giovedì, 22 novembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Levrero, il ruolo dello Stato e l’autosufficienza del mercato
Pubblicato il 28-08-2017


levreroL’antico pregiudizio su cui si fonda il convincimento che lo Stato governa bene l’economia quando governa poco “non ha mai trovato spazio negli scritti dei principali economisti”; partendo da quest’affermazione, Enrico Sergio Levrero, docente di Economia monetaria, in “Vizi privati e pubbliche virtù? I limiti del mercato e la necessità dell’intervento pubblico”, si propone di chiarire cosa invece abbia “trovato spazio tra gli economisti”.
Tutti gli economisti, dacché la scienza economica è nata, hanno sempre riconosciuto, sia pure spesso tacitamente, che il funzionamento dei mercati ed il loro ruolo nel plasmare i comportamenti dei singoli soggetti in essi operanti non possano avere luogo, se manca una “cornice istituzionale” che sia in grado di garantire il rispetto dei presupposti dell’attività economica, quali soprattutto lo stabile esercizio del controllo sui mezzi di produzione ed il rispetto dei contratti; in altre parole, senza la condivisione di un insieme di regole sociali che, da un lato, facilitino l’esercizio dell’attività produttiva e dello scambio e, dall’altro lato, limitino il grado di incertezza nel perseguimento degli obiettivi individuali e riducano i cosiddetti “costi di transazione”.
Inoltre, la maggior parte degli economisti ha sempre condiviso la necessità che lo Stato debba produrre servizi per i quali non sarebbe possibile, per difficoltà tecniche, la produzione e la distribuzione a cura del mercato, come nel caso dei “beni pubblici”; parimenti che esso debba imporre vincoli nell’uso delle risorse economiche, per ragioni attinenti la salute pubblica o il rispetto delle risorse ambientali. Anche quegli economisti che ripongono ogni fiducia sull’efficienza ed autosufficienza del mercato, concordano che lo Stato “non possa non fornire un minimo di assistenza ai poveri e non avere un qualche ruolo nel campo dell’assicurazione sociale e dell’istruzione”.
Come Levrero afferma, i “punti di contatto” tra gli economisti riguardo al campo di azione dello Stato” si fermano qui; gli economisti, infatti, si differenziano nettamente, non solo riguardo al quantum di attività di regolazione statale delle istituzioni economiche, in particolare del mercato, ma anche e soprattutto sulla necessità che lo stesso Stato non debba sostituirsi, se non nei casi precedentemente indicati, all’iniziativa dei privati, né “tentare di diminuire la concentrazione del reddito e della ricchezza […] se non nel caso in cui possa considerarsi il frutto di privilegi eliminabili assicurando condizioni di libera concorrenza”.
Sotto questo aspetto, pertanto, vi sono economisti favorevoli ad uno “Stato minimo”, dando forza e credibilità al vecchio pregiudizio che vuole che lo Stato governi bene quando governa poco; ma vi sono anche economisti che, invece, sono favorevoli per un ruolo attivo dello Stato, volto ad espandere la regolazione delle istituzioni economiche e ad impedire il formarsi di crescenti disuguaglianze distributive, al fine di contrastare gli esiti negativi connessi con l’aumentata complessità di funzionamento dei sistemi produttivi. Gli economisti che hanno elaborato la struttura analitica della teoria economica marginalista (o neoclassica), sono stati quelli che più di altri hanno sostenuto la necessità che l’intervento pubblico fosse contenuto nei limiti propri di uno Stato minimo.
Un sistema sociale fondato sulla divisione del lavoro e sulla conoscenza delle opportunità di mercato è di per sé caratterizzato da un’opacità che rende impossibile ogni forma di comunicazione intersoggettiva consensuale, se non attraverso forme coercitive, che concorrerebbero a fare violenza alla libertà dei singoli componenti la collettività. Per salvaguardare la libertà dei singoli soggetti e coordinarne i comportamenti, occorre allora una forma particolare di circolazione della comunicazione, espressa dall’auto-organizzazione del mercato, che rappresenta il modo per creare un legame sociale fondato sulla “pluralità delle differenze individuali”. Ciò avviene perché il mercato, se lasciato libero di funzionare, garantisce la cooperazione, nonostante la diversità degli interessi dei soggetti che vi partecipano; il libero mercato esprime così lo strumento efficace per comunicare le informazioni all’interno del sistema sociale.
Come conseguenza del modo proprio di funzionare del sistema sociale fondato su basi auto-organizzative, le regole formali da adottare per il governo della produzione, degli scambi e della circolazione dell’informazione devono essere necessariamente astratte e non finalizzate al perseguimento di una “volontà costruttivista sovrana”, sia essa espressa da un monarca assoluto, oppure democraticamente. La funzione dello Stato all’interno di una società democratica deve perciò essere quella di garantire, attraverso il sistema giuridico, la salvaguardia, sia della logica auto-organizzativa socio-economica, sia della giustizia sociale, senza per questo che una ridistribuzione del prodotto sociale, decisa discrezionalmente dallo Stato, significhi passare dall’auto-organizzazione dell’ordine spontaneo del sistema sociale ad un ordine messo sotto tutela, con conseguente distruzione dei processi che sottendono l’ordine, la produzione di ricchezza e il benessere sociale.
In conseguenza di tutto ciò gli economisti che hanno seguito la teoria neoclassica hanno sempre affermato che il mercato, in virtù dei meccanismi automatici dei quali dispone, sia in grado di portare il prodotto sociale al suo livello massimo possibile, date le risorse disponibili, le condizioni tecniche di produzione e le preferenze dei consumatori. Inoltre, poiché in un mercato competitivo ogni fattore che partecipa alla produzione è rimunerato in base alla sua produttività marginale, i prezzi variabili consentono al sistema economico di pervenire ad una configurazione di equilibrio, in corrispondenza della quale ognuno riceve “per i servizi offerti delle risorse in suo possesso quanto merita effettivamente di ricevere”.
In questo contesto di Stato minimo, il compito del settore pubblico è stato ridotto alla rimozione di tutti i “lacci e lacciuoli” che impediscono al mercati di operare correttamente. Così, ad esempio, nel caso del mercato del lavoro – afferma Levrero – gli economisti marginalisti hanno sostenuto la necessità di limitare la legislazione sul lavoro e di contenere il potere dei sindacati. Le prescrizioni normative dello Stato minimo sono state seguite sino alla fine degli anni Venti del secolo scorso. Quanto accaduto con l’instabilità economica e monetaria e la diffusa disoccupazione occorse dopo la Grande Guerra, ha imposto l’opportunità di allargare il campo di azione dello Stato, allorché per ragioni teoriche, ma anche per l’osservazione di quanto accadeva nei sistemi sociali in crisi, è stato possibile convincersi che “le forze di mercato se lasciate liberte di operare, non portino necessariamente il sistema economico verso condizioni di piena occupazione, né verso una qualche distribuzione ottima del reddito”.
Dopo l’esperienza della Grande Depressione del 1929-1932, e sotto la spinta del contributo teorico di John Maynard Keynes, si è imposta una spiegazione della distribuzione del prodotto sociale tra forza lavoro e capitalisti, ovvero tra salari e profitti, non più in base alla produttività marginale dei fattori produttivi, ma in base al conflitto, cioè in base ai rapporti di forza esistenti tra i gruppi sociali, con l’assunto che l’”estensione e il tipo di azione pubblica nel campo della tassazione, delle fornitura di beni e servizi e delle politiche per l’occupazione” sono essi stessi parte di questo conflitto distributivo. In questa forma di spiegazione della distribuzione del prodotto sociale, diversa da quella proposta dagli economisti marginalisti, le associazioni dei lavoratori non sono più state considerate causa di disturbo del corretto funzionamento del libero mercato, diventando invece “elementi” che concorrevano “a determinare la forza dei lavoratori nella contrattazione salariale, e dunque il salario normale intorno a cui agisce la libera concorrenza”.
Nel formulare la giustificazione dell’interpretazione della distribuzione del prodotto sociale come risultato conseguente all’equilibrio delle “parti in lotta”, Keynes ha sostenuto – afferma Levrero – che non fosse necessario “sacrificare l’obiettivo della piena occupazione” al mantenimento di una parità rigida dei cambi con l’estero”, e che si dovessero evitare regimi monetari che comportassero svantaggi mecantilistici per i Paesi partner negli scambi con l’estero. A tal fine, le politiche monetarie e fiscali dovevano essere manovrate per conservare condizioni compatibili con la piena occupazione della forza lavoro, evitando, da un lato, che si verificassero “eccessi non desiderati di capacità produttiva”, ma anche eccessivi avanzi commerciali nei confronto dell’estero. In questo contesto, la spesa pubblica, anche quando fosse stato necessario effettuarla in deficit, “piuttosto che spiazzare la spesa privata”, avrebbe incentivato il processo di accumulazione del capitale, procurando così “che si realizzassero incrementi elevati nella produttività del lavoro”.
A parere di Levrero, i limiti della compatibilità della spiegazione della distribuzione del prodotto sociale in base al conflitto tra le “parti in lotta” con un’economia di mercato “sono stati nel suo successo”, ovvero in tutti “gli ‘aspetti politici’ connessi a condizioni di piena occupazione”; l’estensione dello Stato sociale ha portato a richieste salariali crescenti; in altri termini, all’aumento dei salari reali superiore all’aumento della produttività del lavoro e ad un conseguente aumento della disoccupazione, cui ha fatto seguito una “restaurazione teorica”, con il ricupero delle “vecchie” prescrizioni di politica economica contro i “lacci e laccioli” che impediscono il “pieno dispiegarsi delle forze di mercato”
La reazione dei neoliberisti contro il “compromesso keynesiano”, che già aveva fatto breccia a metà degli anni Settanta nei confronti della spiegazione della distribuzione del reddito di natura conflittuale, con lo scoppio della crisi del 2007/2008 ha avuto un impatto tanto forte sugli economisti e sulle classi politiche dei Paesi ad economia di mercato da indurre molti a sostenere la necessità di rendere più flessibili i mercati, e in particolare il mercato del lavoro; il fatto che il “compromesso keynesiano” sia stato notevolmente ridimensionato – afferma Levrero – e che il tasso di disoccupazione sia risultato più elevato rispetto ai primi trent’anni del secondo dopoguerra e che le disuguaglianze distributive siano aumentate, non ha scosso “la fiducia” di chi ha sempre creduto negli effetti salvifici della teoria economica marginalista.
Di fronte ad una realtà che è valsa a smentire le loro prescrizioni di politica economica, i neoliberisti hanno perseverato nel riproporle, imputando le smentite fattuali “quasi solo a inefficienza e corruzione”. Tuttavia, il fatto che nei decenni successivi alla metà degli anni Settanta la produttività del lavoro non sia mai aumentata ai ritmi dei primi trent’anni del seondo dopoguerra, non ha scosso i neoliberisti dalla certezza d’essere portatori di proposte superiori a quelle d’ispirazione keynesiana; né li ha scossi il fatto che la corruzione non sia mai stata prerogativa del solo settore pubblico.
Ad ogni buon conto, Levrero conclude la sua analisi critica delle idee neoliberiste affermando che l’impoverimento di larghi strati della popolazione derivante dal ridimensionamento dell’intervento pubblico regolatore del mercato, così come lo spettro di una stagnazione secolare, “dovrebbero spingerci verso una ripresa dell’intervento pubblico in economia”; poiché si afferma che l’elevato debito pubblico renderebbe impossibile utilizzare la politica monetaria e fiscale come nei “Gloriosi Trenta” (1945-1975), la ripresa dell’intervento pubblico presuppone la creazione di nuove istituzioni e l’introduzione di nuove regole “che possano conciliare l’azione dei mercati con il raggiungimento di condizioni di piena occupazione”. Peccato che Levrero non dica quali dovrebbero essere le nuove istituzioni e le nuove regole; esse sicuramente, considerato il modo proprio di funzionare dei sistemi economici moderni, non potranno che riguardare il trasferimento della riflessione dal lavoro, divenuto “merce sempre più rara”, alla distribuzione del prodotto sociale.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento