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Opinioni e commenti
 

Vitalizi: Pastorelli, si toccano principi inviolabili
Pubblicato il 26-07-2017


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Con il voto di oggi la Camera ha approvato, in prima lettura, la pdl Richetti che abolisce i Vitalizi per gli ex parlamentari e fissa una nuova disciplina dei trattamenti pensionistici dei membri del Parlamento e dei consiglieri regionali. I sì sono stati 348, i no 17, astenuti 28. A votare a favore sono stati Pd, M5S, Lega, Fdi e Scelta civica. Contrario Ap. Psi e Mdp si sono astenuti. Forza Italia non ha partecipato al voto. Un voto scontato. Ai voti del Pd si sono aggiunti quelli del Movimento 5 Stelle e della Lega. Al Senato, con i numeri spesso in bilico, la questione potrebbe essere diversa.

Ma dire vitalizi sì o vitalizi no, senza entrare nel merito della questione, è facile. Non si discute sul principio ma sulla sua applicazione. Il Psi si è astenuto. Il motivo nelle parole di Oreste Pastorelli che è intervento nel corso delle dichiarazioni di voto. “Noi socialisti – ha detto – non siamo per nulla a favore dei privilegi alla classe politica. Condividiamo pienamente la parte della legge che riguarda il trattamento pensionistico per gli attuali e i futuri parlamentari. Pensiamo che sia un passo importante, che anzi andava compiuto prima che si sollevasse l’ondata dell’antipolitica e non adesso per tentare di raccogliere voti inseguendo il malcontento”.

“Secondo noi però – ha proseguito Pastorelli – al testo manca la previsione di un contributo di solidarietà per chi gode di trattamenti alti non sostenuti da adeguati versamenti. Così come sarebbe necessario un tavolo Governo-Regioni per riequilibrare i vitalizi regionali, troppo differenti tra loro. L’autonomia delle regioni sulla questione, infatti, non impedisce a Governo e Parlamento di esprimere un orientamento. Lo stesso ministero dell’Economia ha espresso i propri dubbi sul testo, precisando come non siano disponibili dei dati necessari alla elaborazione di una relazione tecnica sul provvedimento. Senza contare che la legge andrebbe ad influire su requisiti giù maturati modificando così diritti acquisiti e dunque inviolabili. Quindi, pur essendo convinti della necessità delle modifiche da attuare nel settore previdenziale dei parlamentari, il Psi si astiene”.

LA SCHEDA

A cancellare i vitalizi fu il governo Monti, subentrato al governo Berlusconi il 16 novembre 2011, appoggiato dai partiti di centrodestra e di centrosinistra. In particolare fu il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che il 29 novembre si riunì a tale scopo con i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, a spingere la decisione dei rispettivi uffici di presidenza con cui vennero poi aboliti i vitalizi. Stava infatti per essere varata la riforma sulle pensioni Fornero e, come ricostruito dall’allora deputato Pdl Giuliano Cazzola, il ministro “chiese che i deputati e i senatori mandassero un chiaro segnale nella medesima direzione della riforma che prese il suo nome. L’azione del ministro si era inserita, tuttavia, nel contesto di processi gia’ in corso, anticipandone le scadenze”. Le due Camere avevano infatti già espresso autonomamente l’intenzione di procedere in quella direzione.

Prima dell’intervento della Fornero, tuttavia, non si era giunti a un risultato definitivo. Oltretutto la riforma – anche nella versione uscita dal Senato il 24 novembre – avrebbe iniziato ad avere effetto solo dalla legislatura successiva, per non intaccare i “diritti acquisiti” dei parlamentari in carica.

Si decise invece di anticipare l’entrata in vigore al primo gennaio 2012, anche se non con effetto retroattivo (non si toccavano cioè i vitalizi già maturati dagli ex senatori e deputati) per evitare rischi di incostituzionalità. Il provvedimento fu votato dagli uffici di presidenza di Camera e Senato il 14 dicembre. La nuova disciplina prevedeva il passaggio da vitalizio a pensione, per i parlamentari, calcolata col metodo contributivo – quello che in base alla riforma Fornero vale per tutti gli italiani – e che scatta solo se viene completata un’intera legislatura a 65 anni (a 60 se le legislature sono due o più).

Il ddl Richetti

Il disegno di legge Richetti appena approvato dalla Camera che poi dovrà andare al Senato imporrebbe il ricalcolo col metodo contributivo per i vitalizi maturati in passato, che ad oggi non risentono della riforma del 2012. Si tratta di misure che – secondo le stime del presidente dell’Inps, Tito Boeri – riguardano 2600 ex parlamentari per una cifra che nel 2016 ha raggiunto i 193 milioni di euro, senza considerare gli incarichi al parlamento europeo e ai consigli regionali. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle litigano sulla paternità del provvedimento, col deputato pentastellato Danilo Toninelli che afferma: “Si scrive Richetti ma si legge Lombardi”, dal nome della deputata grillina che aveva avanzato una proposta simile per il superamento dei vitalizi. La proposta di legge in discussione vede come primo firmatario Matteo Richetti, deputato Pd. È tuttavia vero che nel testo in discussione siano confluite anche altre proposte di legge, tra cui quella del M5S a prima firma Lombardi. Ma sono state unificate anche le proposte di legge di Lega Nord, Scelta Civica, Sel, e di singoli deputati.

I dubbi di costituzionalità

I dubbi di costituzionalità affondano le proprie radici nel seguente problema: si vara una nuova disciplina per delle situazioni già concluse nel passato, dei “diritti acquisiti”. Non sarebbe costituzionalmente legittimo, in particolare, ricalcolare delle prestazioni che per anni sono state erogate col metodo retributivo – e a tutt’oggi ancora lo sono – con il metodo contributivo. A maggior ragione se i destinatari sono una particolare categoria e non la generalità dei pensionati. C’è chi sostiene infatti che seguendo il precedente che seguirà a questo provvedimento tutte le pensioni potranno essere ricalcolate sulla base del sistema contributivo, che è molto ma molto meno vantaggioso del retributivo.

Anche dopo la riforma Fornero, infatti, per la grande maggioranza dei pensionati italiani è rimasto in vigore il calcolo retributivo. Quello contributivo riguarda solo i lavoratori andati in pensione successivamente. Compromettere questo principio dei “diritti acquisiti” per una sola categoria potrebbe risultare incostituzionale.

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