mercoledì, 14 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il caso della bimba di Londra
Pubblicato il 29-08-2017


Partiamo dalla premessa. Londra ha eletto un coraggioso sindaco musulmano che combatte il terrorismo e il fondamentalismo, esponendosi in prima persona. E’ però una città colpita dalla violenza islamista, proprio perché culla della civiltà liberale e della convivenza pacifica di razze ed etnie. E non da oggi. Ha suscitato un certo clamore il caso di una bambina di famiglia cristiana affidata (non sono stati resi noti i motivi del distacco dalla famiglia naturale), anche per la scarsità di domande nel quartiere povero dove agiscono i servizi e dove hanno residenza le famiglie coinvolte, a una famiglia (il Times riferisce di due famiglie, e la cosa appare ancora più incredibile) di origine musulmana. I nuovi genitori avrebbero pensato bene di strapparle di dosso la collanina col crocifisso e di insegnarle l’arabo, nonché di imporle i divieti religiosi sul cibo.

Il Times ha visto documenti riservati del municipio di Tower Hamlets, che amministra una delle zone più povere di Londra e con un forte tasso di immigrazione, in cui un responsabile dei servizi sociali descrive le forti difficoltà della piccola ad ambientarsi nelle sue nuove case dove “non si parla inglese”. Sarebbe stata la piccola a denunciare il suo forte disagio ad ambientarsi nella nuova situazione. Francamente mi riesce complicato non attribuire qualche responsabilità a chi ha assunto questa decisione. Mentre le regole inglesi prevedono che “convinzioni religiose, origini razziali e sfondo culturale e linguistico” abbiano un peso nella scelta delle famiglie d’affido, questi criteri pare non siano stati rispettati. Tuttavia, data la scarsità di case d’affido di minoranze etniche, secondo il quotidiano, capita che bambini che provengono dall’estero vengano affidati a famiglie britanniche. La maggior parte dei problemi di differenze culturali riguardano questi casi, mentre é piuttosto raro che capiti il contrario.

Leggo che l’equiparazione viene fatta in questo modo dai soliti profeti del giutificazionismo ideologico anti occidentale. Se fosse stata una bimba musulmana ad essere ospitata in una famiglia cattolica o protestante, nessuno si sarebbe scandalizzato nel caso fosse stata educata alla nuova religione. Il vero paragone é invece quest’altro. E insisto, visto che qualcuno non distingue tra paesi fondati sulla libertà e paesi fondati sull’oscurantismo religioso. Proviamo a immaginare questa situazione. In un paese islamico, quello che volete, non solo Arabia Saudita o Qatar, una bambina di famiglia musulmana viene affidata a una famiglia cristiana. Mi fermo qui. Non vado oltre. Non parlo di collanine e di carbonare. E’ letteralmente inimmaginabile….

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Commenti all'articolo
  1. Caro Direttore, a me sembra strano che una bambina di cinque anni possa denunziare lo stato di disagio nella sua nuova famiglia etc. Ma se anche fosse, non sarà che il Times abbia un po’esagerato con questa vicenda? Il giudice avrà sbagliato, poi, per fortuna, ha fatto il famoso “passo indietro” e fine della storia.
    Tu citi Arabia Saudita o Qatar, ma il paragone forse è improprio: nel Regno Unito vivono milioni di non cristiani, in quei due Paesi arabi, invece, non vivono certo milioni di non musulmani.
    Credo che l’errore non stia nell’affidare una bambina cristiana a una famiglia musulmana, l’errore sta nel non imporre ai musulmani, ma non solo a loro, l’osservanza delle nostre leggi di libertà civile. Assimilazione forzata no, accettazione delle regole si.
    Cari saluti, Mario.
    P.s. Londra, culla della civiltà liberale, certo. Ma anche, per secoli, capitale di un impero mondiale che fece dello sfruttamento di terre lontane e dello sterminio di popoli indigeni due dei pilastri del proprio sistema. Chissà perché, quando si parla di colonialismo, ai francesi non si perdona nulla, agli inglesi quasi tutto, per cui un attentato nella Francia post coloniale appare quasi come un fatto in un certo senso prevedibile, mentre un attentato in Inghilterra lascia stupiti. Ma questo, me ne rendo conto, è un altro discorso.

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