giovedì, 24 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Quel che capisco di Renzi
Pubblicato il 11-08-2017


Non ho ben compreso la logica della polemica sulla scelta di imbarcare Alfano nella coalizione di centro-sinistra che in Sicilia dovrà rispondere al duplice e rischiosissimo guanto di sfida lanciato insieme dal centro-destra e dai grillini. Forse che il partito di Alfano non é al governo col Pd? Forse che al Senato i suoi voti non sono stati determinanti per sorreggere i governi Renzi e Gentiloni? Può essere opinabile questo recarsi ad acquistare andreottianamente il pane in due forni da parte del ministro degli esteri. Anzi prima dall’uno e poi dall’altro. Ma il Pd come aveva trattato il povero Alfano?Ha ragione Stefano Folli a ricordarlo oggi su Repubblica. Basti pensare alla legge elettorale alla tedesca che avrebbe consentito al Pd di cancellare non già il suo più determinato oppositore, ma il suo più fidato alleato, condita di una supponente dose di sarcasmo. Si dice che Alfano chieda, in cambio dell’appoggio nell’unica regione in cui Ap potrebbe risultare determinante, la conferma dello sbarramento al 3 per cento presente nella legge in vigore.

E qui non si comprendono bene né la preoccupazione di Alfano che la legge venga cambiata (davvero una persona dotata di buon senso può immaginare un accordo a tre, tra Renzi, Berlusconi e Grillo dopo il fallimento della precedente intesa, condizione ritenuta irrinunciabile dal segretario del Pd?), né la convinzione che il tre possa bastare ad Ap per rientrare in Parlamento quando non un solo sondaggio gli attribuisce quella percentuale. Dall’altra parte si levano grida manzoniane da parte di Mdp per la soluzione siciliana che rischia di trasformarsi in soluzione nazionale (per la verità é da cinque anni soluzione di governo) e il prevedibile dissenso di Pisapia che punta ad altra, opposta coalizione politica. In sintesi: Alfano pensa alla sua sopravvivenza, Pisapia a una coalizione che comprenda Renzi ma non Alfano, Mdp solo a una coalizione di sinistra senza Renzi. In mezzo a cotanto senno solo il centro-destra sta costruendo una casa, sia pure con diversi appartamenti. E parla adesso non di più di tre, ma di quattro famiglie, compresa quella di Parisi, Sacconi e altri.

Sia la soluzione Pisapia, sia quella Berlusconi (e forse anche il salvalfano) comportano la presenza di coalizioni che l’attuale legge non contempla. E Renzi annuncia di non volersi muovere in quella direzione. Tanto che il Pd parla di una lista, non una coalizione, che andrebbe da Pisapia (ma l’interessato non é ovviamente interessato) fino a Scelta civica, passando attraverso noi, eventualmente la Bonino, più vari ed eventuali. Si tratterebbe dunque non di procedere a una modifica della legge elettorale attraverso il rilancio delle coalizioni, ma della presentazione di una semplice lista di coalizione. Penso che questo sia nell’interesse reale di Renzi. E cioè non farsi contare come Pd (il paragone col 40 per cento delle europee sarebbe impietoso) e offrire una prospettiva di governo con l’ambizione, solo teorica, di raggiungere la quota del 40 per cento che dà diritto al premio, smontando la riemergente forza di un centro-destra articolato in quattro liste. Chi non capisce questo e si appella ancora a nuovi rimedi elettorali, credo non capisca la politica. E il governo che verrà? Di questo si occuperà il nuovo Parlamento. Le leadership si misurano coi risultati elettorali. E con un Senato eletto così nessun vincitore, ammesso che ci sia, potrà governare da solo.

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Commenti all'articolo
  1. “Chi non capisce questo e si appella ancora a nuovi rimedi elettorali, credo non capisca la politica”, scrive il Direttore, ma lo stesso concetto può valere, io penso, per chi non aveva sufficientemente compreso – o non aveva voluto intenderlo, nonostante tutti i segnali – che la politicizzazione e personalizzazione del Referendum costituzionale di dicembre preparava di fatto la nascita di un soggetto politico unico (Partito della Nazione o altro nome, poco importa), e non di una coalizione.

    A sua volta, il leggere “l’ambizione, solo teorica, di raggiungere la quota del 40 per cento che dà diritto al premio”, potrebbe significare che in fondo non vi è al momento nel PD, o quantomeno in una sua parte, il proposito di raggiungere la maggioranza assoluta, tanto da arrivare direttamente al Governo, ma piuttosto l’obiettivo di ottenere un risultato tale da farlo “contare” nella formazione dell’Esecutivo che andrà a formarsi dopo le urne, e che sarà verosimilmente figlio di alleanze post elettorali.

    Sembra infatti profilarsi un voto di tipo sostanzialmente proporzionale, dal momento che tutto lascia prevedere che si andrà alle urne con la legge uscita per entrambe le Camere dal pronunciamento della Consulta, così che le relative soglie di sbarramento indurranno presumibilmente i partiti “minori” a confluire nella lista dei “maggiori” più affini, e di coalizioni, o meglio di intese o alleanze, si parlerà soltanto ad elezioni avvenute, sulla base dell’esito, ossia delle rispettive percentuali.

    Del resto, per un partito “senza identità e incapace di fare sintesi tra due culture così distanti”, secondo le conclusioni del precedente Fondo del Direttore, dal titolo “Cosa c’è dietro il dissidio Delrio – Minniti”, il governare il Paese in solitudine potrebbe rivelarsi oltremodo impegnativo e difficile, nonché politicamente rischioso, fino a rendergli preferibile la prospettiva di condividere eventualmente con altre formazioni le responsabilità di Governo (che richiedono forte determinazione e unità di intenti)..

    Più in generale, riguardo giustappunto all’importantissimo compito del governare, sembra allargarsi nel comune sentire l’impressione che nella nostra classe politica prevalga talora la preoccupazione per il proprio futuro politico, con conseguente possibile indebolimento della “azione di governo”, intesa nel suo insieme, il che porta a guardare con crescente favore il “premierato forte”, visto come modello che privilegia il “governare”, e non a caso fuori dai confini nazionali abbiamo esempi di statisti che hanno “lasciato il segno” e che poi sono usciti di scena o sembrano essersi addirittura “eclissati” (una volta esaurita la funzione cui erano stati chiamati).

    Paolo B. 12.08.2017

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