domenica, 23 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Silvano Tessicini: riscoprire una nuova vita con “Un battito d’ali”
Pubblicato il 04-08-2017


battito d'aliArte, pittura, poesia, cinema e fotografia si fondono nel primo libro di Silvano Tessicini: “Battito d’ali”. Un racconto non tradizionale di un uomo che ci rende partecipi del suo dramma attraverso frammenti esistenziali di vita vera. Un racconto per immagini molto pittoresco e cinematografico, suggestivo, ma soprattutto sentimentale e realistico perché intriso di esperienze concrete. Seppur non autobiografico, sicuramente non può non ispirarsi a tutto ciò che l’autore stesso in prima persona ha vissuto lungo tutta la sua esistenza. Libro sentimentale perché parla di sentimenti, sensazioni, emozioni, anche spirituali, arrivando a sfiorare una visione della religione e del Vangelo molto delicata. Cinematografico perché “è come se tutto fosse scritto da una macchina da presa, che tira fuori l’intimo del personaggio e si può vedere quello che sente e che prova” –commenta lo stesso Tessicini-. Per questo universale, in una sola parola. “‘Battito d’ali è lo specchio dove ognuno può vedere proiettata la propria immagine. È il viaggio di un uomo (anzi dell’uomo) che, per ritrovarsi, ha bisogno di perdere ogni cosa e soprattutto perdere se stesso. Forse riconoscersi significa imparare a perdonare e credere in qualcosa di superiore, in quella forza più grande che da lontano guida e traccia il nostro cammino”, come ha scritto nella presentazione iniziale la dott.ssa Fabiana Volini. Destino, a volte beffardo, che sovverte l’ordine costituito delle cose. Tutto nasce da un episodio tragico: la morte accidentale della piccola Andrea, la figlia del protagonista Sergio; da allora regnerà la disperazione e si separerà dalla moglie Marta, che lo incolpa e accusa dell’evento drammatico. Anche lui finisce per credersi un “assassino”. Ma il fato ha più fantasia di noi e riserverà per lui quasi un “miracolo”. Il libro ci insegna ad imparare il perdono e a credere in una sorta di ‘rinascita a nuova vita’, di seconda possibilità, che non tutto sia perso per sempre, di una speranza in fondo al tunnel della disperazione da cui tutto parte. Con la fiducia e la fede cristiana nell’amore compassionevole per l’altro, nella solidarietà anche gratuita, nell’abnegazione generosa ed altruista: l’accoglienza, in una parola; il donarsi all’altro, la fraternità disinteressata, l’amore e l’amicizia gratuiti che eliminano ogni discriminazione e differenza etica e sociale. Il libro è intriso di tutte le sensazioni più forti che possano essere provate: passione, amore, dolore, solitudine; ma non manca una “delicata malinconia” soffusa, che contraddistingue il tono dell’opera, compensata nel finale da una serenità nuova raggiunta, quasi da un equilibrio interiore riappacificatore. Il testo è stato presentato a Oriolo Romano, nella Chiesa di Sant’Anna, con un’esposizione di quadri dipinti dallo stesso Tessicini e con un accompagnamento musicale di Carmela Ansalone. L’ex sindaco del Comune in provincia di Viterbo, Graziella Lombi, ha scritto alcuni “pensieri” nella prefazione: “Prendersi cura degli altri è quello che il protagonista di questo racconto tenta di fare in luoghi estremi alla ricerca estrema di se stesso. Il libro in ogni sua pagina ci interroga e scruta nel nostro profondo”. L’autore vorrebbe fare un’altra presentazione proprio a Viterbo, ma in cantiere c’è anche l’idea di produrne un film. Verrebbe bene –garantisce Silvano-. E di “un susseguirsi di immagini cinematografiche fissate da ombre e luci, che si accostano ma non si confondono”, tratteggiate con “delicata pacatezza” –parla anche suor Mariateresa Crescini, anch’ella intervenuta nell’introduzione-, che prosegue: “più che la penna, Silvano ha usato l’obiettivo. Del resto la fotografia è stata per una vita la sua specialità di operatore cinematografico”. “Un racconto –prosegue- buono, ma senza buonismo, che accompagna il protagonista sui passi della comprensione e rende più umani e meno egoisti coloro che incontra”; racconto in cui –aggiunge la suora- “il dolore è vinto dalla solidarietà, la nostalgia diventa incontro, lo smarrimento stupore e i rapporti umani sono vissuti con trasparenza”. Perché –conclude Crescini- “il Vangelo calato nella vita rafforza i sentimenti positivi, apre a un futuro più umano, pacifica i cuori e ripara i danni dell’odio e delle guerre”.
E sicuramente il passato professionale dell’autore ha dato un forte contributo nel tono peculiare di “Un battito d’ali”. Nato a Caprarola nel 1943, si è trasferito a Roma nel 1948, dove ha frequentato il liceo artistico e dopo studiato alla Scuola di cinematografia, per avviarsi a una carriera in tale mondo: prima come disegnatore di cartoni animati per film d’animazione e poi come operatore e direttore della fotografia. Ha girato circa 230 film, con i registi più importanti: Monicelli, Fellini, Carmelo Bene –per citarne alcuni-, ma anche Nanni Moretti. Ha insegnato cinematografia (per circa sei mesi) in una scuola in Marocco –esperienza che ha riportato nel libro (definita una missione in una zona calda, vista come un raggio di luce, di fiducia e speranza)-. Ritiratosi (circa 15 anni fa) definitivamente dal cinema, dopo 35 anni, l’idea del libro gli è venuta da una necessità interiore; ovvero da un bisogno per superare un dolore a seguito di una tragedia (come è stato per Sergio del libro): la perdita della moglie. La sua passione e passatempo per la pittura non gli bastavano più per distrarsi e non pensare –confessa-. Gli occorreva qualcosa di più forte, un’esperienza ancora più profonda ed intima –come quella della stesura di un racconto, appunto. Questo è il suo primo libro, ma ne vorrebbe fare un seguito. Continua a darsi degli stimoli, facendo tutto ciò che fino a questo momento non aveva compiuto. Ad esempio è impegnato nella creazione di circa 15 via crucis, un lavoro molto impegnativo, ma che lo soddisfa. E vorrebbe organizzare uno spettacolo teatrale per bambini (tipo il “Pinocchio” di Carmelo Bene) su Madre Teresa di Calcutta; non un film o un musical, come già molti altri ne sono usciti, ma uno spettacolo incentrato sul rapporto che la santa ha avuto all’inizio con Gesù, meglio noto come “locuzione interiore” –la stessa che sentiva Giovanna D’Arco. La stessa copertina del libro è un suo disegno, fatto con la matita rossa e blu: un angelo, a richiamare il titolo “Battito d’ali”. Ed è il medesimo autore a spiegare il significato del nome che ha dato alla sua opera: “può simboleggiare due cose, o episodi, eventi, sensazioni che durano molto poco, attimi indimenticabili, ma lunghi quanto un battito d’ali appunto, momenti pieni di fascino ma irripetibili o comunque che non potranno mai più avere la stessa intensità; oppure situazioni che hanno qualcosa di soprannaturale, che arrivano come un angelo, una presenza immateriale eppure percepibile seppur impercettibile all’occhio umano”, che segna il nostro destino. Come quando Sergio tenta il suicidio a Londra, devastato dai sensi di colpa. Perché sarà salvato? Perché Dio gli ha dato una nuova occasione? “Dio è originale, anche se i suoi progetti a volte ci sembrano ingiusti. Noi non li possiamo capire, ma c’è sempre un obiettivo ispirato all’amore” –si convince Sergio-. Ecco allora l’interrogarsi sul senso della “salvezza”. Come raggiungere la liberazione dal peccato e la sensazione di sentirsi ed essere liberi? Non a caso la vita viene descritta come “un attimo che passa, una fiaba più o meno bella, ma comunque scritta sempre dalle mani di Dio. Dobbiamo camminare attraverso il buio profondo della notte per veder sorgere l’aurora”. Sono “i valori che danno senso alla vita” e vanno sempre conservati.
Per questo il libro è molto attuale. Semplice, si legge rapidamente –come un ‘battito d’ali’-. Scorrevole, non è illustrato, anche se vengono citati alcuni dipinti. Uno è proprio l’”Urlo” di Munch (l’altro il Cristo del Mantegna o “la città che sale”, quadro futurista del Boccioni), emblema per eccellenza della disperazione e non è un caso se Sergio viene descritto come “un uomo umiliato, colpevolizzato, disperato, depresso, in piena crisi esistenziale”; oppresso e ossessionato dai propri “vecchi fantasmi” che, però, ad un certo punto prende coscienza di “una convinzione profonda, una certezza nuova nella presenza di un Dio che non ci abbandona mai, che conosce i nostri drammi e si fa presente nelle nostre paure”. In questo ermeneutico sarà l’episodio nella Passione di Cristo, del dramma dell’apostolo Giuda. Oppure quello che accadde a Giovanni, che si fece guidare da Pietro e riuscì a scoprire il Cristianesimo. Qui molto bella –cui tiene particolarmente l’autore- l’immagine dei giovani che sono come Giovanni: pensando al futuro, si fanno prendere dalla paura dell’incognito e non hanno il coraggio di “scoprire”. Facile rassegnarsi e abbandonarsi in una società corrotta, in un mondo e “in un’epoca fatta di arrivismi stressanti, valori deboli, bramosie di successo e fame di potere”, ci si sente persi, si ha solo voglia di fuggire via e nascondersi, annullarsi, quasi rendersi trasparenti e invisibili, mentre si avrebbe solo bisogno di qualcuno che ci ascolti e rincuori. Per una “nuova vita”, che arrivi in “un battito d’ali” (l’espressione non a caso è citata nell’ultima pagina del libro).

Barbara Conti

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