giovedì, 15 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Minniti e storditi
Pubblicato il 31-08-2017


Mentre in Sicilia il Pd, e non è una novità, si divide tra Crocetta che non demorde e il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari che non sfonda, e ovviamente si lacera anche la sinistra, con l’Mdp che candida il solito Fava, perché non vuole Alfano in coalizione, anche se lo vota al governo, l’esecutivo di Gentiloni, Padoan, Calenda, e soprattutto Minniti, raccoglie buoni risultati. Il Pil avanza verso l’1,5 su base annua, finalmente sono stati varati i i provvedimenti relativi al reddito d’inclusione (ci torneremo), e poi balzano agli occhi di tutti gli ottimi risultati ottenuti dall’ex pretoriano di D’Alema nel campo dell’immigrazione. Ormai ogni frase di Minniti é pesata, giustificata, contestata, come quella dei leader. Dal fronte festivaliero di Pesaro il ministro Orlando si sente in dovere di chiosare e rigettare la tesi del ministro dell’Interno sul rischio di tenuta democratica del paese a fronte di un’immigrazione massiccia.

Due conti. Dall’inizio dell’anno sono arrivati in Europa 120mila immigrati, oltre 80mila sono sbarcati in Italia. Ad agosto, dopo la svolta sulle Ong (protocollo d’intesa che contempla la presenza obbligatoria di forze dell’ordine a bordo e accordo con la Libia) i migranti sono scesi appena sopra i 2mila contro gli oltre ventimila dell’agosto scorso. Nel vertice di Parigi l’Italia di Gentiloni e Minniti é stata presa a modello per un’azione più generale al fine di bloccare le frontiere dell’Europa di fatto al sud della Libia, tra Ciad e Niger (a Parigi erano presenti i ministri di questi due paesi africani oltre a quelli di Libia, Italia, Francia, Spagna e Germania). Lì si dovrebbero distinguere i profughi che meritano accoglienza in Europa e i clandestini che devono tornare nei paesi d’origine.

Superato di fatto il trattato di Dublino (secondo il quale il paese ove i migranti arrivavano doveva farsene carico) a Parigi é finalmente arrivata la svolta. “Ora bisogna investire come è stato fatto per la rotta balcanica. Bisogna che l’Europa ora faccia la sua parte”, ha dichiarato Minniti, facendo riferimento all’accordo sottoscritto tra Ue e Turchia per fermare il flusso di migranti lungo il Mar Egeo e i Balcani. Resta il problema umanitario su cui peraltro soprattutto l’Italia ha concentrato la sua attenzione. Diverse autorità internazionali, tra i quali Amnesty, mettono in guardia dai comportamenti delle autorità libiche nei campi di accoglienza dei migranti respinti e soprattutto si rivela assolutamente necessario un rigoroso controllo da parte dell’Onu, nonché un adeguato e preventivato finanziamento dei governi europei ai paesi africani, per far si che il ritorno dei migranti possa avvenire senza traumi. L’Italia ha già iniziato a finanziare attività lavorative, di assistenza e di servizio in regioni della Libia.

Se tutto questo funzionerà (è da vedere) il nuovo astro di Minniti s’alzerà splendente nel firmamento politico italiano. Crine mancante e volto rigato e vagamente mefistotelico, Minniti incute rispetto e soggezione. Il sol fatto che abbia gestito la delega ai servizi lo rende riservato e quel tanto di misterioso che in politica induce al’istintivo distacco. Il contrario del giocherellone e pirotecnico Renzi. Più funzionario ancien regime che uomo del web, Minniti sta facendo centro. Come reagirà Renzi lo vedremo. Credo che dovrà prenderne atto e tentare di consolidare la sua leadership nel partito col riconoscimento di Minniti, dopo Gentiloni, come candidato ad un esecutivo post elettorale di coalizione. Penso che tutto sommato una simile soluzione, con le decisioni assunte sull’immigrazione, potrebbe non andare male nemmeno al centro destra. Mia obiezione politica a Minniti dopo la sua dichiarazione con la quale ha sostenuto di non aver mai cambiato partito e di avere intenzione di non cambiarlo mai. In verità ne ha cambiati quattro: Pci, Pds, Ds, Pd. Ma che importa. C’era un filo politico di continuità. Mica é stato un migrante, lui…

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Commenti all'articolo
  1. Riguardo ai cambi di partito, e fuori dal caso in questione per il quale, in effetti, si può dire che “c’era un filo politico di continuità”, come scrive il Direttore., a me sembra che da quando è entrato in uso di non far tanta differenza tra destra e sinistra – secondo la tesi di chi ritiene che l’importante sia far bene, ossia decidere al meglio indipendentemente dalla appartenenza e collocazione politica – anche gli eventuali “cambi di casacca” siano da valutarsi giocoforza, o tutto sommato, con minore severità (pena il cadere in contraddizione).

    Faccio questa riflessione indipendentemente dal mio punto di vista in proposito, e verrebbe anche da aggiungere che una tale linea di pensiero – ossia il concepire non più attuale, almeno quando torna utile e comodo, la distinzione tra i due tradizionali fronti politici – potrebbe venire in aiuto alla sinistra, col darle modo di far propri valori tipici della destra, qualora si constatasse che fanno breccia nell’elettorato come pare talora succedere in questi tempi, valori che prima la sinistra aveva semmai criticato, anche in maniera piuttosto aspra.

    Paolo B. 31.08.2017

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