mercoledì, 26 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

In sordina l’anniversario della fondazione del PSI
Pubblicato il 24-08-2017


In pochi hanno ricordato che il 15 Agosto ricorreva il 125° anniversario dalla fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani avvenuta con il congresso nazionale di Genova: partito che l’anno appresso a Reggio Emilia avrebbe ufficialmente assunto la qualifica di “socialista”.

Socialisti-Legge-Berlusconi-RenziE’ il caso, invece, di ribadire l’importanza di quella data proprio in questo momento nel quale si può ben dire che la sinistra si trova sul serio ancora lontana dal raggiungere “l’anno zero”.

Anzi la discussione in corso intorno al tema del formarsi di una presumibile soggettività politica unitaria della sinistra italiana (per adesso, in verità, soltanto di una lista elettorale) appare – da fuori – del tutto irritante perché circoscritta a questioni che, davvero, risultano negative.

Questioni sviluppate semplicemente a fini immediatamente utilitaristici e declinate semplicisticamente sulla base di un’accezione deteriore del concetto di “autonomia del politico”: la questione della cosiddetta leadership (fra l’altro contesa da personaggi almeno improbabili che al massimo sono in grado di proporre le disastrose “primarie”) e il tema delle altre cosiddette “alleanze di governo”, PD o non PD e quant’altro di vera e propria miseria umana.

Detto questo e ricordato ancora, rispetto al congresso di Genova, che tutti noi (socialisti di diversa tendenza e comunisti di varia collocazione, ma non certo cattolici popolari, radicali, azionisti) deriviamo da quella precisa vicenda politica, torniamo al 1892 per un breve, ma necessario, excursus storico.

Il congresso operaio nazionale di Genova discusse e approvò un programma politico che doveva rimanere la carta fondamentale del PSI fino alla rivoluzione d’Ottobre e al primo dopoguerra.

Da quel congresso iniziò un lavoro di organizzazione centralizzata, intesa secondo il principio socialista e classista e l’esempio di partiti d’ispirazione marxista già esistenti all’estero, in primo luogo quello tedesco.

In un periodo nel quale radicali e repubblicani, liberali, conservatori e cattolici militanti erano in modi diversi alla ricerca di un nuovo programma e di un embrionale coordinamento delle rispettive forze, i socialisti fondarono il primo partito moderno della storia d’Italia.

Pochi, allora, se ne accorsero nell’opinione pubblica ufficiale.

La grande stampa dedicò scarsa o nulla attenzione alla riunione nazionale dei socialisti, cha apparivano più condizionati da una dialettica interna al loro piccolo movimento che inseriti nella realtà storica.

Eppure la nascita del socialismo in Italia derivava proprio dalla capacità di affrontare quella realtà storica nei suoi elementi generali.

Il processo di unificazione politica dei socialisti si misurava infatti appieno con le grandi divisioni del Paese tra un Nord non ancora attrezzato sul piano della struttura industriale e un Centro – Sud agricolo e pre- capitalista.

Attraverso la costituzione del partito socialista si stabilivano contatti tra i gruppi d’avanguardia del proletariato settentrionale il già fiorente movimento cooperativo emiliano e i rappresentanti socialisti dei Fasci siciliani.

L’impulso unitario del 1892 nasce appunto dalla convergenza fra questi tre settori del movimento e i circoli e nuclei locali più o meno fittamente esistenti sul territorio nazionale.

L’iniziativa è nettamente nelle mani dei milanesi perché a Milano è molto più avanti che da altre parti l’incontro tra esperienze di lotta operaia e di ricerca politica socialista, attuata da nuclei intellettuali raccolti attorno alla “Critica Sociale” fondata da Turati nel 1891.

In precedenza,nel 1889, proprio dall’incontro tra gruppi di giovani intellettuali socialisti e alcuni dirigenti operai era nata la Lega Socialista Milanese, vero e proprio embrione del nuovo partito.

Erano cadute, nel frattempo, entrambe le iniziative che si erano sviluppate nel corso degli anni’80 all’interno del movimento operaio di tendenza classista: il Partito Operaio Italiano con centro a Milano e il partito Socialista Rivoluzionario fondato in Romagna da Andrea Costa.

Nella ricostruzione storica è necessario valutare appieno anche i tentativi condotti tra il 1877 – 80 dai redattori de “La Plebe” e dallo stesso Andrea Costa di unificazione del gruppi socialisti italiani: tentativi appoggiati tatticamente da Marx e da Engels soprattutto in funzione antibakuniniana.

La Lega Socialista Milanese si riallacciò a quei primi albori di coscienza di partito e alla tradizioni illuministiche e positiviste dell’ambente politico – intellettuale della Città.

Nel 1892 i tempi erano maturati soprattutto perché il processo di formazione di un’industria moderna a Milano e in altri centri era ormai in corso e il nuovo proletariato , la cui formazione derivava proprio da quel processo, si trovava sempre di più davanti problemi di lotta di classe non deformati da suggestioni ideologiche nazionali.

Correnti differenziate non se ne ravvedono ancora all’interno del congresso di Genova: la destra embrionale di Prampolini e dei reggiani è controbilanciata da un diffuso atteggiamento di intransigenza e di autonomia socialista.

Sul PSI pesava certamente l’origine antianarchica che aveva causato il giorno precedente la divisione della Sala Sivori, soprattutto rispetto al distacco dagli anarchici individualisti.

L’atteggiamento antianarchico si verificava però in un contesto di carattere internazionale: nel 1889 era nata a Parigi la Seconda Internazionale che in quel momento stava attraversando un processo di epurazione degli anarchici qualificandosi come organismo aperto a influenze democratiche mentre la socialdemocrazia tedesca riportava successi organizzativi ed elettorali.

In questo quadro erano in via di riflessione i temi dello Stato e della conquista del potere .

Il congresso di Genova fu dominato dalla discussione e dalla riformulazione del programma.

In quell’occasione il socialismo italiano raggiunse il massimo delle sue possibilità per l’epoca e l’atto della costituzione del partito richiede, ancora oggi, una valutazione storica prioritaria, rispetto a ogni indicazione di limiti.

Infatti, fino agli anni della prima guerra mondiale e al congresso di Bologna del 1919 il programma di Genova doveva rimanere il testo fondamentale del PSI, e solo una nuova valutazione del problema dello Stato e della conquista socialista del potere ne avrebbe, in pieno periodo rivoluzionario, dichiarato la genericità e insufficienza.

Dal testo curato da Luigi Cortesi “Il Socialismo Italiano tra riforme e rivoluzione” Laterza, Bari 1969, riportiamo il testo del programma del Partito dei Lavoratori Italiani (il lavoro di Cortesi cita come fonte: “La Lotta di Classe” del 20 – 21 Agosto 1892

“ Considerando

Che nel prossimo ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati; dall’altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali;

Che i salariati d’ambo i sessi, d’ogni arte e condizione formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto a uno stato di miseria, d’inferiorità e di oppressione;

Che tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di cotesti benefici, primo dei quali la sicurezza sociale dell’esistenza

Riconoscendo

Che gli attuali organismi economico – sociali, difesi dall’odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali della classe lavoratrice;

Che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro (terre, miniere, fabbriche, mezzi di trasporto, ecc.) e la gestione sociale della produzione;

Ritenuto

Che tale scopo non può raggiungersi che mediante l’azione del proletariato organizzato in partito di classe, indipendente da tutti gli altri partiti, esplicantesi sotto il doppio aspetto:

1) Della lotta di mestieri per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica,ecc.) lotta devoluta alle Camere del Lavoro e alle altre Associazioni di arti e mestieri;

2) Di una lotta più ampia intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni Pubbliche, ecc) per trasformarli, di strumento che oggi sono di oppressione e sfruttamento, in uno strumento per l’espropriazione economica e politica della classe dominante;

I lavoratori italiani che si propongono la emancipazione della propria classe

Deliberano

Di costituirsi in Partito, informato ai principi su esposti e retto da uno Statuto.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Qui si parla di “una presumibile soggettività politica unitaria della sinistra italiana”, salvo poi aggiungere “per adesso, in verità, soltanto di una lista elettorale”, e tale appendice o precisazione mi pare molto appropriata, dal momento che la sinistra di casa nostra si è sempre trovata divisa, fra una impostazione massimalista e quella invece ad impronta riformista, davanti alle grandi questioni del Novecento, e d’intorni.

    E non si è trattato di differenze di poco conto, talché mi sembra abbastanza improbabile che oggi possano essere superate, al punto da non riemergere, ed è forsanche una delle ragioni per cui questo 125° anniversario è passato in sordina, giustappunto perché una delle parti della sinistra non vuole riconoscere – nel fare il bilancio di questo arco storico – che l’altra, quella riformista, ha avuto sostanzialmente ragione, pur tra errori e contraddizioni.

    Paolo B. 31.08.2017

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