giovedì, 15 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Inps, più assegni di anzianità. Novità su Ape sociale. Perché cresce l’occupazione femminile
Pubblicato il 22-08-2017


Inps

PIU’ ASSEGNI DI ANZIANITA’

Nei primi sei mesi del 2017 sono state liquidate complessivamente 251.708 pensioni, per un importo medio pari a 1.035 euro. Lo rileva l’Inps che annota anche come relativamente al solo fondo pensioni dei lavoratori dipendenti si registri un aumento su base annua di circa il 9%.

Il numero degli assegni di vecchiaia e anzianità tra gennaio e giugno, si legge nell’introduzione del Report, è stato infatti di “entità superiore al corrispondente valore del 2016”. In particolare le pensioni di vecchiaia sono salite del 27,5% e quelle di anzianità del 54,9%.

Sostanzialmente stabili invece le liquidazioni per genere e per distribuzione territoriale per le quali “non si ravvisano differenze significative tra l’anno 2016 ed i primi sei mesi del 2017”. In calo invece i trattamenti di invalidità rispetto a quelli di vecchiaia “giustificato dai tempi più lunghi di liquidazione delle pensioni d’invalidità oltre che da un aumento delle pensioni di vecchiaia”.

Pensioni, Poletti: con sindacati lavoro utile e positivo – “È stato un lavoro positivo e utile. Abbiamo ripercorso tutti gli argomenti esaminati fino ad oggi sia sul lavoro che sulla previdenza e definito un primo calendario operativo. L’obiettivo è arrivare a un documento su cui ci sia la massima condivisione possibile. Lavoriamo in questo senso”. Così si è espresso il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine dell’ultimo lungo incontro, prima della pausa estiva, avuto con i leader di Cgil, Cisl e Uil

 Fondazione studi Consulenti lavoro

TUTTO SU APE SOCIALE E PRECOCI

Quali sono i lavoratori precoci che possono accedere alla pensione anticipata? Chi è stato licenziato deve rinunciare alla NASpI per poter richiedere l’Ape Sociale? Per rispondere a questi e tanti altri quesiti la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha elaborato un documento contenente 10 Faq sull’ Ape sociale ed i lavoratori precoci.

Riguardo all’Ape sociale, i consulenti, tra le altre cose, fanno presente che ci sono requisiti che possono essere maturati anche dopo l’invio di richiesta di certificazione all’Inps. Infatti “sono sempre valutati in via prospettica dall’Istituto (dunque maturabili anche dopo l’invio della richiesta di certificazione) il requisito anagrafico dei 63 anni di età; l’anzianità contributiva di 30 anni e dei 36 anni per lavoratori ‘usurati’; l’assenza di qualunque indennità connessa allo status di disoccupazione e la cessazione di qualsiasi attività lavorativa prima della decorrenza della indennità”.

“Per chi richiede la Pensione Anticipata ‘Precoce’, la Circolare Inps 99/2017 -spiegano ancora gli esperti della Fondazione Sudi Consulenti del Lavoro- ha chiarito i requisiti che possono essere maturati anche dopo la richiesta di certificazione: il requisito di 41 anni di contribuzione accantonata in Gestioni Inps, Casse Professionali o Forme di Sicurezza Sociale UE o di Stati Convenzionati; la cessazione dell’attività lavorativa. Per i lavoratori disoccupati i 3 mesi di inoccupazione successivi alla indennità di disoccupazione spettante. Per i lavoratori ‘usurati’ i 6 anni di svolgimento in via continuativa dell’attività difficoltosa negli ultimi sette prima della decorrenza della indennità o in alternativa i 7 anni negli ultimi 10 o la metà della propria vita lavorativa in una delle condizioni di lavoro richieste dall’art. 1 del D.lgs. 67/2011”.

Lavoro

PERCHE’ CRESCE L’OCCUPAZIONE FEMMINILE

Migliora il tasso di occupazione femminile, che a giugno ha raggiunto il 48,8%, il valore più alto dal 1977. Un dato che ha a che fare anche con il gap salariale rispetto agli uomini, secondo Simone Colombo, consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing: “In primis le donne costano meno, dato rilevante ai fini di una valutazione oggettiva del livello di crescita globale del tasso di occupazione. La ripresa è comunque fisiologica, dal momento che all’inizio del 2016 le aziende hanno fatto tutti i licenziamenti strutturali, ergo la ripresa era prevedibile”.

“Lo stesso vale – ha spiegato – per le donne laureate, molto più ricercate perché, a parità di condizioni, avranno uno stipendio inferiore rispetto ai laureati di sesso maschile. Seconda ragione: le donne accettano favorevolmente un part time, tanto che, se le aziende hanno necessità di recuperare del personale a orario ridotto, è più semplice attingere da un bacino femminile”.

“Una ulteriore motivazione, che esula dalla selezione del personale – ha affermato – ma che ben si lega all’evoluzione naturale del percorso di vita al femminile, è che ora la donna, dopo la maternità, torna più volentieri ad affacciarsi sul mercato del lavoro, specie dopo che i figli sono cresciuti ed è possibile dedicarsi nuovamente alla carriera”.

“È quindi disposta – ha sottolineato Simone Colombo – ad avanzamenti di carriera più lenti, o a non avanzare proprio, pur di tornare attiva, a differenza degli uomini che non si assentano per la maternità e non devono quindi pagarne lo scotto rimanendo indietro rispetto alle colleghe”.

“Il quarto motivo – ha proseguito l’esperto – è dovuto alla possibilità di stipulare contratti di inserimento per le donne che lavorano in aree con un tasso di livello occupazione femminile inferiore al 20% rispetto a quello maschile. Si tratta di una delle pochissime agevolazioni all’assunzione rimaste e interessa tipicamente in aree in cui il divario dell’occupazione per genere è statisticamente maggiore: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e alcuni comuni del Centro-Nord”.

“L’ultima motivazione – ha aggiunto – riguarda la tipologia di lavori richiesti, meno attinenti alle attività di ‘fatica’ e maggiormente rivolti al Terzo settore e ai servizi, attività in cui la differenza di genere è sempre più relativa e si tendono ad assumere più donne di una volta”.

“Tornando alle rilevazioni Istat, il picco riguarda naturalmente anche i contratti a termine: il punto è che la situazione lavorativa è cambiata perché, a seguito del Jobs Act, i contratti a tempo determinato oggi consentono alle aziende di fare una prova di 3 anni grazie a un sistema di proroghe di 6 mesi in 6 mesi o di anno in anno, avendo l’opportunità di licenziare con maggiore semplicità”, ha detto Colombo.

“Stesso discorso vale anche in parte per il tempo indeterminato, laddove è molto più semplice oggi licenziare, a vantaggio dell’azienda. Se quindi l’Istat ci fornisce qualche speranza da un lato, dall’altro è importante andare a scavare in fondo alla questione: dal confronto europeo usciamo sconfitti con due punti percentuali più alti sul tasso di disoccupazione rispetto alla media dell’Eurozona, in particolare rispetto alla Germania”, ha avvertito.

“L’aumento dei contratti a termine (+37mila), raggiungendo quota 2,69 milioni (il valore più alto dal 1992), evidenzia quale sia lo stato dell’arte, ossia che oggi il lavoro c’è ma è sempre più precario, mentre il lavoro autonomo di free lance e partite Iva è sceso ai minimi storici (5,3 milioni)”, ha concluso Colombo.

 Professionisti

PAGHE PIU’ POVERE PER DIRIGENTI NAPOLETANI E BARESI

Un dirigente napoletano o uno barese arrivano a guadagnare quasi 12 mila euro in meno all’anno di un collega lombardo. Stessa sorte per un dirigente siciliano. Va ancora peggio ai calabresi. Appena 86 mila euro lordi l’anno a fronte di quasi 105 mila del primo in classifica. E’ quanto emerge dalla Guida alla retribuzione dei dirigenti in Italia, realizzata da Badenoch & Clark, azienda specializzata nel recruiting di figure manageriali ed executive, in collaborazione con JobPricing.

I dirigenti meridionali non escono bene dalla classifica. Occupano tutti (tranne i sardi) la seconda metà della classifica. I lucani addirittura ultimi con una ral (retribuzione annua lorda) di 20 mila euro inferiore a quella dei colleghi lombardi. Dall’indagine, condotta su oltre 300.000 osservazioni in tutta Italia, è emerso che sono i dirigenti che lavorano in grandi aziende della Lombardia nel settore alimentare e dei beni di largo consumo e con ruoli di direzione generale o legale quelli che guadagnano meglio mentre, all’altro capo della classifica, ci sono i dirigenti con ruoli it in società di servizi e consulenza software e che operano in Basilicata.

Il gap tra ral di un dirigente milanese e uno potentino è infatti di circa 20 mila euro annui (104 mila euro contro 84 mila), mentre la distanza tra stipendi di dirigenti che operano in una micro e una grande azienda è del 25,3% (89 mila euro contro 112 mila euro). Tra i dirigenti nel settore food&wine e quelli che operano in società di servizi e consulenza software c’è un divario di 23 mila euro (112 mila contro 89 mila). Si tratta di scostamenti che non tengono conto della retribuzione variabile che pure incide nel 76% dei casi sullo stipendio dei dirigenti per circa il 20% della ral.

La quota variabile per i dirigenti è infatti consistente, pari a circa 19 mila euro annui, ma questa categoria professionale è l’unica ad aver registrato un calo delle retribuzioni (-2,9%) nel 2016 rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda la quota variabile, è sempre sullo stipendio dei dirigenti lombardi che si ha il peso maggiore (20,8%), mentre pesa di meno per i dirigenti della Valle d’Aosta e del Molise (15,3% della ral).

All’interno delle famiglie professionali, ad esclusione dei ruoli di direzione generale (peso di retribuzione variabile del 22% e ral di 119 mila euro), i ruoli dell’area legal e compliance presentano la ral più elevata (106 mila euro), in particolare per la loro presenza in aziende di grandi dimensioni dove anche il peso della retribuzione variabile è alto (20,7%).

Analogamente, osservando l’età anagrafica e la seniority nel ruolo, si osserva che le retribuzioni crescono del 7,1% con un’esperienza che varia da meno di 2 anni a più di 5 e addirittura del 30,3% per dirigenti da 25-34 anni a oltre i 65 anni.

Carlo Pareto

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