lunedì, 12 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Pensioni, evitare rialzo a 67 anni costa 1,2 miliardi
Pubblicato il 07-08-2017


Inps

LOTTA AI RAPPORTI DI LAVORO SIMULATI

Via all’operazione Frozen, il piano dell’Inps per il contrasto dell’instaurazione di rapporti di lavoro simulati finalizzati alla fruizione di prestazioni previdenziali indebite. E’ la circolare n. 93 del 30 maggio 2017, resa recentemente pubblica, infatti, a rendere operative nuove metodologie di controllo “preventivo” .

L’attivazione di queste neo procedure segna, in pratica, il passaggio da un approccio di controllo e intervento “ex post” ad uno preordinato a limitare l’insorgere delle condizioni che possono determinare situazioni di irregolarità o frode.

Con “Frozen”, difatti, viene introdotto un approccio metodologico “preordinato a limitare l’insorgere di condizioni che possono dare luogo a situazioni non regolari o truffaldine, attraverso l’analisi sistematica delle informazioni trasmesse dalle aziende con le dichiarazioni contributive e di quelle disponibili nelle banche dati delle altre pubbliche amministrazioni”, spiega la nota Inps.

Una metodologia di controllo che si affianca a quella più tradizionale consistente in forme di controllo “ex post” svolte nel corso dell’erogazione dei trattamenti previdenziali e finalizzate a rilevare eventuali anomalie desumibili all’atto di liquidazione delle prestazioni.

Frozen, puntualizza ancora l’informativa Inps, adotta una metodologia di controllo automatizzata basata su sistemi statistici predittivi, in grado di identificare i flussi informativi a rischio prima che gli stessi implementino le basi dati e il conto assicurativo individuale del lavoratore.

Con i nuovi applicativi, dunque, le denunce individuali vengono analizzate mensilmente sulla base di un sistema integrato di indicatori, intercettando quelle che presentano profili di rischio, e supportando i successivi accertamenti da parte delle strutture territoriali dell’Istituto. I periodi sottoposti a verifica comunque, precisa ancora la comunicazione dell’Istituto, non verranno resi disponibili per il riconoscimento delle prestazioni fino all’esito finale.

All’esito dei predetti controlli, da concludersi di norma entro 30 giorni dal blocco della denuncia contributiva a rischio, la sede dell’Istituto territorialmente competente provvederà a:
a) acquisire la denuncia contributiva “bloccata”, laddove accerti che la posizione aziendale non presenti elementi idonei a prefigurare la sussistenza di rapporti di lavoro simulato ovvero altre irregolarità tali da impedire l’acquisizione della denuncia medesima. In tal caso, la denuncia contributiva verrà gestita dall’Istituto sulla base delle procedure ordinarie;

b) programmare, in alternativa, apposite sessioni di lavoro, con la partecipazione dei rappresentanti delle aziende sottoposte a controllo, nel corso delle quali saranno esaminati gli elementi informativi e documentali prodotti. Nel caso in cui, a causa dell’omessa collaborazione da parte dei rappresentanti dell’azienda assoggettata al controllo amministrativo (ad esempio, la mancata partecipazione alle predette sessioni di lavoro finalizzate), non risulti possibile effettuare una compiuta verifica, le Sedi provvederanno a tenere sospesi gli effetti assicurativi della denuncia contributiva medesima. Al contempo, le eventuali richieste di verifica della regolarità contributiva tramite la procedura Durc on line nel frattempo pervenute, saranno definite con esito irregolare.
All’esito degli accertamenti condotti, anche con la collaborazione dell’azienda, la sede dell’Istituto territorialmente competente provvederà a:

– acquisire la denuncia contributiva, laddove l’esito del controllo sia positivo per l’azienda;

– annullare i rapporti assicurativi contenuti nella denuncia contributiva, qualora venga accertata la sussistenza di rapporti di lavoro simulati;

– attivare le procedure per l’avvio dei necessari accertamenti di natura ispettiva, se l’esito dei controlli condotti in via amministrativa non determini risultati concludenti ai fini di cui si tratta.

L’obiettivo è quello di accrescere l’efficacia delle attività di contrasto dei fenomeni di illegalità e irregolarità, “fenomeni che arrecano danni alle aziende e agli intermediari previdenziali che improntano il loro comportamento al rispetto dei canoni normativi e che rappresentano la grandissima parte del mondo del lavoro del Paese”, conclude l’Inps che confida, pertanto, “che la consueta collaborazione da parte dei soggetti contribuenti e dei loro intermediari previdenziali consenta di realizzare con rapidità lo svolgimento delle relative attività di accertamento”.

Pensioni

EVITARE RIALZO A 67 ANNI COSTA 1,2 MILIARDI

Costerebbe circa 1,2 miliardi di euro impedire l’aumento dell’età per la pensione a 67 anni. E’ quanto si apprende da fonti vicine al dossier. Sarebbe quindi questa la stima dell’impatto sulla spesa pensionistica. Effetto che si produrrebbe nel 2019 se si decidesse di bloccare l’asticella a 66 anni e 7 mesi. Il congelamento della misura che prevede l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita è al centro del dibattito sulle pensioni, visto che la decisione deve essere presa entro quest’anno. I sindacati chiedono di intervenire per evitarlo.

“Se il governo non ci dà risposte riprenderemo la mobilitazione”. Così si è espresso il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, a margine dell’attivo unitario, con Cisl e Uil, sulle pensioni. “Un’iniziativa riuscita, con oltre 300 delegati” che si sono riuniti, ha spiegato il sindacalista. Per Ghiselli “è necessario un confronto costruttivo” sulla cosiddetta fase due delle pensioni, che ha al centro le garanzie dei giovani di oggi, e sul nodo dell’età d’uscita, con l’obiettivo di “sterilizzare” l’adeguamento all’aspettativa di vita (il rischio è che si arrivi a 67 anni nel 2019).
“Valuteremo con i sindacati se il grado della discussione tecnica ci consente un confronto politico”. Così ha replicato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti a chi gli chiedeva se era possibile già questa estate un confronto con i sindacati sulle pensioni.

Pensioni: Il primo nodo da affrontare è quello dell’aspettativa di vita che potrebbe far salire ancora l’età per l’andata in pensione dal gennaio 2019, portandola da 66 anni e 8 mesi a 67 anni. I sindacati chiedono il blocco e il ministro Poletti li ha rassicurati sulla volontà del governo di non far salire ancora il paletto per la pensione. Il governo e il parlamento, poi, stanno studiando meccanismi per aiutare i giovani nelle loro pensioni future. L’esecutivo starebbe pensando ad meccanismo di anticipo della previdenza privata analogo a Rita, ovvero la Rendita integrativa temporanea anticipata già prevista per accompagnare l’Ape volontaria. Il presidente della commissione Lavoro, Cesare Damiano ipotizza invece una pensione contributiva di garanzia che “fissi un tetto di pensione dignitosa di almeno 1.000 euro netti, per chi ha una pensione liquidata in modo totalmente contributivo, aiutando a raggiungere questo obiettivo chi non ce la fa con i propri contributi”.

Pensioni

VERSO IPOTESI MINIMO DI GARANZIA PER I GIOVANI

Una pensione di garanzia per i giovani e scivoli all’uscita non generalizzati, per tutti i lavoratori, ma per le fasce deboli, come le donne e chi svolge lavori faticosi. Queste sono “le bussole” che seguirà il Pd per mettere a punto una sua proposta di riforma, dando una spinta al dibattito, finora ancora non decollato, sulla cosiddetta ‘fase due’. A mettere al centro le questioni, nuove generazioni e flessibilità sull’età, è stato il responsabile dem per il lavoro e l’economia, Tommaso Nannicini. Insomma un mix di misure, da inserire nella prossima legge di Bilancio, per una revisione, seppure parziale, delle passate operazioni, in primis quella targata Fornero. Ne ha parlato davanti ai leader sindacali e dopo che il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ha focalizzato l’attenzione su donne e giovani.

Il “sentiero” per gli interventi, ha ammesso Nannicini, è “stretto” ma le novità non mancheranno. E a lanciare un’ipotesi già robusta per dare un paracadute ai nati negli anni Ottanta, pienamente nel contributivo, è stato anche il consigliere di Palazzo Chigi, Stefano Patriarca, che ha suggerito di introdurre anche nel sistema contributivo “un minimo previdenziale, come nel retributivo, pari, si può immaginare, a 650 euro mensili per chi ha 20 anni di contributi, che possono aumentare di 30 euro al mese per ogni anno in più fino a un massimo di mille euro”.

La pensione di garanzia scatterebbe per chi ha raggiunge i requisiti di età, ma si dovrebbe intervenire anche sugli anticipi, dice Patriarca, sganciando il legame con l’importo che oggi limita le uscite. E ancora, ha continuato il consigliere di palazzo Chigi, bisognerebbe immaginare “un sistema di redditi ponte” attraverso l’Ape sociale, quella volontaria e la previdenza integrativa. Sarebbe questo l’unico modo “gestire l’innalzamento dell’età”, che vista la crescita dell’aspettativa di vita sembra “ineluttabile”. Certo bisogna mettere mano al portafoglio, Patriarca ha pensato a “un fondo di solidarietà per il sostegno alle basse contribuzioni”.

E Nannicini ha anticipato le critiche: le tutele per i giovani andrebbero finanziate dalla fiscalità generale ma chi dice a chi sosterrebbe che è “una fregatura” ha risposto che il contrario sarebbe “un furto intergenerazionale”. Per il responsabile economico del Pd, bisognerebbe rendere poi “strutturale l’Ape social”, dopo un dovuto tagliando sul primo anno. E ha sollecitato pure ad accelerare su l’Ape volontaria, per stringere entro settembre. Quando al delicatissimo adeguamento automatico all’aspettativa di vita, Nannicini ha invitato a evitare discorsi superficiali ed ha aperto ad aggiustamenti del tasso di sostituzione per chi è nel contributivo puro (per evitare assegni troppo bassi). Per gli altri invece l’intervento sarebbe calibrato sulle tipologie di lavoro, con agevolazioni per le attività gravose.

Più che di uno stop a 67 anni all’età pensionabile “noi pensiamo che si debba parlare di un’altra questione che è l’equità generazionale in questo paese”, ha affermato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, mentre per la leader della Cgil, Susanna Camusso, l’adeguamento automatico resta “un’iniquità”.

Il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, ha suggerito di rivedere il peso delle pensioni sul Pil e la numero uno della Cisl, Annamaria Furlan, ha insistito per “abbassare i contribuiti per le donne”. Un tema quello delle disparità di genere sui cui ha aperto anche il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. L’altro tema al centro, ha aggiunto il ministro, sono i giovani con carriere discontinue”, occorre trovare uno strumento, ha sottolineato che possiamo chiamare “pensione di garanzia o come vogliamo”.

Nuova proposta PD – “Il Pd farà una proposta, che studieremo e approfondiremo, sulla pensione di garanzia per i giovani, con un reddito minimo” e per “rivedere il meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile” con soluzioni diverse per tra chi sta totalmente nel contributivo e chi no, tenendo conto anche “delle diverse aspettative di vita” come previsto nel verbale d’intesa sulla fase uno visto che non tutti i lavori sono uguali. Così si è recentemente espresso il responsabile per il lavoro nella segreteria del Pd, Tommaso Nannicini, intervenendo al convegno ‘Non è una pensione per giovani’.

L’ipotesi sul tappeto, per i giovani con lavori discontinui, è quella di una pensione minima di 650 euro, che possono aumentare di 30 euro al mese per ogni anno in più fino ad un massimo di 1.000 euro.

Carlo Pareto

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