martedì, 18 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Le armi dei terroristi: la quotidianità e il convenzionale
Pubblicato il 18-08-2017


Negli anni novanta, confrontandomi con un amico che sarebbe poi diventato ingegnere aeronautico, gli dissi che temevo che qualche gruppo terroristico potesse mascherare da aereo civile un cacciabombardiere per sganciare bombe su qualche città americana. L’ipotesi, che sembrava fantascientifica all’epoca, in realtà in parte fu applicata negli attentati tragici dell’11 settembre 2001, solo che i terroristi la fecero molto più facile di quanto pensavo: dirottarono gli aerei e li utilizzarono direttamente come bombe creando distruzione e scompiglio. In sostanza, usarono il quotidiano e il convenzionale per un attacco che aveva tutti i crismi e il potenziale distruttivo di una azione militare. Negli ultimi tempi, pare evidente come il terrorismo attacchi la normalità e la quotidianità con mezzi normali: un camion (ne gireranno milioni ogni giorno per le nostre strade) diventa uno strumento di morte se lanciato in una strada affollata, in una festa, a un mercato; un furgone pieno di esplosivo o carico di terroristi può seminare morte e paura in un centro città. Come prevenire questi assalti? La sfida non è facile, proprio perché inaspettata e difficilmente gestibile. Dopo l’11 settembre la risposta internazionale fu una stretta incredibile negli aeroporti. Uomini armati, metal detector, scanner che verificano valige, scarpe, abbigliamento, biglietti prenotati con carte di identità, lunghe file e controlli al check in. In questo modo si sono difesi gli aerei, e i potenziali obiettivi centrabili con gli stessi, ma non si è prevenuto il rischio di esposizione degli aeroporti, così come delle stazioni e dei luoghi affollati, obiettivi privilegiati in quanto tali, con alta concentrazione di gente, target che rende più facile e comoda la resa di un attentato. Diventa difficile però preservare tutte le città e tutti i luoghi affollati, salvo prevedere una assoluta militarizzazione degli spazi pubblici, con l’esercito nelle strade con licenza di colpire, il coprifuoco, un controllo capillare su chiunque metta piedi in uno spazio. La cosa sempre impossibile e non accettabile per una società che ha fatto della libertà di muoversi, spostarsi, di vivere non rintanati, alcune delle proprie prerogative. Eppure ci sono delle costanti che mi pare di ravvedere in tutti gli attentati degli ultimi anni sul suolo europeo. Quasi tutti gli attentatori sono schedati o attenzionati, spesso hanno passato del tempo nelle carceri, e poi ne sono usciti. A questo punto, la questione da barattare è questa: siamo disposti a rinunciare a una fetta delle nostre libertà per una maggiore sicurezza? Se si, non sarà possibile trascurare la necessità di una legislazione speciale transnazionale, rendere più duro il carcere e più dure le pene per i terroristi o i fiancheggiatori, affrontare con maggiore pragmatismo il tema delle migrazioni, anche interne. Non può che essere questa la logica di difesa in un mondo sempre più globale e interdipendente.

Leonardo Raito

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