lunedì, 16 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Carta stampata italiana
in scena l’ultimo atto
Pubblicato il 02-08-2017


Editoria-finanziamentiIl crollo è rapido, verticale, drammatico, inarrestabile. Carta stampata ultimo atto: le copie vendute di giornali in dieci anni, in media, si sono più che dimezzate. Molti quotidiani e settimanali è inutile cercarli nelle edicole: hanno chiuso (l’ultima vittima è “l’Unità”, la testata legata al Pd, un tempo la potente voce del Pci).

Vanno malissimo i grandi e medi quotidiani nazionali, reggono un po’ meglio la “botta” quelli regionali e locali. I dati Ads (Accertamento diffusione stampa) danno il quadro impietoso della tragedia nei primi mesi di quest’anno. ‘Il Corriere della Sera’ ha dimezzato le vendite rispetto allo stesso periodo del 2007: poco più di 200 mila copie al giorno contro le quasi 430 mila del 2007.

E’ appena sopra la soglia delle 200 mila copie pur restando il maggiore giornale italiano. Chi sta peggio è ‘la Repubblica’: ha dimezzato e naviga a quota 180 mila. “La Stampa” viaggia sulle 120 mila copie, sempre la metà rispetto a dieci anni fa. “Il Sole 24 Ore” ha addirittura ha perso i due terzi delle vendite: è sceso a 58 mila da 180 mila. Nel baratro sono finiti “Il Giornale” e “Libero”: il primo è sotto le 60 mila copie contro quasi 160 mila, il secondo è calato a meno di 25 mila rispetto a oltre 100 mila. “Il Fatto Quotidiano”, inesistente nel 2007, è a circa 35 mila copie ma in discesa rispetto agli anni scorsi.

La carta stampata è in picchiata. Calano sia i giornali di centrosinistra, sia di sinistra, sia di centrodestra, sia di destra, sia cinquestelle. Scendono quelli prossimi all’area della maggioranza di governo e anche quelli vicini alle varie opposizioni. Vanno giù anche le testate economiche (di recente “Il Sole 24 Ore” di proprietà della Confindustria è inciampato in un brutto scandalo). Le agenzie di stampa hanno subito un terribile contraccolpo: alcune hanno chiuso i battenti, altre si sono fuse, praticamente tutte convivono con una crisi permanente (i contratti di solidarietà, per evitare i licenziamenti, sono quasi divenuti una regola).

I giornali online, soprattutto quelli emanazione dei grandi quotidiani della carta stampata, come il Corriere.it e Repubblica.it, vanno bene, ma non riescono a compensare le perdite. Sia gli abbonamenti dei quotidiani digitali sia la pubblicità su internet salgono ma non bastano ancora a riequilibrare il tracollo delle vendite nelle edicole.

Le conseguenze negative sono a cascata: la pubblicità si è squagliata;l’occupazione dei giornalisti e dei poligrafici (quei pochi sopravvissuti alle nuove tecnologie d’impaginazione digitale) è in picchiata; la disoccupazione e la cassa integrazione sono pane quotidiano; il deficit dell’Inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti) è da collasso per i costi dell’assistenza fornita a chi ha perso il lavoro e per le spese conseguenti alle migliaia di prepensionamenti realizzati dagli editori che hanno dichiarato lo stato di crisi aziendale.

Carta stampata ultimo atto. È tutto un mondo che va in frantumi. Le edicole sono decimate, chiudono cinque chioschi al giorno. Delle 40 mila dei tempi d’oro ne restano circa la metà, le altre sono scomparse o aprono solo mezza giornata. A Roma, in particolare, la crisi è forte. Hanno chiuso i battenti circa 200 edicole. I motivi? Vado dal mio giornalaio di via Gregorio VII e domando se si vendono i giornali. Mi guarda stupito per la domanda: “Pochi, vendiamo pochi giornali. Sempre di meno. E’ tutta colpa di internet”. I giovani comprano i giornali, o in edicola vengono solo gli anziani? La risposta è immediata: “E chi li vede i giovani! Zero giovani comprano i giornali! Vanno su internet. Leggono lì le notizie!”. Per la crisi delle vendite molte edicole hanno chiuso… Annuisce: “E’ vero. La situazione è difficile. Noi resistiamo”.

Questa edicola è una delle poche che non ha chiuso ed ha mantenuto il vecchio meccanismo: apertura dalla mattina presto alla sera, due persone fisse e altre due di aiuto, due famiglie impegnate nell’impresa. Gli introiti da giornali sono calati, ma altri servizi introdotti (lotterie istantanee, ricariche telefoniche, pagamento delle bollette domestiche e delle multe, vendita dei libri e dei biglietti dell’autobus) hanno un po’ compensato i conti.

Carta stampata ultimo atto. In altri posti non è andata così. L’edicola di piazza Antonio Mancini sul Lungotevere Flaminio, nella quale andavo ogni tanto a comprare i giornali, ha chiuso l’anno scorso. Ora è in vendita. Eppure era in una buona posizione: al capolinea degli autobus dell’Atac, uno dei più importanti di Roma. La ragazza che cominciava a lavorare alle 7 di mattina si lamentava che non ce la faceva a reggere, e alla fine ha mollato! In molti altri casi gli edicolanti hanno venduto l’attività ad extra comunitari, in gran parte bengalesi, che hanno ritmi di lavoro estenuanti e si contentano di margini economici più ridotti (per motivi analoghi sono stati i protagonisti della rinascita dei negozi di frutta e verdura, un tempo scomparsi nella città eterna).

I giornali online gratuiti su internet, la crisi economica, l’abbassamento della qualità dei quotidiani di carta è stata la miscela esplosiva della devastante crisi dell’informazione. La concentrazione dei giornali sempre più forte nelle mani di pochi editori sta accentuando problemi e danni. Gli oligopoli editoriali fanno il bello e il cattivo tempo. Finora, però, hanno causato tempo brutto, grandinate terribili e ben poco sole sull’informazione.

Il gruppo Espresso sta allargando il suo impero: al settimanale, a ‘Repubblica’, ai giornali regionali e alle radio locali, ultimamente ha aggiunto ‘La Stampa’ e ‘Il Secolo XIX’. Carlo De Benedetti è riuscito ad acquisire le due testate della famiglia Agnelli (in ritirata dall’Italia si è disfatta anche del ‘Corriere della Sera’ comprato da Urbano Cairo). L’Ingegnere, un tempo proprietario della fallita Olivetti, ha dato vita a una concentrazione editoriale formidabile, cedendo solo poche testate locali per non superare i livelli di concentrazione vietati dalle leggi sulla stampa.

Non ha fatto mistero sull’obiettivo del “contenimento dei costi”, prima già ridotti tagliando pesantemente gli organici dei redattori ricorrendo ai prepensionamenti finanziati dallo Stato, e ora da realizzare con l’operazione fusione. Ridurre i costi è un traguardo rispettabile, ma insufficiente a rilanciare i giornali se manca un progetto per migliorare la qualità del prodotto e per potenziare gli investimenti non solo sulle tecnologie digitali. In seriosi convegni gli editori continuano a ripetere: non si salvano i giornali senza l’aumento della qualità del prodotto ma poi non arrivano scelte conseguenti.

E la carta stampata continua a inabissarsi. La spiegazione c’è. Troppo spesso gli editori utilizzano le testate per difendere i propri interessi collaterali imprenditoriali, industriali, finanziari, politici. Oppure i giornali danno spazio ad avvenimenti ad effetto, ma poco rilevanti rispetto al altri sottovalutati o ignorati. I lettori sfiduciati così, in gran parte, non comprano più i giornali accontentandosi di ascoltare le notizie dai telegiornali o di leggerle su internet. La prima vittima è l’occupazione. Gli amministratori dei giornali si limitano a tagliare fortemente gli organici, a centralizzare e concentrare i servizi, ad assumere pochissimi giovani dopo una lungo lavoro da precari.

La parola d’ordine è flessibilità. I giornalisti, davanti alla grave crisi e alle innovazione tecnologiche, hanno accettato d’impaginare direttamente i propri articoli e di scrivere un pezzo sia per il quotidiano su carta sia uno praticamente in tempo reale per la versione web della testata. Alle volte confezionano anche dei servizi televisivi per la web tv del quotidiano online. In alcuni casi c’è stato un arricchimento della professionalità dei redattori, in molti altri un impoverimento per gli scadenti contenuti dovuto al lavoro multiplo (soprattutto quando si scrivono più articoli anche per le diverse piaffaforme).

Carta stampata ultimo atto. Serve una svolta, dei progetti con al centro la qualità e l’innovazione dell’informazione per immaginare e realizzare un rilancio. Ma restano nel limbo i contenuti di questi sacri principi per la rinascita della stampa. Si parla poco delle capacità dei giornalisti e della loro autonomia professionale, la base di un giornale di successo. Si va imponendo una ricetta distruttiva: pochi giornalisti legati in redazione alla “cucina”, un’impostazione sempre più accentrata e omologata dei quotidiani, e una miriade di collaboratori esterni mal pagati e sotto ricatto (in molti casi un articolo viene compensato con 10 euro lordi). E’ come se si volessero fare dei giornali senza giornalisti, ma con dei comunicatori ubbidienti impaginatori di notizie selezionate secondo gli interessi di chi comanda.

Eppure si è aperta una grande occasione da cogliere per rilanciare l’informazione. Si tratta della “nuova frontiera” dei giornali online in forte espansione, con immense potenzialità di penetrazione per la capacità d’informare in tempo reale i lettori sugli avvenimenti italiani ed internazionali. I quotidiani sul web e quelli di carta stampata possono offrire una considerevole complementarietà: i primi possono dare in maniera sintetica ed immediata le notizie, i secondi possono approfondire i temi e fornire le chiavi di lettura a una valanga d’informazioni altrimenti confuse e poco comprensibili.

Carta stampata ultimo atto. Nel consiglio di amministrazione di fine luglio della Gedi (la nuova società editoriale nata dalla fusione del gruppo Espresso con ‘La Stampa’ e il ‘Secolo XIX’) si è parlato degli utili prodotti dall’accorpamento dei giornali di De Benedetti con quelli ex Agnelli, ma non dei piani editoriali per il futuro. Carlo, 82 anni, ha passato le consegne al figlio Marco De Benedetti, 54 anni, nominato presidente della Gedi. L’Ingegnere rimarrà unicamente presidente onorario: ma questa è soltanto un’altra successione dinastica in una proprietà di famiglia che, in questo caso, è un grande impero multimediale. Le precedenti incoronazioni dinastiche nei grandi gruppi imprenditoriali italiani, in genere, non hanno portato bene.

Rodolfo Ruocco

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