venerdì, 16 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Marco Andreini: “Quella Rimini 1982 che cambiò l’Italia”
Pubblicato il 19-08-2017


Il direttore, il mio amico Mauro, ci ha ricordato la conferenza di Rimini dell’1982 e la sua importanza nell’evoluzione del paese. Cerco di raccontare la mia Rimini, come io vissi quell’evento storico. Lavoravo ad una fabbrica chimica a Sarzana, l’Intermarine, ed ero, oltre che delegato degli operai, segretario provinciale dei chimici della Uil, e forse il più giovane dirigente nazionale del sindacato dei chimici. Facevo parte dell’esecutivo nazionale, nel quale c’era anche Bellissima. A Spezia avevo dato vita con alcuni compagni provenienti, come il sottoscritto, dalla sinistra extraparlamentare, ad un sindacato molto battagliero e anticonformista. Nell’ambito della categoria, al tempo dominata dalla preponderanza anche numerica della grande chimica (c’era ancora Montedison) e dal peso politico che si portava dietro la Pirelli e di conseguenza tutto il settore della gomma , noi lavoratori della vetroresina avevamo un ruolo marginale persino nella elaborazione della piattaforme rivendicative. Ma le cose stavano cambiando e a partire dalle proposte dirompenti che la Uil di Benvenuto avanzava in quegli anni, decisi insieme ad altri che era il momento di sfidare la forza della Pirelli nel settore rappresentata allora in categoria da un sindacalista di Cremona, che si chiamava Sergio Cooferrati. Ad Ariccia venne convocata l’assemblea nazionale per preparare la piattaforma rivendicativa e riuscii a far presentare a tutto il sindacato ligure in maniera unitaria una proposta di modifica dell’inquadramento che introduceva con tanto di profilo contrattuale nelle declaratorie della figura del lavoratore della vetroresina.
Il mio emendamento non passò per la ferma opposizione di Sergio e di tutti i delegati della gomma, ma ottenne molti più consensi di quelli della sola delegazione della Liguria. E quella assemblea ricordo bene avvenne proprio nell’82 a seguito della rivoluzionaria proposta di Claudio Martelli che Mauro ricordava.
E chi non militava in quegli anni nel sindacato non può minimamente neanche immaginare la forza e l’impatto che ebbe la provocazione di Claudio che di fatto poneva il Psi alcentro del quadro politico con una elaborazione economica, politico e filosofica che lanciava la sfida al Pci per la guida della sinistra e del paese. Un Pci che ancora due anni fa prima con Berlinguer era alle porte della Fiat di Torino, pronto ad occuparla, all’insegna dello slogan “Torino come Danzica”.
Come andò é noto, con una sconfitta epica di un partito e di un sindacato incapaci allora, come il Pd oggi, di leggere la società che cambiava e mentre noi della Uil comprendemmo il messaggio e cominciammo a parlare in fabbrica di partecipazione di nuovi inquadramenti, di quadri, di salari legati a indici di produttività, la Cgil si ingegnava in tutte le occasioni di spiegare a noi e a quelli della Cisl che bisognava difendere la scala mobile e il punto unico e la politica dell’egualitarismo. Vincemmo, le nostre idee diventarono l’orizzonte sul quale il paese si trasformò, le nostre idee orientarono le scelte del sindacato, stava cambiando tutto, la produttività delle aziende italiane era la più alta al mondo, Craxi divenne presidente del Consiglio, facemmo lo storico e giusto, ma divisivo, a causa dei comunisti della Cgil, accordo di San valentino, ma improvvisamente si interruppe tutto nel 1987. Lasciammo la guida del paese alla Dc di De Mita, tornò nel partito ad essere centrale la prima frase e cioè quella del “primum vivere” e la nostra spinta propulsiva al cambiamento finì e non é stato certo un caso se dopo il crollo del muro siamo spariti noi, invece che gli eredi di Berlinguer. Molte sono le ragioni, ma la prima che le racchiude tutte é che il paese non ci ha più percepito come il nuovo, il partito del cambiamento, il riformismo é passato in secondo piano. Noi siamo diventati in maniera paradossale, sotto una campagna mediatica giudiziaria, il simbolo di un sistema obsoleto che andava abbattutto e la Lega di bossi che, Mauro lo sa bene, Craxi sottovalutò, fu il grimaldello che aiutò Di pietro e il pool a cancellare la prima repubblica. Tangentopoli non sarebbe mai nata senza i nostri errori di valutazione e di tutto il mondo laico e socialista. E se oggi nel paese e nel sindacato sembra di essere tornati a prima dell’82, forse le responsansabilita’ vanno ricercate più dentro il campo dei riformisti che fuori. Solo la Uil e solo la Uilm e solo a Genova ebbe il coraggio di far nascere dentro il sindacato di allora dominato dai cdf, costruitisi nella fabbrica fordista, il movimento dei quadri, e persino nella Uilm fummo derisi, visto che la maggioranza degli iscritti era al terzo livello. La partecipazione che doveva dar vita al modello sindacale tedesco venne affossata, nelle fabbriche si ritornò allo scontro di classe che ovviamente ci vedeva perdenti nella società della globalizzazione, e non si parlò più né di salari legati a indici di produttività né di valorizzazione del lavoro industriale. Dopo il grande successo del referendum dell’85 sulla scala mobile, il riformismo ebbe il braccino corto, ebbe paura di vincere e lasciò dopo il 1987 il campo alla restaurazione. Certo fummo vittime di una campagna mediatica giudiziaria inquisitoria e moralista, ma la fossa ce la scavammo da soli. Renzi ha perso non perché ha sbagliato riforme, anche se le ha fatte male, ma perché ha dato l’idea al paese, come sta facendo Macron in Francia, che, raggiunto il potere, il riformismo non serviva più, e il referendum di dicembre è stato percepito come sfida al paese, così come sbagliando fece Craxi con quello di Segni. Il Psi, erede della cultura di Rimini, ha l’obbligo morale di riproporre al paese quel metodo moderno di lettura della società che fu alla base della conferenza. Proviamoci, non abbiamo nulla da perdere.

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Commenti all'articolo
  1. Assolutamente d’accordo. L’analisi è completa, reale, ma soprattutto attuale. Si offre al PSI di oggi, un’opportunità unica di porsi nuovamente al centro di un percorso riformista e di sinistra. Per noi un po’ un’ultima spiaggia, per la sinistra ed il Paese, l’unica strada per non perire.

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