sabato, 22 settembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Elena Granaglia, le tesi e le presunte “ombre” del reddito di cittadinanza
Pubblicato il 24-08-2017


elena granagliaElena Granaglia, docente di Scienza delle finanze, in “Luci ed ombre del reddito di cittadinanza” (MicroMega, 4/2017) presenta criticamente i “pro” e i “contro” che prevalentemente ricorrono nel dibattito pubblico aperto in molti Paesi sul reddito di cittadinanza, una modalità di reddito che in Italia si vorrebbe rinvenire nella recente introduzione del “reddito di inclusione”, in funzione del contrasto alla povertà.
Com’è noto, il reddito di cittadinanza, o reddito di base, è un reddito incondizionato erogato a tutti i componenti del sistema sociale (o a tutti i residenti), a prescindere dalle risorse detenute a qualsiasi titolo da coloro che lo ricevono; in altre parole, a prescindere, come si suole dire, dalla “prova dei mezzi” e dalla disponibilità, riferita al beneficiario dell’erogazione, a cercare una nuova occupazione, se ha perso involontariamente il posto di lavoro, o ad inserirsi per la prima volta in un rapporto di lavoro se mai è stato occupato.
La possibile adozione del reddito di cittadinanza nella forma più generale è sempre stata accompagnata, dacché si è iniziato a discuterne, da contrapposizioni tra sostenitori e oppositori. Elena Gramaglia riporta sia le argomentazioni di solito espresse a favore, sia quelle che ne evidenziano la improponibilità, per ragioni non solo economiche, ma anche di altra natura. Ciò che dell’articolo della Granaglia colpisce è il fatto che ella, nell’elencare gli argomenti a favore e quelli contrari, ponga l’accento su quelli che si potrebbero definire “marginali”, e non colga invece le implicazioni innovative che l’introduzione del reddito di cittadinanza potrebbe avere sul piano della riorganizzazione complessiva del sistema di sicurezza sociale realizzato, fondato sull’attuale welfare State.
Tra gli argomenti portati a favore del reddito di cittadinanza, l’autrice ricorda quello che fa “leva sulla libertà”, nel senso che il reddito incondizionato erogato a favore di rutti, “favorirebbe la libertà di dire no a lavori e datori di lavoro inaccettabili; la libertà per le donne di dire no a partner autoritari; la libertà per i giovani di non dipendere dalla famiglia”. Inoltre, sempre a parere dell’autrice, il reddito di cittadinanza, “lungi dal limitarsi a dare reddito, promuoverebbe anche relazioni sociali più eque”; ancora, un altro vantaggio, connesso alla libertà assicurata dal reddito incondizionato ricevuto, sarebbe quello “di favorire la vita activa e, con essa, il perseguimento di un’occupazione intesa come vocazione, anziché mero strumento di sostentamento”.
Peccato che la “vita activa”, per coloro che sono privi di reddito, non serva tanto a soddisfare l’esigenza, tutta interiore, di svolgere un lavoro piacevole, quanto quella di acquisire le risorse materiali sufficienti a sopravvivere, mediante la soddisfazione dei bisogni strettamente esistenziali; quali quelli che sono propri di chi, avendo perso il lavoro, può procurarsi quanto necessario alla sua sopravvivenza utilizzando in modo appropriato, piaccia o non piaccia, i soli servizi della sua capacità lavorativa.
In un mondo nel quale le opportunità lavorative sono divenute una “merce sempre più scarsa”, un reddito incondizionato erogato nella prospettiva che chi lo riceve possa garantirsi in proprio la libertà perduta dopo la sua espulsione dal posto di lavoro o con l’impossibilità di trovarne comunque uno, dovrebbe essere in assoluto il primo e l’esclusivo argomento a favore del reddito di cittadinanza.
Tra le obiezioni di natura extraeconomica avanzate contro il reddito di cittadinanza, le più problematiche sono quelle che sottolineano le difficoltà ad adottarlo, per via dei diffusi pregiudizi sociali riguardanti l’effetto negativo che l’erogazione di un reddito incondizionato avrebbe sulla propensione al lavoro. Tra questi pregiudizi, prevalgono, come osserva la Gramaglia, “il supposto parassitismo e, con esso, la violazione della nozione di reciprocità al cuore del patto societario”. Il reddito di cittadinanza, secondo tale pregiudizio, permetterebbe di non lavorare e di andare a fare surf a Malibù, anziché di cercare un lavoro.
Inoltre, oltre a violare il patto societario, il reddito di cittadinanza comporterebbe la rinuncia ad assicurare a tutti l’opportunità di lavorare e, dunque, l’accettazione sia dell’attuale precarietà del marcato del lavoro, sia del succedersi di una continua attività innovativa dei processi produttrici, che sempre più “potrebbe distruggere posti di lavoro”.
Infine, erogare un reddito fuori da ogni obbligo societario, significherebbe “ignorare il valore di altre opportunità/capacità fondamentali, quali fruire di asili nido e scuole di qualità, di servizi sanitari e di quartieri decorosi”. Il complesso di tutte queste controindicazioni concorrerebbe a distruggere l’etica del lavoro, in quanto il “dolce veleno” del reddito di cittadinanza disincentiverebbe l’aspirazione di chi lo percepisce a migliorare le propria professionalità, perché sarebbe indotto a diminuire l’investimento in istruzione.
Le obiezioni di natura economica sono tutte riconducibili all’affermazione che non ci riebbero “soldi sufficienti” a finanziare il reddito di cittadinanza. Qualora esso fosse introdotto in presenza di risorse limitate, la sua erogazione potrebbe avvenire solo sulla base di “importi unitari bassi”; fatto questo che varrebbe ad allargare e a rafforzare le obiezioni in termini dì iniquità a danno dei più bisognosi.
Di fronte al crescente intreccio delle ragioni portate a favore del reddito di cittadinanza con quelle portate contro la sua introduzione, a parere delle Gramaglia, ci si potrebbe “districare”, considerando che oggi i Paesi industrializzati ad economia di mercato si trovano nel mezzo di un cambiamento radicale delle modalità di funzionamento dei loro sistemi produttivi; per cui, come lo Stato sociale dei trenta anni gloriosi 1945-1975 “ha dato luogo a complementarità istituzionali benefiche con il sistema di produzione di allora”, forse nuove complementarità potrebbero essere “ricercate oggi fra nuovi assetti produttivi e nuove forme delle politiche sociali. Il reddito di cittadinanza potrebbe essere una di queste”.
Limitarsi a considerazioni del tipo di quelle appena riportate significa precludersi la possibilità di poter rifiutare in blocco tutte le obiezioni avanzate contro il reddito di cittadinanza, tutte formulate sulla base di assunti che sono ad esso estranei, e cioè: che l’attuale sistema di welfare State sia immodificabile; che il suo ulteriore allargamento possa servire a contrastare la disoccupazione strutturale irreversibile propria dei moderni sistemi economici capitalistici; che le risorse necessarie per finanziare un reddito di base assicurato a tutti non possano essere ricuperate attraverso una riforma strutturale del sistema complessivo di sicurezza sociale esistente.
Restando all’interno della logica “welfarista”, non è possibile cogliere il ruolo che il reddito di cittadinanza è in grado di svolgere all’interno degli odierni sistemi economici industrializzati ad economia di mercato; in altre parole, è impossibile condividere quanto una schiera sempre più estesa di analisti di sinistra, di centro e di destra va sostenendo da tempo: ovvero, che la logica capitalistica di funzionamento dei moderni sistemi produttivi non è più in grado di “creare” posti di lavoro, né di “conservare” i livelli occupazionali acquisiti; quindi, gli attuali sistemi industrializzati, anziché soddisfare gli stati di bisogno delle rispettive società civili, riversano su di esse l’”inconveniente” di produrre crescenti livelli di disoccupazione strutturale irreversibile.
Di fronte a questa situazione, sopraggiunge l’incombente e fatidica domanda: che fare allora? Proprio per dare una risposta all’interrogativo, è maturata l’idea che occorra creare, all’interno dei sistemi sociali che soffrono di una crescente disoccupazione strutturale irreversibile, condizioni tali da consentire, non solo il sostentamento del nuovo “esercito industriale di riserva” senza lavoro, ma anche l’autoproduzione, resa possibile dall’erogazione del reddito di cittadinanza, considerato come fonte alternativa di nuove opportunità di lavoro.
Inoltre, sin tanto che si continuerà ad affrontare la soluzione del problema della disoccupazione, insistendo sul valore psicologico del lavoro e trascurando la natura strutturale irreversibile della disoccupazione, si mancherà di considerare il crescente e continuo affievolimento, se non la totale estinzione, dell’etica del lavoro; in tal modo, non solo ci si preclude la possibilità di respingere la critica che il reddito di cittadinanza indurrebbe al parassitimo e che la sua erogazione affievolirebbe l’impegno politico di assicurare a tutti l’opportunità di lavorare, ma ci si preclude anche la comprensione del modo in cui gli esiti negativi della disoccupazione strutturale possano essere rimossi, ricorrendo ad una forma di reddito, qual è appunto il reddito di cittadinanza, alternativo a quello di mercato, sia pure integrato dalle politiche ridistributive di natura “welfarista”.
In conclusione, vale forse la pena di ricordare che la proposta di adottare il reddito di cittadinanza in luogo delle “misure” redistributive possibili col welfare State ha avuto un illustre predecessore in Edward James Meade, quando ancora il concetto di reddito di cittadinanza non era oggetto di dibattito pubblico; Meade proponeva il reddito di cittadinanza (che egli chiamava dividendo sociale) in luogo del welafre State, in quanto considerava il sistema di sicurezza sociale fondato su quest’ultimo meno efficiente e più costoso di quello che sarebbe stato possibile realizzare con l’adozione del primo.
Meade ha presentato questa proposta nel 1948, in “Planning and the Price Mechanism”, mutuandola dal lavoro di Lady Juliet Rhys-Williams, autrice nel 1943 di un libro dal titolo “Something to Look Forward Too” (Non vedere l’ora di fare qualcosa di nuovo); con la sua proposta Meade auspicava una riforma strutturale del modello di sicurezza sociale istituzionalizzato nel Regno Unito alcuni anni prima.
Lo stesso Meade ha riassunto così la proposta di erogazione dei un reddito di cittadinanza incondizionato/dividendo sociale: esso deve consistere nelle corresponsione di un pagamento in moneta (o dividendo sociale) ad ogni singolo cittadino, uomo, donna o bambino; la somma pagata deve sostituire tutti i benefici sociali corrisposti sulla base del sistema di sicurezza sociale esistente, quali i sussidi ai disoccupati, il pagamento delle pensioni ai lavoratori collocati a riposo per raggiunti limiti di età, i sussidi per malattia e quelli corrisposti ai minori di età; ogni uomo, donna o minore deve percepire il reddito di cittadinanza/dividendo sociale, qualunque sia lo stato di salute, tanto in caso di occupazione che di disoccupazione, e indipendentemente dall’età; non deve essere prevista nessuna prova dei mezzi, né devono esistere dei test per provare che i soggetti destinatari del reddito di cittadinanza/dividendo sociale sono impegnati nella ricerca di lavoro; né essi sono obbligati a dimostrare di essere realmente ammalati; i medici possono così cessare di rilasciare certificati di malattia e procedere, quindi, a tempo pieno nella cura dei loro ammalati; gli uffici per l’occupazione possono cessare di preoccuparsi dei disoccupati e impegnarsi maggiormente nell’avviare verso nuove opportunità occupazionali chi si trova involontariamente ad essere disoccupato. Conclusivamente, il Ministero della Sicurezza Sociale può addirittura essere chiuso, poiché i sussidi personali universali concessi incondizionatamente a tutti i cittadini possono prendere il posto dell’intero apparato del sistema di sicurezza sociale esistente.
Non è detto che la proposta di Meade debba essere accolta ed attuata “qui ed ora”; sarebbe follia solo pensarlo. Ciò, tuttavia, non significa che quanto suggerito dal premio Nobel non possa essere adottato, almeno come utopia alla quale ispirare un’attività politica riformatrice orientata a tradurla lentamente in realtà, al fine di realizzare nella libertà condizioni di vita sociale che il funzionamento del solo welfare State realizzato non è più in grado di assicurare.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento