lunedì, 16 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il giovane Bassani tra fascismo e antifascismo
Pubblicato il 04-08-2017


Lorenzo Catania, L'Italia fragile raccontata da BassaniAlberto Cavaglion, noto studioso dell’ebraismo, ha scritto che, “diversamente da Italo Calvino, Bassani non possedeva il pathos della distanza: semmai era condizionato dall’eccessiva vicinanza con i protagonisti dei suoi racconti. Era poi evidente che tendesse ad allontanare da sé incongruenze e cedimenti che in parte erano stati anche suoi”. Qui Cavaglion sembra alludere alla lettera di condoglianze di Bassani indirizzata a Vanni, il figlio maggiore di Nello Quilici, per la morte del padre, avvenuta a Tobruk il 28 giugno 1940 per un incidente aereo in cui perse la vita anche Italo Balbo: “Caro Vanni, non puoi credere come ti sia vicino] in questo tuo grande dolore. Ero le[gato a tuo padre con] vincoli di amicizia e di gratitudine.[…]Il giorno stesso che partì per la Libia – la mattina – fui a casa tua, a trovarlo: e ti giuro che mai mi parve come allora tanto ricco di umana bontà, tanto generosamente libero nei suoi giudizi, tanto amico.[…]Ti prego, caro Vanni, di essere forte, di sopportare le conseguenze di questa disgrazia con serenità e fermezza. So come siano vuote e inutili le mie parole: ma vorrei che tu sapessi uscire da questi momenti non abbattuto ma fortificato, e soprattutto degno di tuo papà. E che tu credessi fermamente alla mia amicizia.” Nello Quilici, direttore del “Corriere Padano”, era stato protettore del letterato in erba Bassani, che sulla terza pagina di quel giornale, strumento istituzionale di propaganda del regime, aveva esordito con il racconto III Classe. Al tempo delle leggi razziali, Nello Quilici, nell’articolo “La difesa della razza”, apparso sulla rivista “Nuova Antologia” del 16 settembre 1938, pur rifiutando la “persecuzione antigiudaica”, definita “ingiusta e stupida”, sentiva la necessità “della difesa della razza ariana contro l’elemento ebraico che non soltanto è inammissibile ma anche contrastante con l’elemento italiano”. Certo, a prescindere da questa lettera piena di affetto e di dolore, incongruenze e cedimenti verso il fascismo da parte di Bassani ci furono e non ci sorprendono, perché comprensibili e giustificabili nella biografia di un giovane che proveniva da una famiglia che, come tante altre famiglie ferraresi, si era fatta sedurre dalle sirene del regime. Lo rivela Bassani stesso in una conferenza sull’antifascismo da lui tenuta al Teatro Comunale di Bologna nel 1961: “Io, per esempio, uscivo da una famiglia perfettamente allineata ai tempi. Mio padre, lui, aveva preso la tessera del fascio addirittura nel ’20.[…] Uscivo da una famiglia di questo tipo: ebraica e fascista. Ma sia ben chiaro: infinite altre famiglie ebraiche erano a quell’epoca come la nostra[…]Eravamo dei piccoli borghesi, caratterizzati, anche noi, dagli stessi difetti, dalle stesse colpe, dalle stesse insufficienze della contemporanea piccola borghesia moderata cattolica.[…] Dopo il 1938, dopo le famigerate leggi razziali, quasi tutti capirono, naturalmente. Ma prima di questa data fatidica, ripeto, fra gli ebrei italiani dominava il conformismo più totale”. Le incongruenze e i cedimenti di Bassani verso il fascismo amareggiarono a posteriori lo scrittore, come evidenzia un passo del Giardino dei Finzi-Contini, dove l’io narrante dice alla giovane Micòl: “Comunque, due anni fa, quando a Ca’ Foscari ci sono stati i Littoriali, ti ringrazio di non esser venuta. Sinceramente. La considero la pagina più nera della mia vita”. Se è pertanto legittimo affermare che incongruenze e cedimenti del giovane Bassani verso il fascismo ci furono, difficile è invece stabilire l’esatta cronologia dell’antifascismo dello scrittore, perché su questo momento della biografia bassaniana non abbiamo documenti inoppugnabili, ma per lo più testimonianze orali e interviste rilasciate dall’autore: ”L’incontro a Bologna con Carlo Ludovico Ragghianti [ punto di riferimento dei dibattiti tra le giovani reclute dell’antifascismo] avvenne nel ’37, se non ricordo male, e per me significò moltissimo. Dal giovane letterato che ero, mi trasformò in breve tempo in attivista politico clandestino.”. Non credo perciò che sia pienamente accettabile l’idea che i prodromi dell’antifascismo di Bassani facciano data a partire dal 1936, come sostiene lo storico Alessandro Roveri, che nella lettera di solidarietà del futuro scrittore al suo vecchio professore di latino e greco Francesco Viviani, allontanato dal liceo Ariosto per motivi politici, coglie termini che si rifanno agli ideali del movimento Giustizia e Libertà: “Mi è grato ora ricordare in questo momento doloroso queste Sue elette qualità, e tanto più perché è per esse soprattutto se sono cresciuto ad oggi, uomo, nella pienezza dell’anima aperta a ogni bellezza; ad ogni altezza; uomo nell’amore sconfinato che porto alla libertà e alla giustizia”. E nemmeno l’idea che, ancora prima delle leggi razziali, nel 1937, Bassani aderisca alla lotta antifascista, militando nel partito d’Azione. È certo che a spezzare il percorso esistenziale e intellettuale di Bassani, le relazioni che egli aveva con la migliore borghesia cittadina, furono le leggi razziali emanate dal fascismo nel settembre del 1938.

Lorenzo Catania

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