venerdì, 16 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Italia e lo smarrimento del suo interesse marittimo
Pubblicato il 01-08-2017


navi mediterraneoI flussi migratori provenienti dall’Africa stanno sconvolgendo l’identità europea; l’Europa settentrionale, che aveva sempre ignorato il Mediterraneo e le sue problematiche, sta scoprendo che esso si sta trasformando nel pericolo di una sorta di tsunami demografico e sociale. Ma il Mediterraneo sta minacciando, per le stesse ragioni migratorie, ma anche per altre di natura più direttamente strategica ed economica, le repubbliche ex-sovietiche, gli Stati ex-satelliti di Mosca e la stessa Russia attuale; il Mediterraneo quindi sta “inondando” pure l’Est europeo.
L’Italia, malgrado la sua tradizionale posizione geografica e sebbene sia celebrata come terra di navigatori, “refrattaria all’acqua salata”, del Mediterraneo sta subendo gli effetti negativi dei fenomeni che in esso sono in corso di svolgimento, rinunciando a cogestire razionalmente i flussi migratori Sud-Nord e ad inserirsi positivamente e vantaggiosamente in quelli Est-Ovest, che stanno diventando sempre più rilevanti sul piano economico. Il disinteresse verso le problematiche mediterranee non è che uno degli aspetti del fatto che l’Italia abbia sinora delegato ad altri la cura del proprio interesse nazionale.
L’Italia, secondo Riccardo Regilio (“L’Italia, potenza marittima che ignora se stessa”, Limes 6/2017), ha sempre trascurato di elaborare una propria strategia marittima; fatto, questo, che è da considerarsi sorprendente per un Paese che “è quasi del tutto circondato dal mare, con migliaia di chilometri di coste e quindi con una chiara vocazione marittima come semplice conseguenza della sua geografia”. I pochi momenti in occasione dei quali l’Italia è stata portatrice di interessi marittimi, in specie localizzati nel Mediterraneo, si sono avuti quando l’antica Roma ha imposto il monopolio politico-economico sul Mare Nostrum, o quando, a partire dal Medioevo e sino all’inizio della modernità, la Repubblica di Venezia è riuscita a fare prevalere la sua superiorità commerciale, o quando, infine, a partire dall’Unità e sino alla sconfitta nella seconda guerra mondiale, l’Italia ha preteso di svolgere un ruolo dominante nelle acque del Mediterraneo.
Dopo il 1945, nel periodo della Guerra fredda, l’interesse dell’Italia per il Mediterraneo è risultato subalterno a quello degli Stati Uniti, la potenza egemone, sotto la cui ala protettiva essa è riuscita a ricostruirsi e a diventare uno dei Paesi economicamente più avanzati del mondo.
Dalla fine della Guerra fredda, l’interesse degli USA per il Mediterraneo si è lentamente attenuato, delegandone ai Paesi alleati la gestione geopolitica. Ciò, a parere di Regilio, ha causato il riemergere di vecchi conflitti, mai sopiti, tra tutti Paesi rivieraschi, con il coinvolgimento di altri Paesi, al momento privati dello sbocco al mare del quale disponevano in un lontano passato. In tal modo, il contesto del Mar Mediterraneo è oggi complessivamente cambiato rispetto alla situazione che si era consolidata dopo il 1945, trasformandolo in un’area di continui conflitti, piuttosto di cooperazione e di scambio, come sempre retoricamente si tende a idealizzare il ruolo e la funzione del Mediterraneo.
Col nuovo quadro che si è delineato è dunque necessario che l’Italia si inserisca nelle iniziative per la condivisione di un governo pacifico e collaborativi, che l’area mediterranea allo stato attuale richiede. Ciò deve avvenire attraverso una politica attiva, meno dipendente da decisioni esterne, finalizzata “allo scambio, alla crescita e alla cooperazione”, il cui corollario, a parere di Regilio, dovrebbe essere espresso dall’assunto che il Mediterraneo è di tutti, nel senso che esso è una “res communis”, un “Mare Nostrum”, con il possessivo riferito a tutti i Paesi che vi si affacciano.
L’opinione pubblica italiana e la stessa classe politica hanno una percezione del ruolo del Mediterraneo e del comparto marittimo, in generale, non proporzionata all’importanza che l’uno e l’altro rivestono per la politica e l’economia nazionale. “Quella che può sembrare una battuta – afferma Regilio – nasconde una realtà più seria di quanto sembri. Anche la politica, molto spesso, si ferma a pensare al potenziale economico del mare in semplici, seppure importanti, termini di turismo”. Il risultato della bassa percezione del ruolo del mare è la mancata costituzione in Italia di un “promotore politico” dell’economia marittima; esso dovrebbe essere istituzionalmente finalizzato, a livello nazionale, a promuovere un approccio politico e culturale nuovo verso i problemi marittimi connessi strettamente allo sviluppo sostenibile, al quale ricondurre la stessa gestione del problema attualmente più assillante, quello dei flussi migratori, che stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro sistema politico.
Riguardo ai flussi migratori Sud-Nord, ad esempio, la “refrattarietà all’acqua salata” che caratterizza la politica italiana, ha portato il Paese a gestirli poco razionalmente, trascurando di coglierne la possibile utilità per la sua disastrata economia e privilegiando, invece, un malinteso interesse strategico ad essere – come afferma Alessandro Orsini sul numero 29/2017 de “L’Espresso” (“Se l’emergenza diventa strategia politica”) – “la meta preferita dai migranti”. Secondo Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS, con tale atteggiamento nei confronti dei flussi migratori, l’Italia ha teso a perseguire l’obiettivo di riacquisire il ruolo di “potenza regionale”, già svolto durante il periodo della Guerra fredda. Il Paese ha così sviluppato “una strategia politicamente povera”, basata sul principio che occorre compiacere agli altri Stati, per poter da essi ricevere “qualche aiuto” a beneficio della sua finanza pubblica, che versa in condizioni tutt’altro che buone.
Oggi, però, il prezzo pagato per il ricupero di una presunta centralità politica nel Mediterraneo è molto più oneroso per l’Italia di quanto non sia stato nel recente passato. Durante la Guerra fredda – afferma Orsini – l’Italia ha goduto di molti vantaggi a un costo minimo, nel senso che le era sufficiente risultare allineata con le decisioni della potenza leader dell’Occidente. Il prezzo della presunta centralità risulta invece ora molto più alto e meno redditizio.
La pretesa di ricuperare tale centralità, facendo dei porti nazionali la meta preferita dei migranti, ha comportato per l’Italia molti problemi, i principali dei quali possono essere così riassunti: la mancata utilizzazione dei flussi migratori per la realizzazione di un migliore equilibrio tra le varie classi di età della popolazione; l’aumento della spesa pubblica per soccorrere i migranti, non compensata dai consistenti aiuti comunitari, che l’Italia comunque riceve; infine, l’impatto psicologicamente negativo prodotto dal fenomeno migratorio sugli italiani, i quali, per via dei disagi che sono costretti a subire, si sono convinti che tutto sia stato deciso dagli Stati economicamente più dotati, ai cui “desiderata”, data la situazione economica nazionale ancora precaria, l’Italia dà l’impressione d’essere prona.
In conseguenza di tutto ciò, non essendosi dotata di una razionale politica marittima, l’Italia non solo non riesce ad accrescere il proprio ruolo politico, dando ai flussi migratori uno sbocco positivo sul piano economico-demografico, ma risulta anche estraniata dalla gestione degli interessi economici che sono alla base delle relazioni Est-Ovest del Mediterraneo; interessi, questi ultimi, legati allo sfruttamento e alla commercializzazione delle materie energetiche estratte dai nuovi giacimenti offshore scoperti nel Mediterraneo orientale, ma anche alla proiezione mediterranea degli interessi economico-difensivi della Russia e di quelli prevalentemente commerciali della Cina.
Interessarsi delle risorse energetiche del Levante assicurerebbe all’Italia vantaggi economici, ma le offrirebbe anche la possibilità di realizzare un maggiore accreditamento internazionale. Come affermano Giampaolo Cantini e Michelamgelo Celozzi in “La partita del gas nel Mediterranei orientale” (Limes n. 6/2007), tale accreditamento potrebbe essere acquisito nei limiti in cui l’Italia riuscisse ad inserirsi positivamente nella soluzione di questioni e crisi aperte che coinvolgono molti Paesi rivieraschi del Mediterraneo orientale, proponendo, ad esempio, l’adozione di strutture istituzionali federative nel caso della questione di Cipro e la delimitazione di “zone economiche esclusive” nel caso di Cipro, Turchia, Libano e Israele.
Il maggiore impegno dell’Italia in questo senso, dovrebbe avvenire anche in considerazione del fatto che “lo scenario energetico mondiale – affermano i due autori – è cambiato profondamente negli ultimi cinque anni, mutando il ruolo dell’energia per la sicurezza e lo sviluppo”, per le scoperte di giacimenti di gas nel bacino del Levante e per l’evoluzione delle tecniche di estrazione degli idrocarburi in generale, “con effetti sull’economia, sulla geopolitica e sulla sicurezza di tutti i Paesi”, in particolare di quelli euro-mediterranei, tradizionalmente vulnerabili sul piano dei loro fabbisogni energetici.
Riguardo alla Russia, non deve essere dimenticato che gli interessi della Federazione, oltre che di natura militare, sono anche di natura economica e riguardano in particolare le sue esportazioni di materie prime energetiche. La sua prima preoccupazione resta certamente quella di natura difensiva dalle forze atlantiche schierate a ridosso dei propri confini; dopo l’annessione della Crimea e il consolidamento della sua presenza nel Mar Nero, Mosca si è anche proiettata a difendere il suo alleato di Damasco. Il suo interesse per il Mediterraneo, tuttavia, va ben oltre la difesa nazionale e della Siria, in quanto è attraverso il Mare Nostrum che la Russia può catapultare – secondo Cantini e Celozzi – le sue esportazioni “nelle acque che bagnano il Medio Oriente, il Nordafrica, e il Sud del Vecchio Continente”; inoltre, non va anche dimenticato che proprio l’area balcanica doveva essere attraversata dalla realizzazione di una struttura di “pipeline” per l’esportazione di risorse energetiche, che la crisi della Crimea è valsa però a sospendere o a rimandarne l’attuazione.
Ma il Mediterraneo è diventato un mare nel quale anche la Cina ha avuto ultimamente interesse a gettare l’ancora; è noto come la Repubblica Popolare Cinese sia interessata ai porti mediterranei, strumentali al compimento del progetto delle “vie della seta”, un progetto strategico-commercaiale lanciato da Xi Jinping nel 2013. Dopo aver acquisito il controllo del Pireo in Grecia, la Cina è interessata ai porti di Trieste e di Genova; il Pireo è stato assunto da Pechino come asse portante dei flussi commerciali futuri, che si muoveranno lungo entrambe le vie della seta, quella marittima e quella terrestre. Nei piani cinesi, secondo Giorgio Cuscito (“Le ancore della Cina nel Mare Nostrum”, Limes n. 6/2017), “il Pireo dovrebbe essere collegato al cuore dell’Europa grazie alla costruzione di una linea ferroviaria […] passante per i Balcani lungo l’asse Scopje-Belgrado-Budapest”; l’interesse della Cina per il Mediterraneo, quindi, non è solo dimostrato dal controllo di alcuni porti strategici mediterranei, ma anche dal fatto che essa sta realizzando complesse strutture logistiche, localizzate nei pressi del Corno d’Africa, però tutte orientate a raggiungere il Mediterraneo.
La presenza cinese a Gibuti, per esempio, si colloca in questa prospettiva; il controllo del piccolo e strategico Paese del Corno d’Africa è considerato uno snodo importante per lo sviluppo della rotta marittima delle vie della seta e utile “per gli interessi di Pechino nel Mar Mediterraneo”, verso il quale è orientata anche la costruzione della tratta terrestre delle vie della seta, che dovrebbe raggiungere l’Italia a Trieste. I treni in partenza da una ventina di centri cinesi, osserva Angelo Acquaro (“La via della seta scopre il treno. Entro l’anno sbarco a Milano”, in “la Repubblica del 15 luglio scorso), collegano ormai una dozzina di grandi città europee.
In conclusione, nel Mediterraneo si infittiscono le presenze di molti Paesi pur lontani dal Mare Nostrum, ma l’Italia sembra “brillare” per la sua assenza, con un inspiegabile disinteresse per le problematiche marittime, se non riconducibili al tema dei flussi migratori che, fonte di costi politici ed economici, manca d’essere affrontato dalla politica nazionale in modo adeguato, anche perché non fortemente coinvolta nel governo dei problemi extramigratori. L’Italia potrà farsi valere nella gestione complessiva dei problemi del Mediterraneo, solo se riuscirà a contribuire responsabilmente a risolvere le molte situazioni conflittuali che caratterizzano i rapporti tra la moltitudine di Paesi rivieraschi. Se a ciò rinuncerà, il rischio che essa corre è la sua emarginazione; al fine di fugare questo pericolo occorrerà che essa si decida a definire il proprio “interesse nazionale”, tenendo conto che, nell’incerta area politica ed istituzionale europea, l’imperativo per ciascun Paese è quello di definire nel Mare Mediterraneo il “proprio spazio d’influenza”.
A tal fine, si può condividere il suggerimento che, nel momento attuale, all’Italia convenga inquadrare il “fu Mare Nostrum”, in una prospettiva che le consenta di individuare gli interessi che in esso sono in gioco, per “catturarne” le potenzialità politiche ed economiche, fuori però da ogni logica di una presunta supremazia storica.

Gianfranco Sabattini

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