lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

“Words and pictures” di Schepisi: la rivalutazione di parole ed immagini
Pubblicato il 28-07-2017


“Words and pictures”, parole e immagini, è il film per la regia di Fred Schepisi che vede protagonisti Juliette Binoche e Clive Owen (doppiati egregiamente rispettivamente da Emanuela Rossi e Massimo Rossi). Rispettivamente nei panni di due docenti: lei di Arte avanzata e lui di Inglese, alias la professoressa Dina Delsanto e il professor Jack Marcus. Presentato in anteprima alla 38ª edizione del Toronto International Film Festival nel 2013, il film è incentrato su un divario di visioni contrapposte.

Parole vs immagini, quale è più potente? Per riscoprire il valore di ciò che comunichiamo ed esprimiamo. Ha ancora senso tale dibattito o è “una guerra insensata e artificiale” come viene definita? E, soprattutto, un’”unità di intenti” è possibile e raggiungibile? Già di per sé una questione complessa, la situazione si ingarbuglia quando ci si mette anche l’amore a complicare le cose. Interessante, infatti, è soprattutto quello che viene indicato dal titolo del film, che mette una “and”, la congiunzione “e”, ad unire -e non separare- i due universi delle parole e delle immagini, della letteratura e dell’arte. C’è una via di mezzo percorribile, d’equilibrio allora –forse- tra i due opposti. Ma è davvero così? Quale è e da che cosa è data? E, soprattutto, come raggiungere questa “mediazione”? “Tra dire e il fare c’è di mezzo il mare” afferma il detto popolare.

Allora tra le parole e le immagini c’è la cosiddetta “rivalutazione”, che rima con rivoluzione, da intendersi anche come il rivalutare l’importanza dell’azione, cioè del fare qualcosa per l’altro; invece di farsi la guerra appunto, venirsi incontro e cercare di capirsi veramente. Interessante, però, la venatura fresca ed attuale (ancora ad anni di distanza dall’uscita) del film: dietro la centrale ed apparente discussione filosofica, etica, letteraria, artistica, morale, etimologica e un po’ deontologica e semantica, vi sia una critica sociale modernissima; ma anche individuale ed esistenziale sul senso stesso della vita. Si parte certo un po’ dai luoghi comuni, che si intende sfatare crediamo: “Un’immagine vale più di mille parole” – come sostiene la professoressa Delsanto -, perché “le parole sono trappole, menzogne, sono il vero problema e non bisogna fidarsi di esse, mentre l’arte è il talento della creatività”; oppure, dall’altra parte, il professor Marcus che ricorda come anche nella Bibbia si citi che “in principio era la parola”, il Verbo, di cui c’è bisogno per comunicare e inventate per questo e sono “verità” – lui ritiene-; anche se – all’epoca degli uomini delle caverne – vennero prima i segni, le immagini, delle parole – sottolinea Dina-. Allora, paradossalmente, il rischio è di estremizzare e degenerare, rischiando di dimenticare l’essere umano, di assolutizzare concetti “astratti” senza estrapolare il vero valore racchiuso in essi. “Un uomo vale più delle sue parole e una donna più della sua immagine”? – occorre chiedersi -. E in questo ci si riscopre simili. In una società contemporanea in cui i principi morali si sono un po’ persi, anche la letteratura e l’arte sono un po’ sofferenti: metaforicamente Marcus soffre di alcolismo e la Delsanto di artrite reumatoide. Non solo. Lui lotta affinché i suoi alunni non siano attenti solo ai voti o dipendenti dalle nuove tecnologie e succubi dei media, che atrofizzano il loro pensiero oltre che il loro fisico; “perché è un po’ come dare del semolino se si può offrire una bistecca”, ritiene lui con una similitudine simbolica. Il consumismo, i centri commerciali, Internet e i nuovi mezzi di comunicazione offuscano le loro menti. Vuole, invece, che siano esseri liberi e indipendenti.

E, a tale proposito, parlando di consumismo, curioso come il termine che dovrebbe fare da comune denominatore e trait d’union tra parole ed immagini, ossia “rivalutazione”, abbia una connotazione economica; il dizionario spiega il vocabolo con tale definizione: “In campo economico il termine rivalutazione indica l’aumento del valore nominale di un capitale nel corso del tempo, in virtù di automatismi (ad esempio la rivalutazione del trattamento di fine rapporto, il cui il tasso di rivalutazione è fissato dal codice civile) o dell’andamento di determinati indici. Le rivalutazioni automatiche in genere consentono di conservare sostanzialmente il valore reale del capitale”. Ma il passaggio dall’ambito finanziario a quello umano, il passo è breve. Ed ecco che la professoressa Delsanto invita i suoi studenti a porre il proprio interesse al “percepire nel cervello e nel cuore l’emozione” suscitata da ciò che hanno di fronte agli occhi: l’attenzione al “sentire”, alle sensazioni, ai sensi. Ed è allora che, quando lui ricade nell’alcool, vogliono togliergli la rivista che curava con i suoi ragazzi: per Jack è come un po’ sottrargli l’uso della parola e quindi la libertà d’espressione, d’opinione, proprio a lui che tanto ama l’uso del linguaggio e la comunicazione verbale e scritta. La rivista viene definita “una vetrina per il suo ego”, ma si andrà oltre il semplice stabilire cosa valga di più tra parole e immagini.

Da un semplice dibattito, ne nascerà un vero e proprio processo. Infatti tutto cambierà quando – sempre a proposito di attualità e contemporaneità del film – sia le parole che le immagini non vengono usate, ma abusate, in un caso di bullismo scolastico. Non c’è da riabilitare solo la rivista e il suo valore, dunque, ma l’importanza del peso attribuito a parole e immagini. Se conta fare bene una cosa per Dina e se Jack si ritiene “non un brav’uomo, ma un buon professore, che lotta per questo con ogni mezzo”, il loro impegno sarà davvero comune. Vediamo allora che, da un lato, lei rafforza il suo fisico con esercizi di palestra, lui facendo squash e calcetto. Pertanto dare nuova dignità a ciò che rappresentano simbolicamente.

Perché c’è qualcosa da (ri)scoprire. Il professor Marcus può rimanere a corto di parole e la Delsanto imparare non più a dipingere quello che vede, ma a vedere quello che dipinge, eppure possono arrivare a comprendersi meglio se riescono a cogliere che c’è una sola verità assoluta da apprendere: il credere nell’altro e avere fiducia in lui, (af)fidandovisi. Lui non può diventare “credibile” e “affidabile” se si fa grande con la poesia rubata la figlio: quando si mente, si perde la fiducia dell’altro in noi, che non ci crede più e allora anche noi tendiamo a non creder più a ciò che ci dicono e le parole perdono senso. Così come, se non si sente con il cuore e con la mente -ascoltando davvero l’altro- non si può arrivare a rappresentare con le immagini qualcosa che renda giustizia -non esprimibile a parole- a ciò che proviamo e sentiamo.

Ciò che dipingiamo e/o diciamo non è poi così diverso da ciò che siamo veramente in fondo, nell’essenza più profonda di noi stessi e della nostra universalità. Ma, a proposito di rivalutazione, è solo con il tempo e con l’esperienza che arriviamo a capire veramente chi siamo, persino a cambiare. Ed a riuscire ad esprimere meglio le nostre emozioni e sensazioni più vere. Ad essere persone migliori e più civili, più autentiche e pure –come il fascino dell’arte e la bellezza della parola applicate a un vero significato. A proposito di semantica e di glottologia allora. Potremmo dire che non conta tanto il significante, ma il significato, non il contenente, ma il contenuto, non la forma, ma la sostanza, non l’apparire ma l’essere, non ciò che racchiude, ma ciò che c’è all’interno (di noi, del nostro animo umano, del nostro cuore e nella nostra testa): perché quello non può essere finto, o ingannare o essere mascherato e camuffato. Come uno specchio che dice chi siamo e non possiamo fare finta di non vedere o sapere, anche se possiamo raccontarci verità diverse (di comodo, anche per non soffrire). Inutile negare un fatto ovvio come un sentimento, amore o altro che sia.

Quello che davvero fanno e sono in grado di compiere parole e immagini è l’andare oltre i limiti causati dalla malattia o da un (pre)giudizio morale dettati da un handicap fisico e da una chiusura mentale. Perché –poi- criticare significa anche fare autocritica: la migliore e più oggettiva delle analisi, per un’obiettività che porta alla vera interpretazione e comprensione. A cosa dare la priorità allora tra etica ed estetica?

Ba. Co.

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