Alitalia. Ryanair vuole lo spezzatino

alitalia_aeroporto

Ipotesi spezzatino per Alitalia? La Ryanair conferma il suo interesse per vettore italiano ed in particolare alla flotta. È quanto è emerso, secondo quanto riferisce Bloomberg, in una conferenza stampa dell’amministratore delegato della low cost irlandese Michel O’Leary. La Ryanair, secondo quanto riferisce la Reuters, proporrà l’acquisto e di 90 aerei sotto il marchio Alitalia e l’utilizzo di personale esistente nell’ambito della ristrutturazione della compagnia aerea italiana. La Ryanair ha fino al 2 ottobre di fare un’offerta vincolante per tutto o parte del vettore italiano, che è stato posto sotto amministrazione speciale per la seconda volta in meno di un decennio.

“Presenteremo un’offerta per 90 velivoli, con i loro piloti, equipaggio di cabina, rotte, ecc”, ha detto O’Leary ai giornalisti nel corso di un briefing a Londra. L’offerta è subordinata, ha confermato il manager, all’esito della ristrutturazione in corso soprattutto sul fronte dei costi sia del lavoro sia dei canoni di locazione degli aeromobili. “Penso che uno degli aspetti veramente interessanti dell’Alitalia – ha aggiunto il top manager – è la flotta di lunga percorrenza. C’è la capacità di crescere molto forte”.

Parole che lasciano perplessi. La posizione del governo infatti è fortemente contraria a questa ipotesi. “Leggo – afferma in un tweet il segretario del Psi e vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Riccardo Nencini – di un potenziale ‘spezzatino’ di Alitalia. Non erano queste le previsioni, temo che non sia la strada maestra”. Per il Ministro della Cultura e del Turismo Dario Franceschini “lo spezzatino di Alitalia sarebbe un errore gravissimo”.

La Cgil, con il segretario nazionale della Filt Cgil, Nino Cortorillo, parla di fake news. “L’ipotesi di spezzatino è fuori da ogni prospettiva anche sindacale. La prendiamo come fake news. Il fatto che Ryanair sia interessata ad aerei e rotte e magari a una parte di personale più che uno spezzatino è macelleria. In realtà – conclude Cortorillo – è appunto una fake news o come diceva una canzone è fatta ‘per vedere l’effetto che fà”.

A bloccare e negare la fondatezza di questa ipotesi, alcune fonti di Alitalia affermano che “il bando esclude chiaramente l’ipotesi del cosiddetto ‘spezzatino’, prevedendo due possibili soluzioni per l’amministrazione straordinaria: la vendita unitaria della compagnia o, in alternativa, la vendita dei due lotti, aviation e handling, a soggetti distinti”.

Grana Pd con Crocetta, la destra sempre più compatta

crocetta 1A nove settimane e mezzo dal voto in Sicilia, dove i dem contano quattro assessori in giunta, Rosario Crocetta inizia a mettere i bastoni tra le ruote al Centrosinistra. L’attuale presidente chiede di essere ricandidato, vuole le primarie, mentre Ap e Pd hanno già chiuso l’accordo su Fabrizio Micari, rettore dell’ateneo di Palermo. “Io sono sempre stato chiaro e dico sempre quello che penso. Se qualcuno pensa che Rosario Crocetta sia l’ideologia della divisione del centrosinistra si sbaglia di grosso”, afferma dicendosi pronto a correre da solo in caso di rottura e minacciando perfino un “governo del presidente”.
La grana arriva direttamente in casa Dem portando a ulteriori divisioni, dopo i malumori per le regionali con alleanza Ap. “Il progetto Micari – fa sapere Crocetta – è un progetto nato a Roma con Leoluca Orlando che ha fatto esattamente la stessa cosa che ha fatto con le amministrative. È andato a Roma, si è fatto candidare dal Pd e poi ha detto che era civico, noi gli abbiamo fatto una legge che con il 40% vinceva e poi ha fatto tutto da solo. Io non posso accettare che la Sicilia venga commissariata da Roma”. Infine Crocetta chiede ancora una volta un incontro a Renzi, ma difficile che i vertici del Nazareno cambino idea sulle primarie, anche perché manca davvero poco e il Partito si è già speso per il nome del rettore palermitano.
“È legittimo che il presidente voglia difendere cinque anni di governo in Sicilia. Ma non accettiamo lezioni di democrazia. Renzi e la classe dirigente del Pd, sottoscritto compreso, hanno posto le primarie al centro del nuovo corso”. Lo afferma al Mattino, il sottosegretario alla Salute Davide Faraone, dirigente del Pd, riferendosi al governatore siciliano Rosario Crocetta. “Le primarie – aggiunge – furono proposte a Crocetta a suo tempo. Gli chiedemmo la disponibilità per i primi di luglio, ma il governatore rifiutò: le avvertiva come una sorta di messa in discussione della sua avventura politica”.
Da sinistra inoltre arriva il nome di un candidato più che influente e stimato negli ambienti siciliani: Claudio Fava. Mdp ha scelto infatti all’unanimità il figlio del giornalista ucciso da Cosa Nostra come candidato alla presidenza della Regione siciliana e vota compatta per la ricomposizione delle forze di sinistra. “Sono a disposizione e se ci sarà una condivisione ampia e convinta di tutta la Sinistra” con “una partecipazione alta e coerente di tutte le componenti a quel punto, ma soltanto a quel punto, sarò pronto a fare la mia parte”. Così Claudio Fava commenta la scelta del coordinamento regionale di Art1-Mdp di sceglierlo all’unanimità come candidato governatore in Sicilia.
E mentre la sinistra continua a spaccarsi, la destra si ricompatta: con Nello Musumeci potrebbe andare nelle prossime ore anche l’ex rettore Roberto Lagalla. Lo conferma il commissario regionale di Forza Italia, Gianfranco Miccichè: “Ci sono delle limature all’accordo da fare, ma anche Cantiere popolare fa parte della coalizione, se non fossero con noi sarebbe una grande sconfitta. Con Lagalla stiamo lavorando, non ha ritirato la candidatura a governatore. La nostra proposta è che sia in giunta”.

Brexit, nessun progresso e la May è a Tokyo

brexit 2Ancora stallo nei colloqui per la Brexit. Oggi dopo il terzo round, ad annunciare la fumata nera ci ha pensato il capo negoziatore Ue Michel Barnier: “Questa settimana abbiamo avuto chiarimenti utili su molti punti, ma nessun progresso decisivo sui soggetti principali. Anche se la discussione sull’Irlanda è stata fruttuosa”. Nella conferenza stampa col segretario di stato britannico David Davis, Barnier ha poi aggiunto: “Siamo lontani dal dire che sono stati raggiunti progressi sufficienti” sul negoziato, per passare alla fase successiva. Barnier aveva chiesto due giorni fa che Londra iniziasse “a negoziare seriamente” visto l’avvicinarsi della scadenza del marzo 2019 e lo stallo dei colloqui.
Inoltre per l’Ue la Gran Bretagna deve chiarire la sua posizione su alcune questioni chiave inerenti l’uscita dall’Unione Europea. La questione più difficile sono gli obblighi finanziari che il Regno Unito deve onorare per uscire dall’Ue, ma anche sugli altri dossier oggetto di trattative le posizioni sono ancora lontane. Altro punto su cui non c’è accordo è quello del ruolo della Corte europea di giustizia, il Regno Unito rifiuta in toto la giurisdizione dei giudici di Lussemburgo dopo la Brexit. Infine non si riesce ancora a trovare un punto di incontro sui prodotti presenti sul mercato al momento dell’uscita, con tanto di sospetto da parte degli inglesi di ritorsioni europee sui prodotti Oltremanica.
Ma a far vacillare ancora di più le trattative è l’assenza della Premier impegnata per tre giorni in Giappone. Theresa May è infatti a Tokyo per avviare le trattative per un accordo di libero scambio tra i due paesi, ma in questi giorni non solo Shinzo Abe è impegnato in questioni preoccupanti come i rapporti con Pyongyang, ma il pimo ministro giapponese sembra alquanto irritato dalle pressioni di Londra. Anche perché Tokyo finché non avrà ben chiari gli accordi sulla Brexit non sembra intenzionato a fare affari con la City.

Scrive Davide Lanfranco:
Immigrazione: il suicidio assistitto della sinistra

Buongiorno direttore,
in questi giorno vedo realizzarsi l’ennesimo suicidio assistito della sinistra italiana in tutte le sue forme (radicale, semi-radicale e democratica) su un tema serio e complicato come la quello della gestione dei flussi migratori. Nonostante l’impegno profuso da un serio e competente Ministro degli Interni e qualche recente buon risultato ottenuto sulla diminuzione dei flussi migratori, vedo le solite nubi nere e cupe della sinistra-sinistra addensarsi sull’operato del governo e sulla scelte del maggior partito della sinistra, il PD. Chiunque ponga il tema della correlazione (evidente dai dati dei denunciati e reati) tra aumento del numero immigrati e sicurezza (soprattutto nelle aree di periferia) e della necessità di controllarne o bloccarne i flussi, viene tacciato subito di razzismo.

Chiunque ponga il tema del rischio terrorismo islamico correlato all’incompatibilità tra una parte della cultura islamica e il mondo occidentale, viene tacciato immediatamente di xenofobia. Chiunque ponga il tema del rispetto della legalità per tutti (ricchi poveri o stranieri), viene etichettato come un ottuso securitario (unica legalità da far rispettare è quella contro i “ricchi”).

E’ già avvenuto ma il suicidio sta per concretizzarsi di nuovo. Mi sbaglierò ma la destra (con l’affievolirsi del fenomeno 5 Stelle) tornerà ad essere il rifugio elettorale della maggioranza degli elettori.

VENTO DI RIPRESA

ripresaDieci anni dopo l’inizio della crisi economica, in l’Italia il numero di occupati supera quota 23 milioni. Una soglia oltrepassata solo nel 2008. Aumentano sia i lavoratori dipendenti sia gli indipendenti. Sale tuttavia all’11,3% il tasso di disoccupazione, che rimane stabile tra i giovani (35,5%). Lo rileva l’Istat, che stamani ha diffuso i dati su occupati e disoccupati a luglio.

Lo scorso mese la stima degli occupati è cresciuta dello 0,3% rispetto a giugno, con un aumento di 59mila unità, “confermando la persistenza della fase di espansione occupazionale”, spiegano gli esperti dell’istituto di statistica. Su base annua gli occupati sono cresciuti dell’1,3% (+294mila). Aumenta a luglio anche il numero di chi cerca lavoro (2,1%, ovvero +61mila persone), soprattutto tra le donne. “L’aumento della disoccupazione – spiega l’Istat – è attribuibile esclusivamente alla componente femminile e interessa tutte le classi di età, mentre si registra una stabilità tra gli uomini”. Il tasso di disoccupazione sale all’11,3% (+0,2 punti percentuali), quello giovanile si attesta al 35,5% (+0,3 punti).

Intanto arrivano anche i dati dell’Osservatorio Inps sul precariato. Nei primi sei mesi dell’anno sono stati attivati 822.593 contratti a tempo indeterminato, comprese le trasformazioni, con un calo del 2,7% rispetto allo stesso periodo del 2016 quando i contratti stabili erano pari a 845.702. Inoltre, nello stesso periodo, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +945.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+719.000) che del 2015 (817.000).

Positivi i commenti del Governo. A cominciare dal premier Paolo Gentiloni, che sui dati Istat osserva: “Gli italiani occupati superano 23 milioni, un record. Ancora molto da fare contro disoccupazione ma effetti positivi da jobs act e ripresa”. A dire che la ripresa c’è anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, solitamente molto prudente, in una intervista alla Rai: “C’è la ripresa, lo dicono tutti i dati, dal pil all’occupazione, alla fiducia. Quindi si sta consolidando un quadro di ripresa che da ciclica deve diventare strutturale e il Governo continua a lavorare in questo senso”. E da Venezia il presidente della Repubblica Mattarella parla di dati confortati. “Speriamo” aggiunge.

Il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti, da parte sua parla di “un altro passo nella giusta direzione, che ci avvicina ai livelli pre-crisi”. Significativo, per il ministro, “il crollo degli inattivi che diminuiscono di 322mila in un anno, per effetto dell’aumento sia degli occupati sia delle persone in cerca di occupazione”. Anche l’occupazione giovanile “mostra segni di miglioramento – osserva Poletti – con un saldo positivo di 47mila occupati in un anno. Tuttavia, il tasso di disoccupazione giovanile resta ancora troppo elevato”. Da qui, conclude, il bisogno di “rafforzare l’impegno per promuovere l’occupazione giovanile stabile”.

E il viceministro Teresa Bellanova aggiunge: “Ancora una volta i dati diffusi oggi dall’Istat dicono con chiarezza come sia necessario confermare e rafforzare il lavoro svolto dal Governo in questi anni per sostenere senza tentennamenti la crescita dell’occupazione”. “Al netto del carosello delle polemiche sostenuto da chi per il lavoro nel nostro Paese ha fatto poco o niente, possiamo essere tutti d’accordo nel ritenere positivo il fatto che il numero di occupati abbia superato i 23 milioni di unità, dato registrato solo nel 2008 e quindi prima dell’inizio della crisi e che, in termini tendenziali, il tasso di disoccupazione giovanile rispetto a un anno fa sia diminuito di 2.8 punti percentuali”. “Non fermiamoci, ora insistere sui giovani” aggiunge il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina su twitter. L’intero Partito democratico plaude. Primo tra tutti il segretario Matteo Renzi che su twitter scrive: “Dati Istat: +918mila posti lavoro da febbraio 2014 (inizio millegiorni) a oggi. Il milione di posti di lavoro lo fa il JobAct, adesso avanti”. Il responsabile sviluppo del Pd, Ernesto Carbone, sottolinea “la generale ripresa della nostra economia determina anche la crescita della fiducia spingendo le persone a rimettersi in gioco. Sono risultati di rilievo – insiste – frutto delle riforme del Governo Renzi, del Jobs act e del lavoro portato avanti dal Governo Gentiloni”.

L’entusiasmo del partito democratico non piace a Forza Italia: per Renato Schifani (FI), “gioire per un aumento del numero di occupati in questi mesi mi sembra francamente fuori luogo perché si tratta di un dato poco veritiero e legato alle assunzione estive a termine”, mentre Renata Polverini osserva che “la carenza di lavoro femminile si traduce nello sviluppo di alcune strategie difensive che minano la sfera del sociale”. Secondo il presidente nazionale dell’Udc Antonio De Poli per il Pd “non è il momento di cantare vittoria” e il segretario del partito Lorenzo Cesa, sottolinea che “il tasso di disoccupazione dei giovani resta molto preoccupante”. Mentre per la capogruppo di Sinistra italiana al Senato Loredana De Petris “da settimane i media e i partiti di governo continuano a tirare i dati come elastici per diffondere un quadro della situazione economica e occupazionale tanto trionfalistico quanto bugiardo”. “La realtà – aggiunge – è che il tasso di disoccupazione continua ad aumentare e, nonostante diminuisca il numero dei cosiddetti ‘inattivi’ ha raggiunto il picco del 35,3% tra i giovani e cala anche il numero delle donne occupate”. Sulla questione delle donne interviene anche la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan: “Disoccupazione di giovani e donne sempre grave. Serve un patto governo, imprese, sindacati per cogliere i segnali di ripresa e favorire gli investimenti pubblici e privati”. La Uil parla disegnali incoraggianti e vede il bicchiere “mezzo pieno”. Ilsegretario confederale della Uil, Guglielmo Loy, sottolinea però, che “c’è un target di persone comprese nella fascia 35-49 anni che mostra sofferenza occupazionale, come dimostrato dal calo tendenziale dell’1,2%. Ciò può essere frutto di uno sbilanciamento di politiche attive (incentivi) messo in atto in questi anni e che ha bisogno di essere rivisto”. Secondo Loy, “definire un sistema di riduzione del cuneo fiscale ‘strutturale’ incentivante la creazione di occupazione stabile, che investa anche la fascia intermedia della popolazione, riteniamo costituisca, insieme ad una riduzione dell’imposizione fiscale, il volano della ‘buona occupazione'”. Sul versante delle politiche passive, prosegue, “preoccupa il dato, diffuso dall’Inps, sull’aumento delle domande di disoccupazione, probabile conseguenza anche delle restrizioni sulla cassa integrazione che, nei primi sette mesi dell’anno, si riduce in maniera consistente, anche se con oscillazioni mensili, per tutte le gestioni”.

Minniti e storditi

Mentre in Sicilia il Pd, e non è una novità, si divide tra Crocetta che non demorde e il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari che non sfonda, e ovviamente si lacera anche la sinistra, con l’Mdp che candida il solito Fava, perché non vuole Alfano in coalizione, anche se lo vota al governo, l’esecutivo di Gentiloni, Padoan, Calenda, e soprattutto Minniti, raccoglie buoni risultati. Il Pil avanza verso l’1,5 su base annua, finalmente sono stati varati i i provvedimenti relativi al reddito d’inclusione (ci torneremo), e poi balzano agli occhi di tutti gli ottimi risultati ottenuti dall’ex pretoriano di D’Alema nel campo dell’immigrazione. Ormai ogni frase di Minniti é pesata, giustificata, contestata, come quella dei leader. Dal fronte festivaliero di Pesaro il ministro Orlando si sente in dovere di chiosare e rigettare la tesi del ministro dell’Interno sul rischio di tenuta democratica del paese a fronte di un’immigrazione massiccia.

Due conti. Dall’inizio dell’anno sono arrivati in Europa 120mila immigrati, oltre 80mila sono sbarcati in Italia. Ad agosto, dopo la svolta sulle Ong (protocollo d’intesa che contempla la presenza obbligatoria di forze dell’ordine a bordo e accordo con la Libia) i migranti sono scesi appena sopra i 2mila contro gli oltre ventimila dell’agosto scorso. Nel vertice di Parigi l’Italia di Gentiloni e Minniti é stata presa a modello per un’azione più generale al fine di bloccare le frontiere dell’Europa di fatto al sud della Libia, tra Ciad e Niger (a Parigi erano presenti i ministri di questi due paesi africani oltre a quelli di Libia, Italia, Francia, Spagna e Germania). Lì si dovrebbero distinguere i profughi che meritano accoglienza in Europa e i clandestini che devono tornare nei paesi d’origine.

Superato di fatto il trattato di Dublino (secondo il quale il paese ove i migranti arrivavano doveva farsene carico) a Parigi é finalmente arrivata la svolta. “Ora bisogna investire come è stato fatto per la rotta balcanica. Bisogna che l’Europa ora faccia la sua parte”, ha dichiarato Minniti, facendo riferimento all’accordo sottoscritto tra Ue e Turchia per fermare il flusso di migranti lungo il Mar Egeo e i Balcani. Resta il problema umanitario su cui peraltro soprattutto l’Italia ha concentrato la sua attenzione. Diverse autorità internazionali, tra i quali Amnesty, mettono in guardia dai comportamenti delle autorità libiche nei campi di accoglienza dei migranti respinti e soprattutto si rivela assolutamente necessario un rigoroso controllo da parte dell’Onu, nonché un adeguato e preventivato finanziamento dei governi europei ai paesi africani, per far si che il ritorno dei migranti possa avvenire senza traumi. L’Italia ha già iniziato a finanziare attività lavorative, di assistenza e di servizio in regioni della Libia.

Se tutto questo funzionerà (è da vedere) il nuovo astro di Minniti s’alzerà splendente nel firmamento politico italiano. Crine mancante e volto rigato e vagamente mefistotelico, Minniti incute rispetto e soggezione. Il sol fatto che abbia gestito la delega ai servizi lo rende riservato e quel tanto di misterioso che in politica induce al’istintivo distacco. Il contrario del giocherellone e pirotecnico Renzi. Più funzionario ancien regime che uomo del web, Minniti sta facendo centro. Come reagirà Renzi lo vedremo. Credo che dovrà prenderne atto e tentare di consolidare la sua leadership nel partito col riconoscimento di Minniti, dopo Gentiloni, come candidato ad un esecutivo post elettorale di coalizione. Penso che tutto sommato una simile soluzione, con le decisioni assunte sull’immigrazione, potrebbe non andare male nemmeno al centro destra. Mia obiezione politica a Minniti dopo la sua dichiarazione con la quale ha sostenuto di non aver mai cambiato partito e di avere intenzione di non cambiarlo mai. In verità ne ha cambiati quattro: Pci, Pds, Ds, Pd. Ma che importa. C’era un filo politico di continuità. Mica é stato un migrante, lui…

Antonio Vergnanini, una vita
tra sindacato e cooperative

vergnaniniNacque a Reggio Emilia il 16 maggio del 1861, in una famiglia che da tempo era bene avviata nel settore commerciale. Fece il percorso degli studi con discreti risultati fino al Liceo, poi si iscrisse  a Lettere presso l’Università di Bologna, ma non conseguì la laurea. E’ probabile che in questo senso abbiano inciso le difficoltà incontrate dal padre nella sua attività, sfociata nel fallimento. All’ inizio degli anni 90 prese contatto coi gruppi socialisti, già numerosi nella sua provincia, dove era già forte l’influsso del riformismo prampoliniano, profondamente umanitaria e volto a parlare alla mente e al cuore dei lavoratori. Collaborò inoltre alla stampa socialista, più in particolare a “La Giustizia” e “Lo Scamiciato”, fogli  vivaci, ricchi di contenuto e molto letti, e assunse la presidenza della Lega socialista di Reggio Emilia. In questo periodo  rivelò  un vivo interesse per il movimento cooperativo, che nella sua regione possedeva già corposità e articolazione di assoluto rilievo, avviando una collaborazione destinata a crescere negli anni con risultati estremamente positivi. Sempre più coinvolto nella vita del partito e delle leghe, partecipò ai congressi del PSI e  acquistò una crescente notorietà tra i quadri dirigenti e la base. Era allora in corso, partendo dalla Sicilia, l’azione repressiva promossa dal governo Crispi e finalizzata alla distruzione del movimento proletario nell’intero paese. Vergnanini venne condannato a due anni di domicilio coatto. Si rifugiò allora a Lugano e successivamente a Ginevra, dove prese contatto con gli emigrati e i rifugiati italiani di tendenza socialista, sfruttati nei posti di lavoro, ancora politicamente e sindacalmente disorganizzati, che gli affidarono la direzione de “L’Avvenire del lavoratore” e la segreteria della Unione Socialista di lingua italiana, una organizzazione con buone possibilità di sviluppo. Erano in corso tentativi di dare carattere più accentuatamente politico e forma di partito alla Unione. Vergnanini riteneva che si dovesse privilegiare il carattere economico dell’organizzazione, e per questo tentò di contrastare l’azione che proveniva dall’Italia. I suoi sforzi però non diedero i risultati sperati, essendo maggioritaria la posizione opposta. Nel congresso che l’organizzazione tenne nella primavera del 1900 egli rimase in minoranza, e la segreteria passò a Giacinto Menotti Serrati, che  lavorò per trasformare l’Unione in Partito Socialista Italiano in Svizzera. Si trasferì allora a Berna per guidarvi l’Ufficio di emigrazione, un organismo che allora svolgeva una importante funzione nel raccordo coi lavoratori ticinesi e d’Oltralpe.

All’alba del nuovo secolo era ancora attivo tra i lavoratori edili di Lugano. Rientrò quindi a Reggio Emilia, dove gli venne affidata la segreteria della Camera del Lavoro, appena nata in quella importante città. Per diversi anni si impegnò nel sindacato, profondendo nell’attività intelligenza, energia e passione, che gli vennero riconosciuti con l’elezione nel 1906 a componente del Consiglio direttivo della CGIL, e con la riconferma nel 1916. In quegli anni manifestò con maggiore nettezza la propria concezione, che vedeva nella Camera del Lavoro il centro coordinatore e propulsore di cooperative, affittanze e casse di previdenza, tutte strumenti di elevazione e  di organizzazione  dei lavoratori. Propose la costituzione di “demani collettivi”, da affidare alla gestione di produttori e consumatori con criteri cooperativistici in diversi settori, tra cui l’agricoltura, i lavori pubblici e le bonifiche. Era ancora alla guida della importante organizzazione reggina, quando si impegnò nella realizzazione del tratto ferroviario Ciano – Reggio, opera che, pienamente realizzata e poi affidata alla gestione delle stesse cooperative, procurò a lui e alle organizzazioni economiche e sindacali notorietà e apprezzamenti grandemente  positivi.

Nel 1913 venne chiamato alla segreteria della Federazione Sindacale delle Cooperative, che  nei precedenti anni era stata tenuta da Antonio Maffi, un organizzatore repubblicano proprio allora defunto. Alla guida dell’importante organismo diede ulteriori prova delle proprie capacità, rafforzandone le strutture e le articolazioni e gli strumenti di comunicazione, tra cui il periodico “La Cooperazione italiana”, organo centrale della Lega, che lo ebbe tra i collaboratori. Ormai dirigente noto anche fuori del mondo sindacale e cooperativo, venne ammesso nel 1914 tra i componenti della Direzione nazionale del Partito Socialista Italiano, allora agitato per i prodromi della guerra, lo scontro fra interventisti e neutralisti, la dissidenza mussoliniana, ecc. Nei confronti del conflitto si collocò tra gli oppositori, ma non rifiutò il proprio concorso volto ad alleviare le sofferenze  degli strati popolari, e a questo fine accettò di far parte della Commissione centrale per gli approvvigionamenti, promossa dal governo.  La ritirata di Caporetto lo collocò tra quanti nel PSI anteposero all’ideologia la necessità di difendere  il suolo  nazionale. Nel 1921 divenne membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale del Credito per la Cooperazione, e in tale posizione attraversò gli anni in cui il paese sperimentava la sconfitta del movimento dei lavoratori organizzati, delle cooperative e del sindacato di classe e l’avvento della dittatura  fascista.

Davanti alle violenze squadristiche, primo momento nel cammino della forze antisocialiste e antioperaie verso il recupero di un pieno potere, sperò di poter evitare che un ricco patrimonio di esperienze, alla cui costruzione aveva contribuito per gran parte della propria vita, andasse perduto. Trasfuse esperienze, idee e speranze in un libro, “Oggi e domani nel pensiero di un cooperatore”, ma dovette arrendersi di fronte al crescendo di violenze e delitti con cui si lastricava la strada verso l’affermazione della dittatura. Nel 1926 la Lega delle Cooperative subì la medesima sorte delle tante organizzazioni che i lavoratori avevano saputo creare nei precedenti anni, e per lui non rimasero che l’emarginazione e il ricordo di un tempo glorioso per varietà di realizzazioni e ampiezza di progresso. Morì a Roma l’11 aprile 1934.

 Giuseppe Miccichè

Le feste del dialogo: Pace, conoscenza e informazione

islamSi chiamano #FestedelDialogo: sono un insieme di appuntamenti dedicati alla conoscenza, al dialogo, all’informazione e alla pace nel mondo, per contrastare con la forza dell’unione l’ignoranza, la paura, il pregiudizio e il terrorismo. Si svolgeranno in tutte le Regioni Italiane e in Terra Santa a partire dal 1 settembre, giorno della festa musulmana dell’Eid, sino all’11, presso moschee, chiese e centri culturali. L’iniziativa, che punta al coinvolgimento dei fedeli appartenenti alle diverse religioni, è lanciata dalle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), dal Movimento Internazionale “Uniti per Unire” e dalla Confederazione Internazionale #Cristianinmoschea. In seguito al successo degli eventi #Musulmaninchiesa e #Cristianinmoschea dell’ 11 e 12 Settembre 2016 ( giunti ora alla seconda edizione), e sempre con l’ obiettivo di costruire ponti di pace e favorire il dialogo tra culture e religioni diverse, guardando più alle cose che uniscono che a quelle che dividono.

Il 1 settembre, tutte le moschee italiane per la Festa dell’ Eid, dopo la preghiera della mattina, accoglieranno i visitatori di tutte le nazionalità e religioni. La Comunità islamica di Trieste condivide questa festività dalle ore 8.30 presso “Pala Trieste”, in V. Flavia n. 3; nella stessa giornata, a Napoli, alle ore 9.00 è condivisa la preghiera del mattino con i visitatori di tutte le fedi in Piazza Garibaldi, e a Bari, la preghiera del mattino diviene una preghiera comune presso il Centro Islamico di Puglia in V. Cifarelli 28. A Forlì la Grande Moschea sita in via Ravignana apre le porte per condividere la preghiera del mattino; a Roma, la Moschea di El Fath, in Via della Magliana 77, condivide questa festività con due preghiere (alle 8.00 e alle 9.00). Nel Lazio, la preghiera condivisa ci sarà anche per la Moschea Dar al Islam in V. dell’Esercito 58, alle ore 8.00, e per la Moschea di Ostia, con doppia preghiera, alle 8.00 e alle 9.00 in Via Isola Salomone; così come a Perugia, alle 8.30, il Centro Islamico di V. Carattoli 11/13 festeggia l’Eid all’insegna del dialogo.

La preghiera è condivisa anche al Centro Islamico Assalam di Corciano (Perugia), in V. Ponchielli 35; nelle Marche l’Eid a porte aperte è previsto anche per il Centro Culturale della Misericordia a Fabriano, in V. Cavallotti 84, a partire dalle 8.30, mentre il Centro Culturale Al Huda di Jesi lo festeggia presso la palestra Carbonari alle 9.00. La Moschea di Forlì, in V. Bassetti, il 2 settembre organizza un evento di preghiera comune a partire dalle 17.00, col coinvolgimento delle autorità; in Lombardia la Moschea aderisce festeggiando l’Eid con una preghiera condivisa presso la Moschea di Segrate (Milano), V. Cassanese 3, e con un pranzo dalle ore 12.00 presso Autasi Onlus in V. Alberto da Giussano 3, a Cinisello Balsamo (Milano).

Tra il 4 e il 5 settembre, poi, si svolgerà una serie di incontri dedicati al dialogo, organizzati dal Centro culturale “Mecca” di Torino; il 10 settembre è la volta di Roma, dove il Vescovo anglicano Luis Miguel Perea Castrillon, Vice Presidente della Confederazione #Cristianinmoschea, organizza con Foad Aodi, Presidente di Co-mai e Uniti per Unire, un incontro a porte aperte, con rappresentanti delle autorità e delle varie Comunità, presso l’ Istituto delle Suore Oblate del S.Cuore di Gesù, in V. del Casaletto 128 (ore 17.00). Nella stessa giornata, dalle 10.00 alle 15.00, a Fabriano, nelle Marche, si svolgeranno iniziative congiunte presso il Centro Culturale della Misericordia, in V. Cavallotti 84. In data 11 settembre, le iniziative si concluderanno con una festa presso la Moschea Assalam di Reggio Emilia, in V. Flavio Gioia 7/9, che durerà tutto il giorno, dalle 10.00 alle 20.00. Partecipano all’iniziativa anche Imam, moschee e centri culturali di altre Regioni, tra cui Lombardia, Lazio, Umbria, Campania e Sicilia.

Il Prof. F. Aodi, fondatore di Co-mai e #Cristianinmoschea, e Focal Point per l’Integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà UNAoC , a conclusione della missione “Pace, dialogo, conoscenza e informazione in Terra Santa”, ha aperto presso il Comune di Taiba, davanti a una platea di 500 donne musulmane, ebree e cristiane, il Convegno dedicato alla pace e al Dialogo organizzato dal Movimento Women Wage Peace. “Ringrazio la stampa che ci ha seguito”, ha dichiarato, “ma ancora di più i rappresentanti di Women Wage Peace, che ci sostengono e hanno risposto positivamente al nostro appello. Siamo lusingati – prosegue – che in Terra Santa, la culla delle tre grandi religioni, venga portato avanti il messaggio delle #FestedelDialogo. Senza troppe parole vogliamo dimostrare che possiamo costruire insieme ponti di pace, contro l’ignoranza e contro l’odio religioso, e il terrorismo che miete vittime in Europa e in Medio Oriente. Sono fiero di questa onda popolare, al femminile, colorata da tutte le religioni, che parte da Gerusalemme e da Nazaret, muovendosi dal basso per costruire la pace in Terra Santa. Siamo tutti stanchi delle guerre e degli scontri: la politica deve cambiare agenda , a favore della pace”.
In Terra Santa, per il 1 settembre, numerose moschee, imam, rabbini, sindaci, giornalisti, intellettuali e associazioni aderiranno alle #Festedeldialogo. L’ Imam della città di Jajulia, Jaber Jaber, organizzerà una preghiera comune presso lo stadio, che unirà migliaia di fedeli delle tre moschee in loco; l’11 settembre, Shazarahel, Vice Presidente della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa e Coordinatrice del Dipartimento #DonnedelDialogo di Uniti per Unire in Terra santa, insieme al Rabbino Rav Mordekhai Chriqui organizzerà (ore 18.00) una preghiera presso l’Istituto “Ramhal” di Gerusalemme, che sarà videoripresa e trasmessa in diretta su Facebook. In quest’ occasione sarà lanciato l’evento di portata storica – promosso da Foad Aodi – #Musulmaninsinagoga: la cui organizzazione è prevista nei prossimi mesi, e che unirà elementi di tutte le religioni, sulla base del principio che tutti i luoghi sono sacri e aperti a tutti, senza muri, ma con ponti di pace.

Oltre al Movimento Women Wage Peace, aderiscono alle #FestedelDialogo anche il Sindaco di Taiba (che propone d’ intensificare la collaborazione con Co-mai e Uniti per Unire), la Preside e la Vice Preside della scuola “Ajyal” di Jaljulia, rispettivamente Fidaa Aodi e Hala Aodi. Con questa scuola, Foad Aodi si propone di lavorare per intensificare lo scambio, attraverso la collaborazione “Scuola, istruzione, conoscenza e dialogo interreligioso”. Anche i giovani e gli studenti di scuole e Università saranno coinvolti per le #Festedeldialogo: la settimana prossima, Shazarahel visiterà appunto questa scuola, con l’obiettivo d’ organizzare eventi di sensibilizzazione rivolti ai giovani ebrei, musulmani e cristiani.
“Qui in questi giorni stanno avvenendo tanti piccoli-grandi miracoli, e proprio a partire “dal basso”, dichiara Shazarahel. “Il problema del conflitto – aggiunge – nasce dal fatto che, in effetti, si vive nel medesimo territorio e tuttavia non ci si conosce se non attraverso stereotipi e pregiudizi alimentati dalla propaganda politica. Bambini ebrei, musulmani e cristiani, non si sono mai potuti conoscere davvero. Si tratta di mondi chiusi ed ermetici, di vasi non-comunicanti. Se vogliamo risanare gli odi e le paure, dobbiamo fare in modo che le persone si incontrino e imparino a conoscersi”.

Fabrizio Federici

Crisi della I Repubblica. Dissidi nella Sinistra italiana

Prosegue la serie di interviste sulla caduta della Prima repubblica. In questa intervista Carlo Tognoli, sindaco di Milano dal 1976 al 1986 e ministro durante la X legislatura, illustra la situazione del Psi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, raccontando le difficoltà di Craxi dopo la fine del suo mandato da Presidente del Consiglio. Tognoli racconta anche il complesso rapporto con i comunisti, la spinosa questione del finanziamento ai partiti e il ruolo della crisi delle ideologie. Infine ci parla della sua Milano.

Berlinguer-Craxi1Che clima politico c’era alla fine degli anni Ottanta? Si percepiva una crisi di fiducia tra partiti e società?
Un certo scollamento c’era da tempo, questa crisi non nasce certo negli anni Ottanta.
Si profilava già alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, ma dopo le lotte sindacali, le stragi, il terrorismo, il rapimento di Moro, la crisi economica, l’inflazione e l’instabilità politica, si accentuò un certo distacco tra opinione pubblica e partiti.
Ci fu una ripresa di fiducia grazie ai miglioramenti dell’economia, favoriti dal governo Craxi, e all’ingresso dell’Italia nel “club” dei primi sei Paesi industriali del mondo. C’era una prospettiva di stabilità.
Alla fine degli anni Ottanta, però, il distacco popolo-partiti tradizionali si acuì.

La percezione è che Craxi dopo la fine del suo secondo esecutivo (aprile 1987) fatichi a definire una strategia, conferma?
Di certo Craxi aveva un partito poco organizzato, che comunque aveva retto, senza sfondare, anche per la sua presenza alla guida del governo. La strategia l’aveva: recupero di voti e alleanze a sinistra, con l’obbiettivo della grande riforma.
Voleva vedere anche cosa facevano gli altri partiti (Dc e Pci). Per questo tenne in piedi dei governi di pentapartito, guidati dalla Dc (sdebitandosi così per l’appoggio avuto dai democristiani tra l’83 e l’87) per poi riprendere l’iniziativa.
La chiave di volta della questione riguarda la caduta del Muro di Berlino, dalla quale Craxi si aspettava svolte che, allora, non si sono verificate. Sperava che, acclarata la sconfitta del comunismo, i postcomunisti riconoscessero la validità del socialismo democratico e liberale.
Il Pds si spinse invece nei meandri dell’ecologismo, di un neo-terzomondismo e di un neo-pacifismo antiamericano (vedi il comportamento degli ex-Pci nella prima guerra contro l’Iraq per liberare il Kuwait).
Questo ha bloccato i progetti di Craxi che aveva nella sua prospettiva il recupero di un rapporto a sinistra. Voleva rafforzare il Psi e poi aprire verso il Pds (come dimostrò facendolo entrare nell’internazionale socialista). In realtà la maggioranza dei postcomunisti non voleva il dialogo con i socialisti e in particolare con Craxi.

Quindi era possibile un’apertura a sinistra?
Io credo di sì. Craxi sperava che con il passare del tempo ci sarebbe stata un’evoluzione del Pds in senso socialista. Sia i miglioristi sia una parte dei vecchi togliattiani non erano pregiudizialmente contrari ad un’apertura ai socialisti. Fattasi più lontana tale ipotesi, Craxi fu costretto a rimanere nel pentapartito e a puntare al ritorno alla guida del governo nel 1992.
È bene ricordare che il leader del Psi era anticomunista ideologicamente (non era leninista, né stalinista ed era profondamente democratico) ma non lo era politicamente: fu sempre disponibile al dialogo e alle alleanze col Pci, come dimostrano le sue scelte a Milano (1975 e 1988) e in molte altre città e la sua esperienza politica dagli anni ’50 in poi.

Uno degli elementi che scuote il sistema partitico è la Lega: che movimento era all’epoca?
L’avanzata della Lega era il segnale che una parte dell’opinione pubblica era stanca. L’antipolitica aveva ora una rappresentanza parlamentare.
Craxi aveva intuito la debolezza del sistema politico italiano, lento nelle decisioni, litigioso, interessato più al futuro “del partito” (per ciascuno il proprio) che non agli interessi generali.
Il movimento di Bossi si affermò nel Veneto e nelle province in cui, in Lombardia, prevaleva la Dc: Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Varese, Sondrio. La Lega si allargò come movimento antipartitico e antimeridionale, soprattutto ai danni della Dc.
Nel 1992 c’era una Lega all’attacco, ma era ancora un fenomeno provinciale: a Milano non attecchì molto.
Nel 1993 la Lega portò a casa il sindaco, nel capoluogo, in piena “bagarre” giudiziaria, perché prese, al ballottaggio, gran parte dei voti moderati che al momento non avevano rappresentanza politica, anche perché non c’era ancora Forza Italia.

Cosa accade nel 1992?
I prodromi della crisi del 1992 si riscontrano già nel 1991 quando Craxi, e parte della Dc, non comprendono il significato del referendum sulla preferenza unica.
Craxi, tra l’altro, aveva accolto la richiesta del Pds, timoroso di perdere troppi voti, di non votare nel 1991 per andare alla scadenza naturale della legislatura.
L’azione della magistratura, dopo le elezioni politiche del 1992 (nelle quali il pentapartito mantenne numericamente la maggioranza parlamentare) fece capire quale sarebbe stata l’evoluzione del quadro politico, malgrado il varo del governo Amato.
Il problema politico è che parte della Dc sottovalutò l’inchiesta, mentre il Pds cercò di utilizzarla a proprio vantaggio. I media e il Pds sostennero con forza l’azione della magistratura. Nessuno raccolse l’invito di Craxi di dare una lettura politica, oltre che giudiziaria, alle vicende dei finanziamenti illeciti dei partiti, in atto dal dopoguerra. Anche per questo Craxi divenne il capro espiatorio di questa drammatica crisi.
A dire il vero, fino al 1973 non c’era una legge sul finanziamento alla politica, e i partiti si arrangiavano come potevano, con contributi che arrivano in vari modi. Il finanziamento veniva dal mondo privato, dagli iscritti, dall’estero (URSS).
Con la legge sul finanziamento pubblico venne introdotto il reato di finanziamento illecito. Il sistema non cambiò di molto. I partiti facevano fatica a rinunciare a finanziamenti che servivano per gestire i costi crescenti della politica.

Alcuni hanno anche parlato di crisi delle ideologie, cosa ne pensa?
Per me le ideologie erano in crisi già negli anni Settanta. (c’è un bel saggio di Virgilio Dagnino di quel periodo, Obsolescenza delle ideologie).
Sia il ‘68 che il ‘77 furono le ultime fiammate, da parte di minoranze di giovani, di ideologie vecchie e superate. Basti pensare ai cortei in cui si esaltavano Marx, Lenin e Mao. Le ideologie si sgretolavano. Lo stesso Pci strumentalizzava quei movimenti, ma non sventolava più quelle bandiere.

Un’ultima domanda: ci parla brevemente della sua Milano?
A Milano avevamo ottenuto un grande consenso. Craxi era milanese. Nel 1980, alla mia prima prova elettorale come sindaco, il Psi sfiorò il 20%, confermato nel 1985.
Gli anni Ottanta per Milano furono l’uscita dal tunnel della crisi economica, della violenza e del terrorismo. Gli anni Ottanta, anche per l’azione positiva del governo Craxi, furono una liberazione dai mali del periodo precedente.

Si passava da una Milano da morire ad una Milano da vivere.

Martino Loiacono

Scrive Andrea Malavolti:
Razzi si offre come mediatore
fra Trump e Kim

Antonio Razzi, si legge sulla Gazzetta di Modena, si offre come mediatore tra Stati Uniti e Corea del Nord. E chiede a Trump e a Gentiloni di affidarsi a lui per discutere con Pyongyang. “Tra due settimane – ha fatto sapere – sarò in Corea del Nord. Cercherò di impegnarmi per far capire ai vertici del Paese quanto può essere importante mediare.

Fatemi parlare con Trump, sono a disposizione, così poi riferisco a Kim il messaggio che vuole mandare il presidente degli Usa”, aggiunge il senatore di Forza Italia. “Io non condivido – prosegue Razzi (in nomen omen? ndr) – le sue prove di forza, ma a volte sembra costretto a farle, perché nessuno vuole parlare di lui. Il 20 settembre partirò per la Corea, sono pronto a fare da tramite e da mediatore tra le due parti. Per il bene del pianeta, questo e altro”, dice a Radio Cusano. Razzi, uno dei pochi italiani in rapporti con il dittatore comunista asiatico, racconta di parlare in tedesco con Kim.

Andrea Malavolti