della fretta, avuta dall’attuale segretario, di andare subito a congresso per cercare di ripartire immediatamente, e senza soluzione di continuità, con l’obbiettivo di riprendersi Palazzo Chigi, le modalità con cui si è svolto il congresso non hanno certo cementato il partito, nonostante la maggioranza schiacciante dei renziani.

Infatti, un congresso dove si parla poco (o niente) di programmi. Dove non si mettano a fuoco i motivi delle reiterate e pesanti sconfitte intercorse fino lì. In cui a prevalere sono soltanto i nomi ai quali si affiancano correnti e capibastone, e dove l’essere più o meno di sinistra appare una questione legata al dato “geografico” della collocazione, più che al contenuto che essa dovrebbe rappresentare. Ecco, da un momento di democrazia così approntato non poteva che uscire un partito ancora più lasco, e visto da lontano dalle persone.

Se così non fosse, non avremmo assistito a percentuali così alte di astensionismo. Il quale, quando riguarda un elettorato da sempre piuttosto militante e partecipativo come quello della sinistra, dovrebbe far riflettere molto la dirigenza.

I litigi e le divisioni hanno avuto un peso, certo. Ma forse non aveva torto Orlando, quando auspicava un congresso in autunno, ed una conferenza programmatica che lo anticipasse. In cui si parlasse di programmi.

Quando Renzi afferma che le elezioni amministrative non sono certo quelle politiche, ha perfettamente ragione.

Ma se pur le logiche che le caratterizzano sono differenti, è anche vero a quel “reticolato politico” che si trova nel territorio devono arrivare messaggi chiari dal vertice. Perché è da lì che nasce la militanza, la partecipazione e la raccolta dei voti. E’ lì che si aprono sezioni. Ed è nelle amministrazioni locali che si preparano (o almeno si dovrebbe) i nuovi dirigenti.

Ma il congresso del PD non ha assolto a quello che è il suo compito principale: aprire una vera discussione per dare una fisionomia al partito. Il quale continua a sgretolarsi, perché fatto più che da persone, da personalismi.

Per un partito di centrosinistra, perdere le amministrazioni comunali è, oltre che un problema politico, anche di “identità”. Sarebbe opportuno rifletterci.

Raffaele Tedesco

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