venerdì, 15 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La natura delle cose. Il destino ecosocialista
Pubblicato il 11-08-2017


Torno sul mio “cavallo di battaglia”: l’ecosocialismo.
Dopo aver elaborato la teoria, con soddisfacente accoglimento anche su testi accademici, mai come in questo periodo ho assistito al prorompere di una sua “verifica sperimentale”.
-Pecorella-BerlusconiLa nostra fenomenologia esistenziale appare interamente e costitutivamente attraversata da centrali emergenze ambientali.
Tra disastri sismici e sconvolgimenti climatici, radicali squilibri idrici e “polverizzazioni” ecosistemiche, fino alle fluttuazioni antropiche, prevalentemente dettate dal rapporto tra individui e risorse, domani prevedibilmente moltiplicate da cause climatiche, tutto sembra muovere in una direzione ben definita.
Terra, aria ed acqua, per non parlare del “fuoco”, reclamano la loro centralità, predisponendo nuove dinamiche sociali, sollecitando nuove categorie interpretative, atte a forgiare nuovi stili di vita ed a costruire nuovi modelli di sviluppo.
In quest’ottica l’ecosocialismo appare approdo fatale, puntellato sul piano teorico ma corroborato anche su quello empirico, proteso verso l’aggiornamento ideale della sinistra politica, attraverso l’emblema del passaggio evolutivo “dalla coscienza di classe alla coscienza di specie”.
A tal proposito Lucio Colletti, all’indirizzo del pensiero filosofico prevalente degli ultimi due secoli, ebbe a teorizzare una “sostituzione nel concetto di realtà”.
Con ciò ravvisò, in modo sconcertante, che non si trovò più ad esistere prima la realtà naturale, astronomica, terrestre, su cui si è sviluppata la vita e quindi l’uomo con la sua storia, bensì, capovolgendo i termini, solo la realtà umano-divina, che tutto comprende, da cui tutto discende, a cui tutto è orientato.
A questo punto urge il recupero del senso della realtà ed il “nostro” socialismo, figlio naturale del positivismo evoluzionistico, su questo terreno non rischia di avere disorientamenti.
D’altra parte sul piano dell’evoluzione del pensiero marxista, risalta un importante percorso altamente funzionale al ragionamento introdotto.
Nella cosiddetta epoca postmoderna, il marxismo imbocca la via estetico-esistenzialistica che da Ernst Bloch alla Scuola di Francoforte, da Andrè Gorz a James O’Connor disegna i contorni di un ecomarxismo.
In sostanza anche l’ottica di un tracciato storico-politico sembra indicare la riproposizione duale della sinistra radicale e riformista, questa volta sul terreno ecopolitico.
Ora l’evidenza fattuale ci segnala la centralità della natura sulle nostre dinamiche esistenziali, indicando nella storia naturale la variabile indipendente rispetto alla storia umana.
La categoria della specie prevale su quella della classe, a suggellare contestualmente tanto l’acquisita caratterizzazione liberale del socialismo, quanto il moderno rilancio dell’ideale socialista.
Dopo l’assunzione della felice formula dei “meriti e bisogni”, emerge la necessità sostanziale del bisogno di un merito.
La missione politica del secolo è quella climatica, che per natura tutto comprende e tutto condiziona.
Si impone oggi, in ossequio alla loro unità di fondo, una riconversione ecologica dell’economia, che manifesti nelle coordinate della circolarità e della territorialità la propria dimensione.
Solo un’economia che si avvalga dei cicli e si inserisca nei cicli della natura, con uno sviluppo che si articoli nella “ecodiversità”, nella specificità dei territori, possono rappresentare l’antidoto alla crisi strutturale, eco-sociale, del modello lineare attuale, crescita-consumo-spreco, determinando così l’unico strumento di razionalizzazione delle risorse al fine di poterle redistribuire.
Al tempo stesso solo attraverso questa nuova impostazione è possibile inserirsi propositivamente nella diade politologica del nostro tempo, caratterizzata dal confronto tra ”globalisti” e “sovranisti” e foriera in concreto di continue spinte “centripete”, contrastanti i teorici propositi “centrifughi”.
La ricetta che va avanzata è quella di un sano “territorialismo”, in grado di esaltare le irriproducibili identità territoriali, avvalendosi delle opportunità della irreversibile globalizzazione.
Esclusivamente in questa direzione ritengo possa rilanciarsi la prospettiva del socialismo, ridando anima ad una decrepita e confusa sinistra, drammaticamente divisa tra vecchie categorie ed il nulla.
Solo così, infine, è possibile parlare alle nuove generazioni, calamitate in casa nostra dalla destra e dal movimento “cinque stelle”, il quale non può continuare ad essere identificato come un riferimento esclusivamente di malcontento.
Tale movimento esprime in fondo il senso di una politica ecologica ed una ecologia della politica, in sostanza etica ed ecologia che nel profondo etimo greco, congiuntamente all’economia, non casualmente convergono.

Carlo Ubertini

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Commenti all'articolo
  1. Carlo Ubertini ci propone una riflessione sull’ecosocialismo, attorno al quale già più volte ci aveva richiamato. Non solo condivido la sua analisi e trovo molto interessante quel passaggio “dalla coscienza della classe alla coscienza della specie”, ma ritengo che i nuovi indici climatici, nonché le inondazioni, terremoti, incendi, distruzioni ambientali, che anche recentemente si sono verificati in Italia, impongano a tutti una nuova visione ecologica. Personalmente, subito dopo la strage di Amatrice, mi permisi di suggerire ai nostri parlamentari di presentare subito due proposte di legge: una immediata di sostegno alle popolazioni colpite e un’altra, strategca, tesa a una verifica della situazione e a una riconversione antisismica di tutti gli edifici. Quest’ultima operazione, che richiede uno sforzo ingente di natura economica e umana se la si estende a tutto il territorio nazionale, é di per sé una rivoluzione ecosocialista. Ripensare agli edifici e ai territori del nostro Paese é oggi forse anche più importante che pensare al legittimo benessere economico delle persone. Anche qiest’ultima affermazione implica una riconversione del pensiero degli italiani. Senza mettere in contrasto la sicurezza delle persone col loro livelllo concreto di vita, occorre sempre pensare che trascurare la prima apre le porte alla distruzione non solo dell’ambiente ma anche degli uomini. La riflessione di Ubertini apre ulteriori due fronti di elaborazione. Il primo riguarda l’aggiornamento dell’intuizione martelliana sui meriti e bisogni che compie trent’anni e che certo non poteva compiutamente affrontare né il grande tema della rivoluzione tecnologica, né, almeno nei termini attuali, quello ambientale. Sarebbe opportuno farlo ora, visto che più volte Nencini ha lanciato l’idea di una sorta di Rimini tre (le conferenze programmatiche del vecchio Psi furono due, una svolta nel 1982 e l’altra nel 1990). E infine la crisi dell’ambientalismo politico, l’eclissi dei Verdi, che in Italia sono o scomparsi o variamente collocati. Quando, mi si consenta solo un’autocitazione, al congresso lanciai l’idea di un nuovo soggetto laico, riformista, liberale, ecologista, prendevo lo spunto anche da questa crisi. Dalla necessitá di porvi rimedio, con una nuova proposta. In fondo l’equità, valore fondante della storia socialista, la libertà, valore essenziale delle lotte radicali, l’ecologia, valore di base dei movimenti ambientalisti, oggi non trovano una espressione politica adeguata. Questo é quel che manca oggi nella politica italiana, Non il ritorno al passato, ma il ritorno al futuro. Un soggetto che dal passato recuperi il bisogno di identità e dal rispetto del futuro la necessità di costruirlo con ricette adeguate.

  2. Carlo Ubertini ci propone una riflessione sull’ecosocialismo, attorno al quale già più volte ci aveva richiamato. Non solo condivido la sua analisi e trovo molto interessante quel passaggio “dalla coscienza della classe alla coscienza della specie”, ma ritengo che i nuovi indici climatici, nonché le inondazioni, terremoti, incendi, distruzioni ambientali, che anche recentemente si sono verificati in Italia, impongano a tutti una nuova visione ecologica. Personalmente, subito dopo la strage di Amatrice, mi permisi di suggerire ai nostri parlamentari di presentare subito due proposte di legge: una immediata di sostegno alle popolazioni colpite e un’altra, strategica, tesa a una verifica della situazione e a una riconversione antisismica di tutti gli edifici. Quest’ultima operazione, che richiede uno sforzo ingente di natura economica e umana, se la si estende a tutto il territorio nazionale, é di per sé una rivoluzione ecosocialista. Ripensare agli edifici e ai territori del nostro Paese é oggi forse anche più importante che pensare al legittimo benessere economico delle persone. Anche quest’ultima affermazione implica una riconversione del pensiero degli italiani. Senza mettere in contrasto la sicurezza dell’ambiente col livelllo concreto di vita dei cittadini, occorre sempre pensare che trascurare la prima apre le porte alla distruzione non solo dell’ambiente ma anche degli uomini. La riflessione di Ubertini apre ulteriori due fronti di elaborazione. Il primo riguarda l’aggiornamento dell’intuizione martelliana sui meriti e bisogni che compie trent’anni e che certo non poteva compiutamente affrontare né il grande tema della rivoluzione tecnologica né, almeno nei termini attuali, quello del disastro ambientale. Sarebbe opportuno farlo ora, visto che più volte Nencini ha lanciato l’idea di una sorta di Rimini tre (le conferenze programmatiche del vecchio Psi furono due, una svolta nel 1982 e l’altra nel 1990). E infine la crisi dell’ambientalismo politico, l’eclissi dei Verdi, che in Italia sono o scomparsi o variamente collocati. Quando, mi si consenta solo un’autocitazione, al congresso lanciai l’idea di un nuovo soggetto laico, riformista, liberale, ecologista, prendevo lo spunto anche da questa crisi. Dalla necessitá di porvi rimedio, con una nuova proposta. In fondo l’equità, valore fondante della storia socialista, la libertà, valore essenziale delle lotte radicali, l’ecologia, valore di base dei movimenti ambientalisti, oggi non trovano una espressione politica adeguata. Questo é quel che manca oggi nella politica italiana, Non il ritorno al passato, ma il ritorno al futuro. Un soggetto che dal passato recuperi il bisogno di identità e dal rispetto del futuro la necessità di costruirlo con ricette adeguate.

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