Dieci idee contro il terrorismo islamico

Non si contano ormai le vittime e le aggressioni, con esplosioni, attacchi armati a colpi di mitra, furgoni lanciati per massacrare inermi cittadini, anche bambini, non si contano i kamikaze suicidi a cui é stato promesso il paradiso con le vergini, le cui famiglie sono state ricompensate come padri e madri di una patria omicida. Cosa dobbiamo ancora capire quel che é già chiarissimo? Elenco quel che tutti dovrebbero riconoscere, ma purtroppo non é così:
1) Alla base del conflitto c’è il presupposto religioso della Jihad, cioè della guerra santa agli infedeli. Si mescola con la reazione ad errori, anche tragici, degli Usa, come la guerra all’Iraq del 2004, che nasceva da una motivazione, che poi si rivelò falsa, dell’esistenza delle armi di distruzione di massa, o dal mancato intervento in Siria a favore della resistenza, non ancora di stampo jihadista, ad Assad. Un intervento e un mancato intervento non devono supporre che l’Isis sia solo una reazione. Basti pensare agli orrendi massacri compiuti da Boco Haram in Nigeria o alle recenti stragi di cristiani in Kenya. L’organizzazione di Al Bagdadi si unifica peraltro con Al Qaeda che nel 2001 aveva organizzato la strage di New York quando la guerra in Iraq e quella in Afghanistan non esistevano. E si espande soprattutto in Siria, invasa da nessuno.
2) La guerra portata all’Occidente infedele e peccatore é tutt’uno con le aggressioni subite negli stati arabi e mediorientali. Non si tratta di una guerra tra musulmani e il resto del mondo. Ma di una guerra tra gli integralisti musulmani di ispirazione jihadista e il resto del mondo, compresi stati (vedasi Egitto, Tunisia e Iran, oltre a Siria e Iraq) che l’Isis stanno combattendo. La frattura del mondo musulmano é determinata dall’atteggiamento che gli integralisti hanno assunto rispetto alla guerra all’Occidente.
3) Troppo in ritardo é avvenuta la campagna, non ancora completata, per la riconquista dei territori iracheni e siriani finiti nelle mani dello stato islamico, condizione fondamentale, anche se non sufficiente, per battere il terrorismo che si è autoalimentato anche con la vendita abusiva del petrolio peraltro facilitato dalla disponibilità di qualche paese di confine, vedi la Turchia. Questo é dovuto alla difficoltà di individuare un’intesa tra le nazioni che avrebbero dovuto intervenire, in particolare tra Usa e Russia, che mantengono tuttora sulla Siria posizioni opposte. Oggi i curdi, i valorosi combattenti, assieme ai militari sciiti e all’esercito regolare iracheno, sostenuti attivamente dagli aerei americani, hanno conquistato quasi interamente, anche se tardivamente, il territorio occupato. E dell’indipendenza curda sarebbe ora che l’Occidente si occupasse proficuamente.
4) La caduta di Mosul e l’offensiva su Raqqa rendono ormai ridotto al lumicino il territorio dello stato islamico e così i mezzi per sostenere e finanziare gli eserciti e le azioni dei kamikaze in giro per il mondo. Con il ritorno dei forreign fichters nei loro paesi, con la propaganda più o meno occulta di imam estremisti, con la conversione di singoli o di ristretti gruppi al terrorismo la guerra diventa oggi ancora più spontanea, meno organizzata, più imprevedibile.
5) La crudeltà della guerra islamista non ha precedenti. Se in una guerra convenzionale i bombardamenti provocano, purtroppo, anche vittime civili, qui colpire i civili é l’obiettivo. Le stragi sono bagni di sangue di innocenti, organizzate e capillarmente realizzate. Nemmeno lo stragismo politico, che in Italia abbiamo conosciuto, aveva il coraggio di aprire gli occhi al massacro singolo di uomini, donne e perfino di bambini. D’altronde l’Isis che ha tagliato teste di giornalisti, bruciato prigionieri, schiavizzato ragazze di un’altra religione, abbattuto monumenti di storia, ha utilizzato con piacere bambini per sparare alla testa dei prigionieri. Si tratta di una crudeltà che solo una fede assoluta a un principio religioso può consentire. Il terrorismo politico era meno crudele perché giustificato da un’ideologia immanente. Quello dell’Isis lo é di più perché sorretto e condiviso da un’ideologia trascendente.
6) Inutile ripetere le stesse cose. L’Europa che ancora perde il suo tempo a ballocarsi coi vincoli economici, deve attrezzarsi alla guerra contro il terrorismo. Non può essere rinviata la formazione di un ‘unica intelligence e di una task force armata unica nella lotta al terrorismo. Così come una cooperazione attiva é finora mancata sul tema dell’immigrazione, con l’Italia lasciata spesso sola a fronteggiare un massiccio aumento del fenomeno dopo la chiusura delle frontiere a est, in un mix di rifugiati e di clandestini con proporzioni drasticamente a vantaggio degli ultimi.
7) Ogni singola nazione, compresa l’Italia, deve agire sul piano della prevenzione e della repressione, ma anche con gli accorgimenti capaci di impedire materialmente lo svolgimento dell’attentato ormai divenuto classico, prima di Barcellona, a Nizza, a Berlino, a Londra. Una legge del Parlamento che imponga come attrezzare le nostre strade e le nostre piazze si impone. L’Italia é stata finora esentata dal fenomeno del terrorismo non perché non ha partecipato ad azioni militari (la Spagna si é ritirata da anni dall’Afghanistan) ma perché i nostri servizi sono stati all’altezza e li hanno sventati.
8) Il fenomeno del terrorismo islamico non avrà breve durata. Dopo la conquista del territorio occupato si impone una svolta da parte dell’Occidente, e in particolare degli Stati uniti, verso quei paesi sospettati di sorreggere in vari modi il terrorismo. Un terrorismo senza denaro sarebbe più facile da annientare. Senza famiglie di “martiri” con elevate ricompense, senza indottrinatori che promettono paradisi con piacevoli dettagli, la morte sarebbe meno gradita. Occorre il blocco delle armi coi paesi sospetti, il blocco di qualsiasi relazione diplomatica con paesi in cui esistono fasce di contiguità al terrorismo tollerate.
9) Non bastano azioni militari. Occorrono azioni culturali, partendo da un concetto di integrazione di stampo liberale. Coloro che arrivano nel nostro Paese, come negli altri paesi europei, devono rispettare i nostri valori. L’integrazione non è un compromesso, una via di mezzo tra libertà e oscurantismo. Né può essere la sopportazione di sacche di medioevo nella società del duemila. Su questo Oriana Fallaci aveva ragione. E’ mancata all’Occidente liberale la volontà e l’orgoglio di difendere la nostra civiltà da tutte le aggressioni terroristiche e culturali. Occorre rifiutare un balzo all’indietro di mille anni che una società senza nascite rischia di compiere in un futuro non lontanissimo.
10) E per ultimo lo ius soli. Sono politicamente convinto che chi é nato in Italia, con tutte le caratteristiche contemplate nella legge, debba considerarsi italiano. Vorrei però che si introducesse qualche clausola per far sì che ogni cittadino italiano debba vivere da italiano. Questo deve valere per tutti, sia ben chiaro. Quello che ho sperimentato da amministratore é che anche con l’attuale legge si concedono cittadinanze a persone, soprattutto di sesso femminile, che non conoscono la lingua dopo nove anni, che non leggono e che vivono dunque separate, se non segregate. Queste sacche di medioevo vanno scovate e impedite.

Scrive Marco Andreini: “Quella Rimini 1982 che cambiò l’Italia”

Il direttore, il mio amico Mauro, ci ha ricordato la conferenza di Rimini dell’1982 e la sua importanza nell’evoluzione del paese. Cerco di raccontare la mia Rimini, come io vissi quell’evento storico. Lavoravo ad una fabbrica chimica a Sarzana, l’Intermarine, ed ero, oltre che delegato degli operai, segretario provinciale dei chimici della Uil, e forse il più giovane dirigente nazionale del sindacato dei chimici. Facevo parte dell’esecutivo nazionale, nel quale c’era anche Bellissima. A Spezia avevo dato vita con alcuni compagni provenienti, come il sottoscritto, dalla sinistra extraparlamentare, ad un sindacato molto battagliero e anticonformista. Nell’ambito della categoria, al tempo dominata dalla preponderanza anche numerica della grande chimica (c’era ancora Montedison) e dal peso politico che si portava dietro la Pirelli e di conseguenza tutto il settore della gomma , noi lavoratori della vetroresina avevamo un ruolo marginale persino nella elaborazione della piattaforme rivendicative. Ma le cose stavano cambiando e a partire dalle proposte dirompenti che la Uil di Benvenuto avanzava in quegli anni, decisi insieme ad altri che era il momento di sfidare la forza della Pirelli nel settore rappresentata allora in categoria da un sindacalista di Cremona, che si chiamava Sergio Cooferrati. Ad Ariccia venne convocata l’assemblea nazionale per preparare la piattaforma rivendicativa e riuscii a far presentare a tutto il sindacato ligure in maniera unitaria una proposta di modifica dell’inquadramento che introduceva con tanto di profilo contrattuale nelle declaratorie della figura del lavoratore della vetroresina.
Il mio emendamento non passò per la ferma opposizione di Sergio e di tutti i delegati della gomma, ma ottenne molti più consensi di quelli della sola delegazione della Liguria. E quella assemblea ricordo bene avvenne proprio nell’82 a seguito della rivoluzionaria proposta di Claudio Martelli che Mauro ricordava.
E chi non militava in quegli anni nel sindacato non può minimamente neanche immaginare la forza e l’impatto che ebbe la provocazione di Claudio che di fatto poneva il Psi alcentro del quadro politico con una elaborazione economica, politico e filosofica che lanciava la sfida al Pci per la guida della sinistra e del paese. Un Pci che ancora due anni fa prima con Berlinguer era alle porte della Fiat di Torino, pronto ad occuparla, all’insegna dello slogan “Torino come Danzica”.
Come andò é noto, con una sconfitta epica di un partito e di un sindacato incapaci allora, come il Pd oggi, di leggere la società che cambiava e mentre noi della Uil comprendemmo il messaggio e cominciammo a parlare in fabbrica di partecipazione di nuovi inquadramenti, di quadri, di salari legati a indici di produttività, la Cgil si ingegnava in tutte le occasioni di spiegare a noi e a quelli della Cisl che bisognava difendere la scala mobile e il punto unico e la politica dell’egualitarismo. Vincemmo, le nostre idee diventarono l’orizzonte sul quale il paese si trasformò, le nostre idee orientarono le scelte del sindacato, stava cambiando tutto, la produttività delle aziende italiane era la più alta al mondo, Craxi divenne presidente del Consiglio, facemmo lo storico e giusto, ma divisivo, a causa dei comunisti della Cgil, accordo di San valentino, ma improvvisamente si interruppe tutto nel 1987. Lasciammo la guida del paese alla Dc di De Mita, tornò nel partito ad essere centrale la prima frase e cioè quella del “primum vivere” e la nostra spinta propulsiva al cambiamento finì e non é stato certo un caso se dopo il crollo del muro siamo spariti noi, invece che gli eredi di Berlinguer. Molte sono le ragioni, ma la prima che le racchiude tutte é che il paese non ci ha più percepito come il nuovo, il partito del cambiamento, il riformismo é passato in secondo piano. Noi siamo diventati in maniera paradossale, sotto una campagna mediatica giudiziaria, il simbolo di un sistema obsoleto che andava abbattutto e la Lega di bossi che, Mauro lo sa bene, Craxi sottovalutò, fu il grimaldello che aiutò Di pietro e il pool a cancellare la prima repubblica. Tangentopoli non sarebbe mai nata senza i nostri errori di valutazione e di tutto il mondo laico e socialista. E se oggi nel paese e nel sindacato sembra di essere tornati a prima dell’82, forse le responsansabilita’ vanno ricercate più dentro il campo dei riformisti che fuori. Solo la Uil e solo la Uilm e solo a Genova ebbe il coraggio di far nascere dentro il sindacato di allora dominato dai cdf, costruitisi nella fabbrica fordista, il movimento dei quadri, e persino nella Uilm fummo derisi, visto che la maggioranza degli iscritti era al terzo livello. La partecipazione che doveva dar vita al modello sindacale tedesco venne affossata, nelle fabbriche si ritornò allo scontro di classe che ovviamente ci vedeva perdenti nella società della globalizzazione, e non si parlò più né di salari legati a indici di produttività né di valorizzazione del lavoro industriale. Dopo il grande successo del referendum dell’85 sulla scala mobile, il riformismo ebbe il braccino corto, ebbe paura di vincere e lasciò dopo il 1987 il campo alla restaurazione. Certo fummo vittime di una campagna mediatica giudiziaria inquisitoria e moralista, ma la fossa ce la scavammo da soli. Renzi ha perso non perché ha sbagliato riforme, anche se le ha fatte male, ma perché ha dato l’idea al paese, come sta facendo Macron in Francia, che, raggiunto il potere, il riformismo non serviva più, e il referendum di dicembre è stato percepito come sfida al paese, così come sbagliando fece Craxi con quello di Segni. Il Psi, erede della cultura di Rimini, ha l’obbligo morale di riproporre al paese quel metodo moderno di lettura della società che fu alla base della conferenza. Proviamoci, non abbiamo nulla da perdere.

Dubbi sull’età pensionabile. Lavoro: il dipendente può essere pedinato. Unioncamere cerca traduttori e interpreti

Semmai occorre neutralizzare l’aggancio dell’anzianità contributiva all’aspettativa di vita

BRAMBILLA: NO A STOP AVANZAMENTO ETA’ PENSIONABILE

No all’eventuale stop dell’avanzamento dell’età pensionabile perché “ha ragione Tito Boeri: non so giudicare la cifra che secondo il presidente dell’Inps ci costerebbe lo stop (141 mld, ndr), ma tendo a pensare che sia esatta perché Boeri è persona molto seria e preparata”. Lo ha recentemente detto a Labitalia Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi & Ricerche Itinerari Previdenziali, e docente all’Università Statale di Milano.

Brambilla ha parlato anche dell’iniziativa congiunta dei presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, che, ha osservato, “si pone un obiettivo sbagliato: l’obiettivo non può essere quello di fermare l’età pensionabile”. “Peraltro – ha ricordato l’esperto – l’aggancio dell’età di pensione all’aspettativa di vita fu proposto dal Nucleo di valutazione della spesa pensionistica da me presieduto nel 2006 e la proposta fu accolta dal IV Governo Berlusconi con Giulio Tremonti ministro dell’Economia e Maurizio Sacconi ministro del Lavoro. Era l’unica soluzione possibile per tenere in equilibrio il sistema previdenziale”.

“Semmai – ha spiegato Brambilla – occorre neutralizzare l’aggancio dell’anzianità contributiva all’aspettativa di vita. Questo sì che è un errore”.

“In Italia ormai si va in pensione con 43 anni di contributi e di questo passo – ha puntualizzato il tecnico – arriveremo a 45 anni. Un’enormità. Occorrerebbe ripristinare la quota di 41 anni e mezzo perché questa sarebbe la giusta risposta di flessibilità da dare a tutti i lavoratori precoci e le donne. Ben sapendo che chi inizia a lavorare presto sovente fa anche mestieri di un certo tipo, faticosi spesso”.

Anche se in questo periodo “la stragrande maggioranza delle persone che lascia il lavoro percepisce assegni pensionistici con la componente retributiva”, per Brambilla ipotesi quali quella del ricalcolo delle pensioni con il solo sistema contributivo, non sono indicate. “Intanto, siamo in uno Stato dove c’è la certezza del diritto e se tu hai assicurato quel trattamento non puoi andare a richiedere i soldi indietro a persona magari di più di 70 anni”, ha affermato.

Poi, ha precisato Brambilla, “il problema vero non sono né le pensioni retributive né quelle contributive”. “Il tema vero è la voce ‘assistenza’: 100 miliardi l’anno che gravano sul bilancio pubblico. Un esborso che oltretutto continua a crescere: +5,9% all’anno contro l’1,5-1,8% in più all’anno della spesa pensionistica vera e propria”.

 

Lavoro

IL DIPENDENTE PUO’ ESSERE PEDINATO: ECCO QUANDO

Il datore di lavoro che sospetta di eventuali abusi riguardanti la legge 104 può assoldare un investigatore o effettuare controlli a mezzo di agenzie, per verificare se i permessi siano utilizzati per scopi diversi da quelli previsti dalla legge. Nel caso in cui dalle indagini emerga la fondatezza dell’abuso, ossia che il lavoratore sta utilizzando il permesso per attività diverse da quelle consentite, (come l’assistenza al parente disabile), le prove raccolte possono essere utilizzate a fondamento del licenziamento per giusta causa. A tale proposito, ricorda lo “Studio Cataldi”, la giurisprudenza ha evidenziato come l’utilizzo improprio dei permessi 104 (ad esempio per soddisfare interessi personali anziché assistere il parente disabile) rappresenti un abuso idoneo a ledere il rapporto fiduciario con il datore di lavoro, nonché un comportamento che viola i doveri imposti dalla convivenza sociale e che costringe l’intera collettività a sopportarne l’indebito costo, dunque rilevante in ambito penale. La giurisprudenza si è più volte pronunciata sulla legittimità di una simile pratica (ossia assoldare un detective), stante quanto previsto dallo Statuto dei Lavoratori sul divieto di “spiare i dipendenti”. Sul punto, la Corte di Cassazione ha ribadito che non viola lo Statuto dei lavoratori il datore di lavoro che si serve di un investigatore per accertare l’abuso dei permessi ex lege 104/92, considerando dunque legittimo il controllo finalizzato ad accertare l’uso improprio dei permessi, suscettibile di rilevanza anche penale. Nella recente sentenza n. 9749/2016, la sezione lavoro ha dato continuità all’insegnamento che ha considerato legittimo il controllo finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio dei permessi ex. L. n. 104 del 1992, art. 33, suscettibile di rilevanza anche penale, essendo stato effettuato al di fuori dell’orario di lavoro, e in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa. Difatti, rammenta la Corte, le agenzie investigative per operare lecitamente non devono sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria, riservata, dall’art. 3 dello Statuto, direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori, restando giustificato l’intervento in questione non solo per l’avvenuta perpetrazione di illeciti e l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione. Con la pronuncia richiamata, la Cassazione ha dato seguito a quanto affermato in precedenza dalla sentenza n. 4984/2014, in cui gli Ermellini, sempre interrogati sulla liceità o meno dei controlli effettuati a mezzo di investigatori privati, hanno rammentato che le disposizioni che delimitano la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi (e cioè per scopi di tutela del patrimonio aziendale e di vigilanza dell’attività lavorativa), non precludono il potere dell’imprenditore di ricorrere alla collaborazione di soggetti diversi dalla guardie particolari giurate (quale, nella specie, un’agenzia investigativa) per la tutela del patrimonio aziendale. Nel caso considerato, il controllo finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio dei permessi ex art. 33 L. 104/92 (suscettibile di rilevanza anche penale) non ha riguardato l’adempimento della prestazione lavorativa, essendo stato effettuato al di fuori dell’orario di lavoro e in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa.

 

Unioncamere

LAVORO: INTERPRETI E TRADUTTORI CERCASI

La conoscenza delle lingue è indispensabile per rafforzare la propria presenza all’estero, ma interpreti e traduttori sono i laureati più ‘rari’ da procurarsi sul mercato secondo le aspettative delle aziende. Meno difficile ma altrettanto complicato reperire ingegneri elettronici (58,7%) e ingegneri industriali (50,2%), matematici e fisici (40,9%). E’ quanto emerge dall’analisi del sistema informativo Excelsior, realizzata da Unioncamere, in accordo con l’Anpal, sulle previsioni di assunzione delle imprese private dell’industria e dei servizi tra luglio e settembre di quest’anno.

Per la ripartenza dopo la pausa estiva le aziende prevedono che faranno più fatica a reperire un ‘dottore’ su tre. La laurea è richiesta per il 12,3% dei 969 mila posti di lavoro programmati dalle imprese tra luglio e settembre 2017, ma la ‘caccia’ al titolo giusto sarà dura per il 34,4% delle posizioni aperte per mancanza di candidature (17,8%) o per inadeguatezza degli stesse (14,8%).

Meno ardua, invece, si prospetta la ricerca tra i diplomati (19,3%), ai quali sono riservate il 36% delle entrate previste nel periodo considerato, ma si registrano punte di complessità decisamente elevate per l’indirizzo produzione industriale e artigianale (45,1%) e per l’indirizzo informatico e telecomunicazioni (44,9%).

L’esperienza è spesso un fattore discriminante per la ricerca del candidato giusto, in particolare per i laureati ai quali viene richiesta nel 79,6% dei casi (contro una media del 67%). Per questo tirocini curriculari e percorsi di alternanza scuola-lavoro che possano fornire ai giovani le giuste attitudini costituiscono uno strumento strategico per andare incontro alle esigenze delle aziende.

Ma a fare la differenza nella scelta della persona da reclutare sono anche le competenze maturate. A quattro dottori su cinque viene richiesto l’utilizzo di tecnologie e strumenti Internet e a un laureato su due l’abilità ad applicare soluzioni creative e innovative. A rischio il successo di più di una ricerca di laureati su due in indirizzo linguistico (69,9% la difficoltà di reperimento), ingegneria elettronica e dell’informazione (58,7%) e ingegneria industriale (50,2%). Ma anche la ‘caccia’ ai matematici mostra difficoltà nettamente più elevate della media (40,9% contro 34,4%).

Mentre per i diplomati sono faticose due ricerche su cinque rivolte all’indirizzo in produzione industriale e artigianale e in informatica e telecomunicazioni. Tra gli altri profili tecnici di non facile reperimento si trovano i diplomati in costruzioni, ambiente e territorio (34,0%), quelli in meccanica (29,6%) e quelli in elettronica ed elettrotecnica (30,6%).

Qualificati specializzati in impianti termoidraulici, ad indirizzo elettrico e meccanico sono, invece, quelli che le imprese cercano ma non trovano facilmente tra chi ha seguito un percorso professionale. Tra titoli di studio che danno più chance di lavoro gli economisti sono in cima alla classifica dei laureati più richiesti tra luglio e settembre di quest’anno (28mila le entrate a loro indirizzate su 119mila previste). Seguono insegnanti e formatori (16.330), ingegneri elettrotecnici e dell’informazione (9.840) e, a breve distanza, laureati in indirizzo sanitario e paramedico (9.140) e ingegneri industriali (8.550).

Tra i diplomati, richiesti per circa 351mila posizioni programmate, più chance di trovare un lavoro l’avrà chi è ‘uscito’ dall’indirizzo amministrativo, finanza e marketing (60mila le posizioni programmate), dall’indirizzo meccanico e di meccatronica (32.570) e dall’indirizzo in turismo enogastronomia e ospitalità (27.030).

Ristorazione (59.580), meccanica (34.940) e benessere (30.830) sono le qualifiche professionali più richieste dalle imprese. In termini relativi a puntare maggiormente sui laureati sono le imprese lombarde (17,6% delle entrate programmate contro una media nazionale del 12,3%), seguite da quelle piemontesi (14,6%) e, a ruota, da quelle laziali (14,5%). Fanno invece maggiormente leva sulle figure con qualifiche professionali le aziende della Liguria (41,5% contro la media del 22,4%), quelle del Trentino Alto Adige (40,4%) e della Valle d’Aosta (38,1%). Vicina alla media, seppure con qualche differenza, la richiesta invece di diplomati nelle varie regioni.

 

Carlo Pareto

Le armi dei terroristi: la quotidianità e il convenzionale

Negli anni novanta, confrontandomi con un amico che sarebbe poi diventato ingegnere aeronautico, gli dissi che temevo che qualche gruppo terroristico potesse mascherare da aereo civile un cacciabombardiere per sganciare bombe su qualche città americana. L’ipotesi, che sembrava fantascientifica all’epoca, in realtà in parte fu applicata negli attentati tragici dell’11 settembre 2001, solo che i terroristi la fecero molto più facile di quanto pensavo: dirottarono gli aerei e li utilizzarono direttamente come bombe creando distruzione e scompiglio. In sostanza, usarono il quotidiano e il convenzionale per un attacco che aveva tutti i crismi e il potenziale distruttivo di una azione militare. Negli ultimi tempi, pare evidente come il terrorismo attacchi la normalità e la quotidianità con mezzi normali: un camion (ne gireranno milioni ogni giorno per le nostre strade) diventa uno strumento di morte se lanciato in una strada affollata, in una festa, a un mercato; un furgone pieno di esplosivo o carico di terroristi può seminare morte e paura in un centro città. Come prevenire questi assalti? La sfida non è facile, proprio perché inaspettata e difficilmente gestibile. Dopo l’11 settembre la risposta internazionale fu una stretta incredibile negli aeroporti. Uomini armati, metal detector, scanner che verificano valige, scarpe, abbigliamento, biglietti prenotati con carte di identità, lunghe file e controlli al check in. In questo modo si sono difesi gli aerei, e i potenziali obiettivi centrabili con gli stessi, ma non si è prevenuto il rischio di esposizione degli aeroporti, così come delle stazioni e dei luoghi affollati, obiettivi privilegiati in quanto tali, con alta concentrazione di gente, target che rende più facile e comoda la resa di un attentato. Diventa difficile però preservare tutte le città e tutti i luoghi affollati, salvo prevedere una assoluta militarizzazione degli spazi pubblici, con l’esercito nelle strade con licenza di colpire, il coprifuoco, un controllo capillare su chiunque metta piedi in uno spazio. La cosa sempre impossibile e non accettabile per una società che ha fatto della libertà di muoversi, spostarsi, di vivere non rintanati, alcune delle proprie prerogative. Eppure ci sono delle costanti che mi pare di ravvedere in tutti gli attentati degli ultimi anni sul suolo europeo. Quasi tutti gli attentatori sono schedati o attenzionati, spesso hanno passato del tempo nelle carceri, e poi ne sono usciti. A questo punto, la questione da barattare è questa: siamo disposti a rinunciare a una fetta delle nostre libertà per una maggiore sicurezza? Se si, non sarà possibile trascurare la necessità di una legislazione speciale transnazionale, rendere più duro il carcere e più dure le pene per i terroristi o i fiancheggiatori, affrontare con maggiore pragmatismo il tema delle migrazioni, anche interne. Non può che essere questa la logica di difesa in un mondo sempre più globale e interdipendente.

Leonardo Raito

Vivere la guerra

Forse il fatto che finora non si sia consumata alcuna strage in Italia ci rende meno permeabili al clima di morte e di distruzione che l’integralismo islamista ha seminato negli altri paesi. Ma anche noi siamo coinvolti e non possiamo sentirci in pace. Criticai allora il modo col quale il governo Renzi reagì alla strage di Parigi. Disse di non sentirsi in guerra. Da allora non si contano le carneficine consumate in Europa (e non solo). Lo stato islamico é stato finalmente oggetto di una iniziativa bellica di conquista da parte della coalizione antiterrorismo che, oltre ai preponderanti aiuti aerei americani, ha soprattutto contato sull’eroismo dei curdi e sulla massiccia partecipazione degli sciiti iraniani.

Oggi lo stato islamico, dopo la conquista di Mosul e l’offensiva su Rakka, fa meno paura. Difficile pensare che il governo Al Bagdadi, o chi per lui, possa coordinare, organizzare e finanziare tutti gli attacchi omicidi che si verificano. Più facile ritenere che se ne faccia vanto dopo avere invitato con apposito comunicato i suoi adepti a scatenare ovunque barbari gesti di morte, precisando anche le forme (furgoni lanciati contro la folla, coltelli da usare per finire la strage). Oggi dobbiamo fare i conti, secondo gli esperti, con singoli o gruppi ristretti di terroristi, disposti a uccidere e a farsi ammazzare in nome di una guerra di religione, perché questa, inutile nasconderlo é guerra di religione o, ancor meglio, per la supremazia di una religione.

Non é guerra dei musulmani contro il resto del mondo perché i musulmani sono ancor oggi i più colpiti da questa fanatica offensiva. Colpiti perché la maggior parte di loro non partecipa a questa guerra, rifiuta la jihad, dialoga e convive pacificamente con gli altri. E viene dunque ritenuta complice, punita perché tradisce. La guerra scatenata dall’Isis e dalle altre organizzazioni terroristiche è dunque duplice, contro l’occidente satanico e peccatore e contro i governi e i popoli musulmani loro complici. Come sempre in guerra bisogna fare la scelta del meno peggio. Al Sisi (il caso Regeni scotta ancora) e Assad sono tutt’altro che santi, ma stanno combattendo il nostro stesso nemico, quello che a Barcellona ieri ha fatto strage di turisti, tra cui due giovani italiani, compreso un sorridente bambino di sette anni, e un piccolo di appena tre che si affacciava alla vita.

Inutile sottolineare la crudeltà preordinata di un mostruoso atto di morte. Quel sorriso afasico di chi maciullava innocenti. Era in preda al fanatismo che assicura per lui il paradiso coi noti piacevoli dettagli, mentre alla sua famiglia vengono garantite impensabili ricompense. Questo è il nostro mondo. Inutile girarci dall’altra parte. Cosa fare? Vivere come se nulla fosse successo? Non condivido. Non credo che sarà facile camminare nelle arterie delle grandi città europee senza che il pensiero scorra a quel che é avvenuto nella Rambla dì Barcellona, e prima a Londra, a Berlino, a Nizza. Senza avvertire un fremito al primo colpo innocente di gas. L’Europa deve agire. Sappiamo cosa pensa al riguardo Emmanuel Macron, e cioè di attrezzare un’unica intelligence europea e un sistema comune di difesa adeguato. Abbiamo aspettato troppo tempo. Troppo tempo a baloccarci col 3 per cento e con i compact in regalo. Occorre attrezzarci a una vita fatta di incursioni omicide. Per sventarle bisogna conoscere i biechi intendimenti dei mercanti di morte (davvero gli americani avevano avvertito l’intelligence iberica del possibile attentato a Barcellona?), sgominare tutti i centri terroristici, mettere al muro coloro che il terrorismo sostengono e finanziano. Lo dica Trump che lo ha detto a metà. Non si può essere amici dell’Occidente se si è collusi col terrorismo. Chi é amico del mio nemico é mio nemico, anche se ci fa guadagnare con affari milionari. Ce lo chiede il viso di quei due bambini che non vedranno mai più il volto della mamma.

STRAGE IN CATALOGNA

catalognaOre drammatiche per una delle città più cosmopolite d’Europa, finita nel mirino Isis. Ieri la Rambla di Barcellona è stata colpita a morte da un attentato terroristico, dopo che un furgone a folle velocità ha falciato decine di persone nel cuore della città, portando alla morte di 13 persone e centinaia di feriti.
Adesso all’ambasciata italiana in Spagna risulta finora che tre connazionali sono rimasti feriti nell’attentato a Barcellona, è quanto riferisce l’ambasciatore a Madrid Stefano Sannino. Tra le vittime un 35enne di Legnano che si trovava lì in vacanza con la famiglia, anche se non ci sono conferme ufficiali. Le ultime notizie sull’attacco di Barcellona danno sempre in fuga il terrorista che ha provocato la strage della Rambla, lanciandosi sulla folla al volante di un furgone bianco, mentre altri due uomini sono stati arrestati, uno marocchino, l’altro originario di Melilla. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato islamico. L’uomo è fuggito a piedi dopo che il furgone si era schiantato contro un’edicola. Posti di blocco della polizia sono stati allestiti in tutte le uscite dalla città della Catalogna.
Ma i terroristi del Daesh non si sono fermati anche se a bloccarli ci ha pensato la polizia catalana, otto ore dopo l’attentato di Barcellona, lo scenario stava per ripetersi nella notte a Cambrils, località turistica della costa a sud-ovest della capitale catalana.
Sei civili e un agente sono rimasti feriti e cinque terroristi sono stati uccisi a Cambrils, nel nuovo attacco poche ore dopo la strage sulla Rambla del capoluogo catalano. Intorno alle 2 del mattino un altro veicolo, una Audi A3, è stato scagliato contro la folla con un bilancio fortunatamente meno pesante di quello di Barcellona. In seguito la sparatoria con la polizia, durante la quale 4 persone sono state uccise sul posto e una è morta successivamente per le ferite riportate. Il poliziotto coinvolto è ferito in modo lieve. Dopo aver investito i passanti, l’Audi si è scontrata con un veicolo dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, ed è iniziata la sparatoria.

Barcellona, ancora terrore

Come a Nizza, come a Londra, come a Berlino. Ormai l’attentato islamista ha preso una forma precisa. Si colpisce la folla con un furgone, devastando uomini, donne e bambini, nelle principali arterie cittadine, e il motivo è che la strage può coinvolgere più persone e il suo costo é quasi nullo. Un’ottima produzione della macchina dello sterminio come le camere a gas di Auschwitz. La tecnica si é ripetuta oggi nella Rambla di Barcellona, una città turistica e densa di vita.

Subito si parlava di due o tre morti, ma le ultime notizie precisano che le vittime sono 13, mentre i feriti sono novanta, alcuni in gravi condizioni. Il mezzo ha cominciato a correre lungo la Rambla de Canaletes, nella parte più vicina alla grande Plaça de Catalunya, all’altezza di Carrer Bonsuccés fino a raggiungere il mercato della Boqueria. Secondo numerosi testimoni il van procedeva a gran velocità su una traiettoria a zig-zag, apparentemente in un tentativo deliberato di investire il maggior numero di persone possibile. Una folle corsa di quasi seicento metri tra la gente a passeggio.

I due attentatori sono fuggiti e poi si sono rifugiati all’interno di un ristorante con un paio di ostaggi. Alla sera sono stati arrestati. Barcellona oggi é una città ferita. Le immagini proiettate ci rivelano gente atterrita, che sta portando soccorso ai feriti, mentre altri corrono all’impazzata. La Farnesina si é subito messa in contatto con l’ambasciata italiana per verificare se tra le persone colpite vi sia qualche italiano.

Quel ferragosto di 125 anni fa…

Proprio oggi, il giorno di Ferragosto, scelto per permettere ai delegati di raggiungere Genova con sconti ferroviari in occasione del quattrocentenario della scoperta dell’America da parte del genovese Cristoforo Colombo, venne fondato nel 1892 il partito che ancora non si chiamò socialista, ma “dei lavoratori italiani”. Per la verità di partiti con questo nome a Genova ne vennero fondati due: uno alla sala Sivori, di orientamento anarco-operaista, e l’altro, alla sala dei carabinieri garibaldini, di orientamento socialista. Quel che pervase il Psi, che si chiamerà così a partire dal congresso di Parma del 1895, semiclandestino perché svolto durante la repressione crispina, é già scritto nelle sue fondamenta: un perenne conflitto tra tendenze. E in particolare tra quella democratica, riformista, umanitaria e quella rivoluzionaria, estremista, comunista, dogmatica.

Quel che disse Filippo Turati, il leader più affascinante della tendenza democratica e riformista, e cioè che il socialismo italiano era “un maestoso fiume” con diversi affluenti e successive diramazioni, é straordinariamente vero. Da quel fiume nacquero tutte le diramazioni politiche più significative del Novecento: quella riformista, quella socialista liberale, le uniche due attuali, fino a quelle sindacaliste rivoluzionarie, massimaliste, nazionalistiche, comuniste. Mussolini e Gramsci erano nel Psi, su posizioni analoghe, almeno fino al 1914. E non fu l’adesione al primo conflitto bellico mondiale (allora condivisa da entrambi e da personalità come il repubblicano Pietro Nenni, il giovane Sandro Pertini, Gaetano Salvemini e Leonida Bissolati), ma il bolscevismo a separarli e contrapporli. Se volessimo dunque cercare una paternità noi potremmo utilmente rinvenirla innanzitutto nella tradizione riformista, con la duplice versione teorica (Turati, Anna Kuliscioff, Ivanoe Bonomi soprattutto, autore de “Le vie nuove del socialismo”, una sorta di revisione in chiave bernsteiniana del marxismo) e pratica (Camillo Prampolini, Nullo Baldini, Massarenti) che seppero trasformare i loro territori fondando leghe, cooperative, camere del lavoro, dunque mettendo il riformismo coi piedi per terra.

Questa tendenza, maggioritaria nel Psi fino al 1912, divenne minoranza, anche perseguitata e poi radiata dal partito nell’ottobre del 1922, un anno dopo la scissione comunista di Livorno, a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma. Il capolavoro dei massimalisti fu quello di dividere il vecchio Psi addirittura in tre (Psi, Pcdi, Psu). Tripartizione che in fondo durerà, sia pure con diversi contenuti politici e ideali, fino al 1989, con due periodi di riunificazione dei due tronconi socialisti: quello dal 1930 al 1947 e quello dal 1966 al 1969. Il riformismo come accezione positiva ritorna nel Psi solo a partire dal congresso di Palermo del 1981, dal momento che perfino Saragat aveva negato di costruire a Palazzo Barberini un partito riformista, mentre Nenni a Venezia nel 1957, dopo la storica svolta autonomistica dell’anno precedente, aveva sottolineato i limiti e gli errori sia del massimalismo, sia del riformismo. Come del resto farà anche più tardi.

Il secondo filone ancora attuale del socialismo é la sua congiunzione col liberalismo in quell’accezione rosselliana che al momento della pubblicazione del libro di Carlo, a cui collaborò anche il fratello Nello, nemmeno un riformista come Claudio Treves aveva potuto esimersi dal contestare. Il socialismo liberale non é un dogma, né propone una fede. Smonta il marxismo e congiunge il socialismo indissolubilmente con la libertà. Questo ardore liberale spinse Rosselli non solo a professare e pagare il suo antifascismo, ma ad esporsi e a combattere, anche durante la guerra di Spagna, assai più di un ortodosso. Entrambe le tendenze, quella riformista e quella socialista liberale, furono duramente condannate come eretiche dai cultori dell’ortodossia, dai succubi del dogma della rivoluzione e del paradiso sovietico. Quel che scrisse Gramsci su Prampolini nel 1920 é a dir poco vergognoso. Quel che Togliatti scrisse nel 1932 a proposito di Filippo Turati, dopo la sua morte, lo é di più.

Poi gli anni passano, le revisioni procedono e il grande paradosso é che quel che ieri era da condannare oggi viene rivalutato, magari dagli stessi, o dai figli degli stessi, che componevano il tribunale dell’inquisizione. E parole come “socialdemocratico” che erano ritenute sinonimo di cedimento a destra oggi rappresentano motivo di opposta contestazione. Quel che non si può cancellare é la storia, le ragioni e i torti dei suoi protagonisti. In questi 125 anni il socialismo riformista e quello liberale non solo hanno vinto un lungo braccio di ferro con l’estremismo, il massimalismo, il rivoluzionarismo, il comunismo, il dogmatismo, ma consentono oggi di recuperare, grazie alla loro versione di socialismo, una storia lunga e caratterizzata anche da tendenze negative. Una parte della storia socialista finisce così per salvare la storia e la definizione di socialismo. In Italia questa storia é oggi senza un interprete adeguato dopo la fine dei partiti storici, mentre é in voga la tendenza, purtroppo prevalente, a deformarne i messaggi e le intuizioni. Il muro di Berlino, in Italia, é crollato su chi ha avuto ragione, salvando chi aveva avuto torto. Oltre agli errori politici di chi é stato sepolto, ha influito il corso di una rivoluzione giudiziaria strabica. Così si è creata una duplice frattura: quella tra storia e politica e quella tra storia e verità. Ci vorranno anni ancora per rinsaldarle. Noi lavoreremo fino all’ultimo per questo. Lo dobbiamo ai nostri padri e nonni, ma anche ai nostri eredi. A coloro dai quali abbiamo imparato ad amare un partito nato 125 anni fa al caldo di un’estate dedicata non alle vacanze, ma a costruire il futuro. Ma anche a coloro che verranno dopo di noi.

I meriti e i bisogni 35 anni dopo

Son trascorsi trentacinque anni da quella conferenza programmatica di Rimini in cui il Psi del nuovo corso, avviato con il Comitato centrale del Midas del 1976, affrontò, dopo il suo “primum vivere”, il suo “deinde philosophari”. E di quella conferenza il perno fu il ragionamento di Claudio Martelli sui meriti e i bisogni. Anzi, sull’alleanza del merito col bisogno. Si trattava della scomposizione della classica teoria classista che era ancora in vigore anche nel Psi, dell’introduzione della categoria del merito dentro lo schema di analisi e di valorizzazione di un partito di sinistra, ma soprattutto di concepire come tra merito e bisogno potesse, anzi dovesse, essere stabilita un’intesa. I portatori di merito, adeguatamente valorizzati, potevano concorrere a risolvere le esigenze dei portatori di bisogno, sia accentuando una ricerca che poteva orientare la società a superare le sue contraddizioni, sia investendo risorse (il decantato rapporto pubblico-privato) per costruire non già uno stato sociale, del quale già allora si avvertivano i primi scricchiolii, ma una società solidale.

Il ragionamento di Martelli era teso a declinare il concetto di uguaglianza in quello di equità. Eravamo all’uscita di anni bui, in cui i dogmi avevano indotto alcuni ad imbracciare le armi e altri a sbattere la testa contro il muro dello statalismo e dell’egualitarismo. Martelli non parlò, se non ricordo male, di previdenza (anche se più tardi lanciò primo di tutti l’idea di un patto tra le generazioni intuendo l’avvento di una società di anziani garantiti e di giovani senza speranze). Avrebbe potuto citare il paradosso delle pensioni baby. Parlò dei servizi gratuiti per tutti, in una società disuguale, invero dagli effetti contraddittorii. Chi ha la possibilità non paga, e quel che non paga viene pagato anche da chi non ha alcuna possibilità. Così l’uguaglianza diventa iniqua. Il messaggio di Rimini fu una ventata di salutare eresia versato sulle stanche membra di un Pci e di un sindacato (con l’eccezione della Uil di Benvenuto) incapaci ormai di leggere la società che da industriale si era ormai trasformata in post industriale. Molte di quelle intuizioni, sui meriti, sulla uguaglianza iniqua, sulla società solidale, sono stati successivamente presi a prestito da altri e oggi paiono patrimonio comune, se non di tutti, almeno di molti.

Son passati trent’anni e una nuova Rimini, un aggiornamento della teoria e dell’alleanza merito-bisogno, appare interessante, se non opportuna. Iniziamo a farlo, sinteticamente e annunciando i nuovi temi che nel 1982 o non esistevano nella realtà o erano appena accennati. Allora parlavamo di nuove povertà, convinti che quelle vecchie fossero ormai superate in Italia. Oggi, invece, secondo recenti sondaggi, 9 milioni di italiani si trovano in condizione di povertà, 6 di povertà assoluta, tra questi un milione di bambini. Lasciamo stare le cause. L’Italia ha fatto passi da gigante all’indietro, con il 35 per cento dei giovani (negli anni passati sono state toccate punte del 42-43 per cento) senza lavoro. Il merito non é stato premiato. Anzi, molti cervelli italiani sono stati costretti a riparare all’estero. La globalizzazione e il commercio libero hanno riequilibrato il mondo, facendo uscire interi continenti dalla miseria e dalla fame, ma hanno impoverito l’Occidente e in particolare l’Europa, dentro la quale soprattutto l’Italia, assieme alla Grecia, ha subito i colpi peggiori.

Il nuovo concetto di equità deve dunque fronteggiare i nuovi fenomeni della globalizzazione e dei vincoli europei, oltre a quello della finanziarizzazione dell’economia. E del conseguente potere forte della finanza cui corrisponde un generale indebolimento della politica. Il secondo fronte di elaborazione, dopo l’attualizzazione dell’equità nella società contemporanea, potrebbe essere quello ambientale. I Verdi, nel 1982, ancora in Italia non esistevano. Entreranno nei comuni nel 1985 e in Parlamento nel 1987. La costruzione di una società eco compatibile (l’eco socialismo) a me pare oggi un dovere e una necessità a fronte degli enormi problemi climatici, dei terremoti, alluvioni, incendi, ma anche delle crisi energetiche e della carenza d’acqua nel mondo. Si tratta di un bisogno ancora poco avvertito nel 1982, che oggi non si può ignorare, anche alla luce degli accordi di Parigi messi in discussione dal nuovo presidente americano. E dunque dell’incapacità del mondo di raggiungere intese produttive. Nuovi ricercatori, portatori di merito, possono studiare nuove tecnologie che mettano al sicuro gli esseri umani e i territori dai nuovi fenomeni distruttivi, creando anche lavoro e ricchezza.

E per terza inserirei, non é l’ultima per importanza, la nuova dimensione in cui collocare il tema della libertà. Con almeno due varianti rispetto agli anni ottanta. E cioè la presenza del digitale, che unisce, ma che seleziona ed esclude. Il linguaggio é mutato, sempre più semplificato, quasi schematico, spesso duale, rischia di configurarsi come nuovo dogma. Ai contorni, alle aggettivazioni, alle sfumature, ma anche agli approfondimenti si sfugge per celebrare una sorta di eclissi del principio della delega. Una sorta di finta democrazia diretta dove tutti sanno far tutto. Il demerito al potere. La libertà dal dogma informatico é oggi una priorità, soprattutto per le categorie più deboli, i bambini. Dall’altro lato l’insorgenza di un nuovo fanatismo sanguinario e terroristico di stampo islamico ci impone di salvaguardare la nostra civiltà liberale, che é conseguenza della grande rivoluzione illuministica. In gioco ci sono oggi valori che nel 1982 parevano acquisiti: la parità tra uomo e donna, la separazione tra stato e chiesa, la tolleranza per tutte le religioni e per chi non é ha alcuna. L’integrazione rispetto a un fenomeno migratorio, che ha interessato l’Italia solo a partire dagli anni novanta, non può essere né cedimento né compromesso. La società liberale non può accettare una via di mezzo tra libertà e oscurantismo. Mi pare che una nuova Rimini possa così configurarsi come un nuovo intreccio tra equità, ecologia e libertà. Perché non tentarla? Ad altri la parola, anzi lo scritto…

Di Maio lasci perdere il ‘padre nobile’ Pertini

Alla ricerca di “padri nobili” da esibire come fumo negli occhi a chi dovesse ritenerlo in grado di fare il capo del governo, Luigi Di Maio scopre una discendenza “politica” con Sandro Pertini. A parte il fatto che è sin troppo facile fare riferimento a un personaggio che ha conquistato giustamente grande popolarità essendo ancora oggi il presidente della Repubblica più amato d’Italia, in politica è sempre meglio evitare certi imbarazzanti paragoni. Inoltre va anche detto, che in quella generazione, se solo Di Maio si fosse applicato un po’ di più nella lettura e nello studio della politica e dei suoi personaggi, forse avrebbe trovato anche altri a cui fare riferimento. Chiaramente, però, per gli “altri “ sarebbe stato necessario motivare, spiegare e la cosa non sarebbe stata sintetizzabile in un tweet o in uno slogan da “fiera della vanità”. Quanto poi sappia di Pertini il nostro candidato-premier, non è dato sapere essendo nato esattamente un anno dopo l’uscita del miglior presidente italiano dalle stanze del Quirinale. Confidiamo che glielo abbiano spiegato con dovizia di particolari genitori e parenti vari. Ma, al momento, con Pertini, il giovane Di Maio ha veramente poco da spartire. Certo non la partecipazione (anche piuttosto eroica) alla Grande Guerra; a livello politico, il Presidente fu un grande socialista (il “compagno Sandro” anche da presidente) si batté contro il fascismo, fu perseguitato, rischiò la vita, andò in esilio, organizzò la fuga dall’Italia di Filippo Turati; a parte qualche folkloristica iniziativa con i suoi colleghi di partito nelle aule parlamentari, nulla di tutto ciò che si legge nella biografia di Pertini si rinviene in quella del candidato premier. Il fatto è che tutti quanti noi ci sentiamo orfani di Pertini e di una politica che era frequentata da personaggi straordinari come Nenni, Lombardi, Basso, De Martino e chi più ne ha più ne metta. Ecco perché per una forma di rispetto nei confronti di “padri” oggi decisamente troppo nobili (considerato l’attuale parterre politico, pentastellati compresi), Di Maio farebbe bene ad astenersi da certi imbarazzanti (soprattutto per lui) riferimenti. Provi a essere se stesso nella migliore versione possibile (e non l’abbiamo ancora vista) e lasci Pertini alla storia e al Pantheon nazionale.

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