giovedì, 24 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

PROGETTO PER IL FUTURO
Pubblicato il 04-08-2017


tappeto rosso“Questo non è un governo balenare. In questi giorni sono stai approvati due provvedimenti importanti: quello sulla concorrenza e il decreto per il mezzogiorno. Ma ce ne sono altri da aggiungere alla lista. Alla ripresa dei lavori è la volta dello ius soli. E politicamente solo in maniera parziale è un governo in continuità con il precedente. Perché ha una maggioranza parlamentare molto più travaglia e incerta. Infatti i voti di fiducia al Senato si stabilizzano sui 145-148 voti rispetto ai 170 di del governo Renzi. Però per gli atti prodotti e per quelli in cantiere non può essere ritenuto un governo balneare. È un governo di transizione perché comunque resta il terzo governo della legislatura e ed il governo che ci porterà alle elezioni”.

Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini in una intervista in cui fa il punto della situazione del lavoro fin qui svolto del governo Gentiloni e traccia il percorso del partito fino alle prossime elezioni politiche.

Hai citato lo Ius soli. Ma le resistenze sono ancora tante…
È l’impegno che il capo del governo ha preso. La legislatura si concluderà con lo ius soli, con una nuova la legge elettorale quale che sia, e con la legge di stabilità. L’altro provvedimento importante, che arriva da una iniziativa nostra, è il piano città, che arriverà tra settembre e ottobre e riguarda interventi per il risanamento della periferia e traccia una idea per il futuro della città italiana. Una sorta di portolano che consegniamo agli amministratori locali. Ricordo però che lo ius soli va corredato di due fattori: il primo è, per chi vive in Italia, il giuramento sulla Costituzione. Deve essere rispettato il diritto alla parità di genere che la Carta prevede e non sempre, per chi proviene da culture diverse, questo diritto vine considerato. Secondo: i profughi che vivono in Italia devono svolgere lavori socialmente utili alla comunità che li ospita.

Cosa pensi delle parole di Salvini su Napolitano…
Le parole di Salvini, che sono anche le parole dei Grillini, rappresentano un modo di fare politica. Sono gli stessi termini usati da fascisti tra il 1920 e il 1922. Prima di andare al potere. Addirittura le stesse parole che sono un miscuglio di offese di minacce. È la rappresentazione politica dell’Italia della rabbia e del rancore. Se vince questa visione, questi precipitano l’Italia all’età della pietra.

E come si risponde a chi cavalca la rabbia?
Bisogna riscoprire gli strumenti tradizionali e dare più fiato all’innovazione. Quando parlo di tradizione, parlo di una riscoperta dei partiti. Mettiamola così: la società italiana ha perso il ceto medio. E la politica italiana ha perso i partiti. Né al ceto medio né ai partiti sono stati sostituiti altri soggetti. E si è aperta una voragine. Sta andando in crisi anche la soluzione, che nei momenti di emergenza spesso viene ambita, della la ricerca di un leader. Di un uomo solo al comando. Ma nessuno, solo al comando, è in grado di risolvere i problemi delle società complesse, se non ha una società di mezzo che lo sostenga in questa azione. A Orvieto, tra un mese, parleremo di questo, rivolgendoci agli eletti nelle amministrazioni locali e nelle regioni. Ed è da lì che bisogna ripartire perché sui territori trovi ancora esperienze che si sono confrontate con i problemi dei cittadini. Quando si governa il territorio, il cittadino lo si incontra tutti i giorni e noi non possiamo privarci di queste esperienze.

Ci hanno detto che i partiti non servono più…
Si sente la mancanza di luoghi di formazione. In Italia non sono maturate nel tempo organismi alternativi ai partiti che svolgessero questa attività. Per cui la rottamazione delle esperienze e il trionfo del nuovismo ha prodotto disastri.

In Italia manca una destra di governo, capace di respingere i populismi da bar alla Salvini tanto è vero che il leader legista si candida a guidarla quella destra…
L’unica destra di governo è stata quella di Berlusconi. Quella di Salvini e quella di Grillo è una sorta di milizia armata. Certo non abbiamo mai conosciuto in Italia una destra conservatrice di tipo anglosassone. È stata sempre la Democrazia cristiana, con le sue correnti, a rappresentare quel pezzo della destra. Non a caso quando la Dc muore, Berlusconi occupa soprattutto quello spazio.

Il Ministro Martina, dice che la legge elettorale non risolve problemi della sinistra e “al voto bisogna andare con una lista con Calenda e Pisapia”. Ma è di oggi la notizia di un riavvicinamento tra Pisapia e Speranza. Che ne pensi?
La sinistra non può essere una somma di sigle. Deve essere un progetto per il futuro che convinca il mondo dei giovani a sceglierla e oggi sono lontani da questa sinistra. Quindi serve un progetto costituito da chi ha le stesse affinità e solleva la testa per guardare lo stesso avvenire. E questi sono i partiti che partecipano al socialismo europeo, sono le culture radicali che hanno fatto grandi battaglie sui diritti individuali. È un sinistra di governo che Pisapia potrebbe rappresentare. Non guardo le agenzie quotidiane. Sta di fatto che Pisapia ha fatto un’ottima mossa del cavallo, togliendosi da torno chi lo voleva vincolare con un abbracciare mortale. Quello sventolio di bandiere di Mdp a Piazza Santi Apostoli a Roma qualche settimana fa, è diventato nell’immaginario collettivo, l’immagine di Pisapia. E lui ha fatto bene a scrollarsela di dosso. Vedo che c’è un pugno di compagni che pensano di entrare nel partito di Bersani e D’Alema. Lo dico a chiare lettere: io li non vado. Va preservata l’autonomia delle nostra comunità e bisogna che il Psi faccia da cerniera tra il Pd e la sinistra di governo che Pisapia, la Bonino ad altri assieme a noi potrebbero costruire.

Hai citato la legge elettorale tra le cose a cui mettere mano. Perché dal tipo di legge dipendono tante cose.
È la ragione per la quale Martina ha torto. È vero che la legge elettorale non sostituisce le decisioni politiche, ma si può avere una legge elettorale che favorisce un disegno politico oppure che lo ostacola. Prima viene il progetto e poi viene la legge elettorale. E siccome a Renzi piace vincere, ma anche a me piace vincere, avere di fronte Berlusconi che prova a riunire il vecchio Popolo delle libertà, il Movimento 5 Stelle che nonostante la Raggi tiene dei sondaggi, non posso pensare che il leader del partito democratico voglia arrivare terzo nelle prossime elezioni. Ma c’è un’altra ragione per cui questo mondo stia assieme.

Quale?
Ci sono due grandi fattori che non sono governabili nel breve tempo e che hanno bisogno di una società responsabile. Il nodo migranti non lo sciogli in un triennio e c’è bisogno di comuni, regioni, di una società di mezzo, del modo del volontariato, del mondo delle associazioni che condivida la stessa missione che è fatta di cose legate alla politica estera, come la revisione dei trattati di Dublino o gli accogli con la Libia. L’indispensabile contrasto alla Francia, perché non possiamo più tollerare che la Francia prenda il petrolio libico, chiuda i porti e un mondo di disperati attragga soltanto nei porti italiani.

A proposito di Francia che dire delle vicende come quella di Fintantieri e Vivendi
Sono la conferma che c’è bisogno di meno stato nel governo di alcuni pezzi della società. Ma c’è bisogno di più stato nel governo delle grandi scelte strategiche. Macron che non è liberista designato, è l’ultimo modello del neogollismo francese, si muove in politica estera e nelle relazioni industriali da protettore del suo stato. Quindi c’è bisogno di più stato pure per noi. Anche per un’ultima ragione: noi avevamo un wealfeare che tamponava situazioni di crisi provvisorie. Ora bisogna cominciare a pensare a un welfare che abbia delle misure stabili . Quindi tutto quello che defiscalizzazione per chi assume, formazione permanente, premialità per gli studenti meritevoli, reddito di cittadinanza per chi è nella situazione del bisogno, sono misure che può assumere soltanto uno stato autorevole.

Per concludere parliamo dell’appuntamento di orvieto.
A Orvieto ci sarà il Pd. Ci saranno i Radicali. Abbiamo invitato Pisapia. La foto di gruppo è chiara. E accanto a loro una miriade di amministratori locali che hanno il polso quotidiano dell’Italia.

Daniele Unfer

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Commenti all'articolo
  1. L’abbinamento tra perdita del ceto medio e perdita dei partiti, viste come una sorta di fisiologica coincidenza, potrebbe anche starci se non fosse che manca la contemporaneità, e ciò non è un caso, almeno a mio avviso, perché a me sembra che il declino della classe media produttiva, quella che io ricordo come artefice del miracolo economico italiano, sia iniziato successivamente alla scomparsa dei partiti identitari, o meglio di una parte dei medesimi, ossia quelli che, sempre dai miei ricordi, avevano tradizionalmente compreso l’importanza di detta categoria sociale, cercando dunque di salvaguardarne la presenza e il ruolo.

    Invece, i partiti di un tempo che scamparono a quel “tracollo” avevano verosimilmente altra cultura politica, e una volta arrivati alla guida del Paese possono aver visto con occhi ben diversi la funzione del ceto medio e, salvo smentita, collocherei appunto in quegli anni l’inizio del suo declino, che più d’uno attribuisce al troppo carico ed inasprimento fiscale, quando è piuttosto noto che il peso delle tasse agisce da freno per il sistema produttivo nel suo insieme, specie di piccola e media dimensione, e può dunque non essere causale il fatto che al suo interno vada apparentemente allargandosi la simpatia verso l’aliquota fiscale unica.

    Né può stupire che il ceto medio, in tutto o in parte e anche per spirito di sopravvivenza, cerchi figure e personalità che possano tirarlo fuori da questa situazione, e del resto la storia è piena di esempi secondo cui tale ceto, messo nell’angolo, ha alla fine reagito con determinazione ed energia, pur se per solito si dimostra molto paziente, e dopo che la politica convenzionale fa crescere oggigiorno i dubbi sulla sua capacità di “risolvere i problemi delle società complesse”, può essere abbastanza normale e comprensibile, o non deve comunque scandalizzare, che si guardi pure ad “un uomo solo al comando”, proprio come alternativa o via d’uscita.

    Il sentir dire poi che “l’unica destra di governo è stata quella di Berlusconi” fa tornare alla mente quanto la sinistra lo abbia osteggiato, non come avversario politico bensì come un “nemico”, al quale nulla è stato risparmiato nel corso di tanti anni al fine di deligittimarlo, e questo precedente mi fa ritenere che alla fine la sinistra, anziché impegnarsi in un “progetto per il futuro”, che tenga anche conto degli “umori” del corpo elettorale, non sia cioè autoreferenziale – progetto nel quale possa riconoscersi ogni sua componente, e tramite il quale confrontarsi con gli altri soggetti politici – troverà più semplice e comodo compattarsi di nuovo contro un “nemico comune”, e mi chiedo pertanto come i liberal riformisti possano ritrovarsi in siffatta prospettiva (mi si potrebbe naturalmente rispondere che mi sto sbagliando, e che non vi sarà più alcun “nemico”, ma gli antefatti e il “senno del poi” mi portano a pensarla diversamente).

    Paolo B. 05.08.2017

  2. Il commento di Giuliano mi porta a fare un’altra considerazione, nel senso che il PSI dovrebbe a mio avviso fare una “scelta politica”, che ancora non mi è ben chiara, pur se potrebbe essere un mio limite il non averla già colta.

    Optare cioè per una linea di stampo o tendenza massimalista, che non di rado mi sembra affiorare, se non prevalere, anche su queste pagine, oppure seguire invece una direttrice ad impronta liberal riformista.

    Di programmi “impegnativi” si sente parlare da tempo, ma in molti sono abbastanza scettici sul fatto di poterli effettivamente vedere, mentre altri ritengono che potrebbero non essere poi rispettati, specie se sono programmi “plurimi”, ossia di coalizione.

    Assume così importanza il sapere almeno verso quale “direzione politica” si muove un partito, anche perché mi sembra il naturale presupposto per decidere il tipo di alleanza .che si può stipulare.

    Paolo B. 09.08.2017

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