mercoledì, 20 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Libia, storia di un regime feroce e grottesco
di Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 28-08-2017


 di Ugo Intini

Le crisi libica (che contribuisce a gettare sulle coste italiane migliaia di migranti non più trattenuti dal filtro un tempo costituito dallo Stato poliziesco di  Gheddafi) ci ricorda cos’è la “etica della responsabilità”. Suggerisce agli uomini di Stato- come insegnava Max Weber- che un bel gesto si può fare, specialmente quando è espressione di un principio di giustizia, apprezzato come tale dall’opinione pubblica, ma prima ci si deve domandare quali saranno le sue conseguenze: “e poi?”.

Un bel gesto è stato liquidare l’infame dittatore Saddam Hussein (e anche Gheddafi, pur molto meno sanguinario del Rais iracheno). Ma non si è pensato al dopo e le conseguenze sono state catastrofiche: non centinaia di morti (come quelli provocati dai regimi abbattuti) , bensì centinaia di migliaia di morti nel Medio Oriente (oltre che l’esplosione del terrorismo islamico a casa nostra).

Gheddafi è oggi spesso rimpianto sia in Occidente che in Libia (dove d’altronde gli attuali leader sono quasi tutti suoi ex collaboratori). Si rimproverano i principali responsabili dell’avventura militare a Tripoli: il presidente francese Sarkozy e quello britannico Cameron. Berlusconi, per la verità, cercò di fermarli, ma non osò opporsi frontalmente, anche perché indebolito dalle inchieste giudiziarie. In fondo, continuava esattamente la politica di tutti i governi precedenti, a cominciare da quelli di Craxi e Prodi. A dimostrazione del fatto che i nostri interessi nazionali nel Mediterraneo non sono mai cambiati e che i governi di destra e sinistra spesso hanno fatto esattamente le stesse cose, pur tra polemiche destinate a impressionare l’elettorato interno.

Oggi anche sulla Libia siamo ormai messi ai margini (è stata infatti Parigi a prendere l’iniziativa per la pacificazione del Paese) ma abbiamo alle spalle una lunga storia che può ancora insegnare qualcosa.

Nell’aprile 1986, Reagan decise di uccidere Gheddafi. Il dittatore libico lo sapeva, viveva in una tenda e si spostava continuamente. Un giorno, l’intelligence individuò esattamente dov’era. I caccia bombardieri americani si levarono da una base in Gran Bretagna (l’unico alleato disponibile ad appoggiare l’impresa) e sorvolarono lo spazio marittimo spagnolo(senza avvertire Madrid) per piombare sulla Libia. Il primo ministro Felipe Gonzales, informato dai militari, capì al volo. Era giovane e scosso. Telefonò sull’istante al suo “fratello maggiore” e compagno di partito nell’Internazionale socialista Craxi, allora presidente del Consiglio. Che non esitò un attimo, perché i jet bisonici avrebbero raggiunto il bersaglio in pochi minuti. Chiamò Gheddafi che scappò di corsa appena in tempo. Meno veloce fu una bambina figlia del dittatore, che rimase, tra gli altri,  uccisa nel bombardamento. Gheddafi non l’avrebbe dimenticato mai. E neppure l’apparato militare americano, furente con Craxi ancor più che per la crisi di  Sigonella un anno prima.

Il dittatore libico era un megalomane e non tollerava potenziali antagonisti neppure tra i suoi fedelissimi. Ma non li uccideva come Stalin. Il generale Jalloud, suo capo del Governo e alleato della prima ora, veniva continuamente a Roma, perché aveva stretti rapporti con l’Italia (e soprattutto perché aveva qui una amante). Faceva ombra al leader, che lo destituì e lo fece sparire dalla scena pubblica. Ma ha continuato ad abitare libero (e ricco) nel centro di Tripoli.

All’inizio, Gheddafi sollevò l’entusiasmo della sinistra radicale occidentale. Ricordo una celebrazione dell’anniversario della rivoluzione a Bengasi, con una Vanessa Redgrave adorante. C’era anche il fratello del presidente Carter, Billy, che però cercava soltanto di fare affari e per questo fu coinvolto nello scandalo “Billygate”, montato proprio in Italia dal giornalista Michel Ledeen (che sarebbe diventato consulente vicino all’amministrazione Reagan prima e a quella Trump poi).

Come tutte le potenze coloniali, l’Italia sa più degli altri sui Paesi un tempo controllati. Abbiamo sempre saputo, ad esempio, che la Libia è uno Stato finto: la Cirenaica (confinante con l’Egitto) e la Tripolitania hanno identità distanti e sono tenute insieme forzatamente. Non per caso, le due aree hanno oggi governi contrapposti (il generale Haftar a Bengasi e il presidente Serraj a Tripoli).

Il rapporto dei popoli diventati indipendenti con gli ex colonialisti è in genere di “amore-odio”. L’orgoglio nazionale li porta (anche giustamente) a celebrare la propria lotta contro gli oppressori europei. Gheddafi ha infatti realizzato un kolossal sulla guerra di liberazione guidata dall’eroe nazionale al-Mukhtar contro gli italiani, che lo impiccarono nel 1931. Il film (protagonista Anthony Quinn) è stato visto in tutto il mondo meno che in Italia, perché a noi non piace trovarci sullo schermo nella parte normalmente attribuita ai “nazisti cattivi”. Nella sua ultima visita del 2010 a Roma, il povero Berlusconi e il ministro degli Interni Maroni dovettero ascoltare la reprimenda del dittatore contro gli abominevoli campi di concentramento italiani in Sicilia, dove furono internati i patrioti libici. Lo show del dittatore durò un’ora, allo stadio di Tor di Quinto, davanti ai carabinieri a cavallo sull’attenti che attendevano di esibirsi con il loro Carosello.

La nuova classe dirigente di Tripoli gonfiava la retorica anti italiana, ma poi veniva a fare shopping in via Condotti e a curarsi nelle nostre cliniche. Molti erano probabilmente ladri, ma nessuno pensava di farsi esplodere in mezzo alla folla. Il figlio del ministro degli Esteri era un ragazzetto obeso con la maglia giallorossa e con forte accento romano, perché cresciuto ai Parioli quando suo papà era ambasciatore in Italia. Con il ministro, mi occupavo io nel 2007 di una trattativa esasperante. Gheddafi pretendeva che, per pagare i presunti danni provocati dal nostro regime coloniale, costruissimo un’autostrada da Tripoli al Cairo. Troppo lunga e costosa? Niente affatto-strepitava- gli antichi romani fecero 2000 anni fa strade ben più lunghe. La trattativa sembrava disperata, ma poi capìi che al regime interessava soprattutto l’aspetto propagandistico. Dietro l’apparenza, ci si poteva mettere d’accordo alla romana (quelli di oggi) ovvero “aum, aum”. Ad esempio, Tripoli poteva ridare all’ENI con una mano (petrolio super scontato) quello che prendeva dello Stato italiano con l’altra mano. Inoltre, le autostrade moltiplicano come si sa il valore dei terreni circostanti e l’Italia, zitta zitta, li poteva comprare per tempo mentre ancora erano valutati come deserto.

Il regime libico era poliziesco, ma dietro la faccia feroce si intravedeva il grottesco. Gheddafi aveva sempre intorno a sé la sua guardia personale: un corpo speciale costituito soltanto da donne. Qualcuna era carina di viso, ma le forme non erano precisamente slanciate. Era un gesto simbolico per sottolineare il valore dell’emancipazione femminile? Era un corpo di amazzoni davvero temibile perché organizzato (così si diceva) nella Germania dell’Est? Mistero. E’ certo che il grottesco (sarà forse stata l’influenza italiana?) scivolava spesso nella farsa. Nel film su al-Mukhtar, le scene nel comando italiano a Bengasi furono girate all’hotel Plaza di Roma, dove io abitavo: un Gastone Moschin sempre ghignante faceva la parte del perfido federale fascista, seviziatore di  poveri guerriglieri a piedi nudi. Un mattino, mi imbatto in uno di loro, scalzo, e lo riconosco: era un maggiore dell’esercito che mi aveva accompagnato a Bengasi. Sudava e tentava di negare, ma invano: il regime lo aveva introdotto sul set come comparsa per controllare il tutto.

La farsa, come si è visto, è finita in tragedia. Al di là dei limiti. Anche se purtroppo, sin dall’inizio (sin dalla deposizione cioè del buon re Idris da parte di un gruppo di militari fanatici) elementi di tragedia non sono mancati. Le conseguenze le paga soprattutto l’Italia con le orde di migranti. Per colpa di Sarkozy e Cameron e della loro apparente inettitudine. O peggio. Perché a Francia e Gran Bretagna poteva anche dare noia l’eccessiva influenza economica dell’Italia e dell’ENI nella Libia di Gheddafi.

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Commenti all'articolo
  1. Merita un permesso di soggiorno per motivi umanitari perché se tornasse in Libia rischierebbe la vita. Con questa motivazione la commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha accolto la richiesta di Khadiga Shabbi, ricercatrice libica che doveva essere espulsa dall’Italia e rimpatriata dopo una condanna a un anno e otto mesi per istigazione al terrorismo. “Pericolosa e simpatizzante del fenomeno jihadistico”, l’aveva definita il gup che l’ha condannata, pur sospendendole la pena e ordinandone la scarcerazione. La decisione è stata criticata dal ministro dell’interno Marco Minniti che ha chiesto l’immediata revoca del provvedimento. Per la ricercatrice, secondo il Viminale, “trova applicazione solo il divieto di espulsione nel paese di origine”.
    (Fonte Gazzetta di Modena)

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