lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

50 anni fa il primo disco dei Pink Floyd: “The piper at the gates of dawn”
Pubblicato il 03-08-2017


floyd-pic1Agosto 1967, la Summer of Love che sta sconvolgendo il mondo, esplosa in California pochi mesi prima, è al suo apice. I semi del cambiamento di una delle più clamorose rivoluzioni culturali e di costume della seconda metà del secolo scorso si stanno spargendo nel terreno fecondo del panorama musicale del tempo, soprattutto statunitense e britannico, e il risultato darà vita alla più felice stagione della musica rock-pop della storia. Nell’anno di grazia 1967 escono album destinati a ribaltare la visione conosciuta e a influenzare decenni di musica negli anni anni a venire, esordiscono musicisti e band che segneranno un’epoca, dai Doors a David Bowie, dai Velvet Underground ai Grateful Dead a Jimi Hendrix, i Deep Purple e Led Zeppelin.

Pietra angolare di quella stagione è il primo album di un gruppo di cinque ragazzi inglesi, i Pink Floyd, già conosciutissimi e celebrati a Londra per le loro performance dal vivo al mitico club UFO, uscito per il mercato britannico esattamente cinquanta anni fa, il 5 agosto del 1967.

Il titolo del disco è ‘The piper at the gates of dawn’, ‘Il pifferaio alle porte dell’alba’ ispirato al libro di fiabe per bambini ‘The Wind in the Willows’ (Il vento tra i salici) di Kenneth Grahame, uscito ai primi del ‘900 e considerato un classico per l’infanzia in Gran Bretagna. Il contenuto è rivoluzionario. Psichedelia pura e sonorità ipnotiche si innestano in maniera sublime su testi surreali e fantastici. Roger Waters al basso, Richard Wright alle tastiere, e Nick Mason alla batteria, sono l’equipaggio della nave corsara capitanata da uno dei più grandi talenti musicali bruciati sull’altare effimero e drammatico delle droghe, Syd Barret. Il ‘pifferaio magico’ resterà con il gruppo solo pochi anni, firmando di fatto un solo album con la band e poi altri due da solista, ma il segno che lascia è indelebile. I suoi compagni di viaggio gli dedicheranno anni dopo un tributo meraviglioso, l’immortale ‘Shine on you crazy diamond’, contenuto nell’epico album Wish you were here.

‘The piper at the gates of dawn’ viene registrato in cinque mesi, a partire dal gennaio del 1967, nei mitologici studi londinesi di Abbey road. Nella sala di fronte, nelle stesse settimane, sono chiusi in ritiro creativo i Beatles, che stanno consegnando alla storia il loro disco forse più importante, ‘Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band’. Il disco raccoglie 11 canzoni spesso molto diverse tra loro, maciascuna a suo modo perfetta. Il filo conduttore è un acidissimo viaggio interstellare compiuto da Barrett e la poetica del disco sta tutta nella opening track, ‘Astronomy domine’, racconto inquieto di quel vagabondaggio, ispirato dall’uso massiccio che lo stesso Barret fa dell’Lsd, in cui il basso ipnotico e martellante di Waters è l’onda sonora che collega l’immaginaria stazione spaziale al pianeta Terra, mentre la chitarra e la voce solenne del Pifferaio sono libere di liberarsi nel cosmo.

Tra i pezzi più belli dell’album ‘Lucifer Sam’, ballata quasi folk che racconta la storia di un gatto magico che ricorda il felino satanico e beffardo che vaga nella la Mosca staliniana del ‘Maestro e Margherita di Bulgakov. E poi ‘Take up thy stetoscope and walk’ di impronta quasi beatlesiana nei cori e nel riff, e ancora quello che può essere considerato il capolavoro dell’album e della produzione musicale di Barret, ‘Interstellar overdrive’, undici minuti di jam session acida e alienante che i Pink Floyd eseguono spesso dal vivo in quegli anni dilatandola all’infinito. E ancora la fiabesca e tolkeniana ‘The gnome’, tratta dal ‘Signore degli anelli’, e ‘Chapter 24’, ispirata dal libro degli I Ching, fino alla conclusione giocosa di ‘Bike’, in cui Barret avverte che il viaggio è finito, e che è tempo di tornare sulla Terra.

‘The Piper’ è considerato un disco fondamentale dai cultori del rock-pop, ispiratore del filone che dagli anni ’70 conduce fino alla new wave inglese e all’indie rock statunitense passando per il punk. Ma è soprattutto il disco che segna il passaggio nella gigantesca cosmogonia del rock di uno dei più grandi talenti della musica contemporanea, quello di Barret appunto, morto undici anni fa nella sua casa di Cambridge dove ha trascorso gran parte della sua vita adulta, fissando con sguardo vuoto e folle il giardino della casa materna. Cinquanta anni dopo, il suono ammaliante del suo flauto continua a sussurrare. Il suo folle diamante continua a splendere.

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