Operazione Condor, il teatro prova a fare ‘giustizia’ per Laura

operazione condor“Papà quando ci sei tu i mostri vanno via”, è una delle frasi che più colpisce durante lo spettacolo. Potrebbe sembrare rassicurante sentire una figlia dirlo al proprio padre e invece il vero mostro è colui che l’ha cresciuta.
Il teatro prova a ridestare la memoria su una delle vicende più macabre e inquietanti del secolo scorso: i famigerati ‘voli della morte’ eseguiti dai militari delle dittature latinoamericane, in particolare al centro della vicenda la storia di Laura che non ancora ventenne partorisce sua figlia in una di queste case adibite alla tortura.
Operazione Condor, il volo di Laura si sviluppa su due storie parallele e intrecciate tra loro: da una parte la narrazione diretta di Laura che narra alla figlia in grembo le sevizie e le torture a cui è sottoposta, dall’altra il processo in diretta e la contrapposizione tra Tamara (figlia di Laura) e il suo padre adottivo e presunto aguzzino della madre. Sul palco quattro attori: un giudice, un imputato, lo spirito di Laura e Tamara, sullo sfondo il proiettore con le testimonianze vere del processo.
Una storia portata alla luce grazie al Processo Condor: per circa quindici anni il Pubblico Ministero italiano ha condotto le indagini sul ‘piano Condor’, dopo aver ricevuto le denunce dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti. Il piano di sterminio conosciuto come Operación Cóndor o Plan Cóndor viene definito quale coordinamento tra i regimi, i corpi militari ed i servizi segreti delle dittature di Argentina, Brasile, Bolivia, Chile, Paraguay, Uruguay e, in forma meno constante, Perù. In realtà si è trattato di un’associazione a delinquere finalizzata alla scomparsa degli oppositori ai regimi, come accertato nella recente sentenza argentina. Il tragico risultato del Plan Cóndor è stato l’assassinio sistematico di circa 50.000 persone, di 30.000 prigionieri desaparecidos e 400.000 detenuti.
Un’opera importante che mette in scena non soltanto una storia che si sviluppa come un thriller, ma si tratta di una storia vera che mette in evidenza l’importanza della verità, così da rendere giustizia alle continue denunce e ricerche fatte dalle “Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo”.

Al teatro Marcello 28 – 29 – 30 Settembre 2017 h:21.00
(Via del Teatro di Marcello, 00186 Roma)

OPERAZIONE CONDOR
Il volo di Laura

Idea originale di Liliana García Sosa
Drammaturgia di Daniella Lillo Traverso
Regia e messa in scena di Liliana García Sosa e Ugo Bentivegna

Cast:
Liliana García Sosa
Maria Cristina Moglia
Roberto Burgio
Ugo Bentivegna
Nibia López Balao (video testimonianza)

Musica Originale Inti Illimani-Camilo Salinas
Scene e costumi Erminia Palmieri
Disegno luci Luca Barbati
Aiuto regia Gianluca Mazzanti
Dir. di Produzione Rosina Zímbaro e Paolo Monaci Freguglia
Produttore per l’America Latina María Fernanda García Iribarren

Una produzione Fattore K., Soc. Coop. Teatro Stabile delle Arti Medioevali,
Forteresse Asbl, Polifemo

RISPOSTE AMBIZIOSE

TALLIN1Stamani a Tallinn, poco prima dell’avvio dei lavori del vertice sul digitale, si è tenuto il bilaterale tra il premier Paolo Gentiloni e la cancelliera Angela Merkel. Il premier Paolo Gentiloni a Tallinn, intervenendo nel ‘digital summit’, ha detto: “La risposta dell’UE deve essere ambiziosa. Oggi è il momento che le diverse politiche europee si diano uno scatto di ambizione. Ieri è stato dato incarico a Tusk di riassumere, se si vuole, le diverse proposte emerse, quelle francesi, di altri paesi e del presidente Juncker: sono convinto che si possa arrivare a passi avanti. Mi auguro che il governo che verrà costituito in Germania contribuisca alla spinta necessaria alle politiche di crescita e lavoro, con la cancelliera il livello di collaborazione è sempre positivo. In Europa servono politiche ambiziose e a noi interessa che l’ambizione Ue sia soprattutto nella gestione della sicurezza, nelle questioni migratorie e negli investimenti in Africa, ma anche in una maggiore integrazione sul piano economico con il rilancio di politiche espansive e di crescita. Ci sarà su questo una discussione nei prossimi mesi, forse non facile. Non ci interessano tanto i modelli ma rilanciare politiche espansive. Quello che interessa a noi è che le proposte ambiziose dell’Unione siano sulla sicurezza e sulla gestione dei flussi migratori, sui rapporti con l’Africa, gli investimenti in Africa. Sarà uno dei punti all’ordine del giorno del Consiglio europeo ma qui è uno dei punti su cui si misura lo scatto di ambizione dell’Unione. Quello che ci interessa sul piano economico è che tutte le proposte di architettura economica europea abbiano come ispirazione di fondo il rilancio di politiche di espansione della crescita. L’Unione prenda atto che siamo in un diverso contesto che vede migliori numeri di crescita e quindi deve incoraggiare politiche espansive. I singoli paesi Ue non solo possono ma devono lavorare in coordinamento tra loro anche in senso delle cooperazioni rafforzate sulla web-tax, se non c’è un accordo all’unanimità tra i 28 a procedere tutti insieme. Questo è un po’ il senso del documento che Italia, Francia, Germania e Spagna avevano concordato a fine agosto a Parigi e hanno rivolto ai 28 qui”.

La presidente lituana Dalia Grybauskaite, nota per il suo linguaggio franco, ha detto, in sintesi, che nella cena informale dei leader Ue di ieri sera a Tallinn sono state fatte molte proposte senza sostanza, che ognuno interpreta come vuole. La rappresentante lituana ha detto: “Ora aspetto la lista di tutte le proposte che presenterà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk nelle prossime due settimane”.

Infatti, Tusk ha assicurato che presenterà l’agenda politica dell’Ue per i prossimi due anni tra due settimane. In particolare Tusk ha sottolineato:  “C’è la necessità di trovare soluzioni reali a problemi reali, di progredire un passo per volta e su una questione per volta con l’obiettivo di mantenere l’unità tra tutti i 27”.

Durante la cena era emersa la volontà forte e condivisa di mantenere l’unità dei 27 nella direzione futura da dare all’Ue e, pur proseguendo sul percorso di Bratislava e Roma, ci sarebbe qualche apertura ad affrontare nuove idee.

I capi di Stato e di governo che hanno partecipato alla cena, con la presenza della britannica Theresa May e l’assenza dello spagnolo Mariano Rajoy, hanno avuto una discussione approfondita su come portare avanti il lavoro del Consiglio europeo in modo da definire la direzione politica e le priorità per l’Ue. Questa discussione, secondo le fonti, si è svolta in un’atmosfera molto costruttiva e positiva. Dopo, il presidente Tusk è pervenuto a tre conclusioni: primo, la volontà di mantenere l’unità, che sembra quindi escludere l’opzione di un’Europa a più velocità, come del resto auspicato anche dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione; secondo, l’Ue deve continuare il suo lavoro per fornire risultati concreti ai cittadini, dando seguito alle priorità e linee guida stabilite nei vertici e nelle dichiarazioni di Bratislava e Roma, concepite per rilanciare l’Europa in risposta alla Brexit; terzo, infine, sulla base di quanto discusso a Tallinn, tornerà a consultare i capi di Stato e di governo dei 27 a stretto giro per organizzare concretamente il lavoro sulle riforme, in modo da arrivare con delle proposte concrete al vertice Ue del 19-20 ottobre. Alla discussione ha preso parte anche il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, che tra i molti temi affrontati ha tenuto in particolare a sottolineare la priorità della questione Cina e di una buona intesa sul nuovo sistema di dazi antidumping a tutela delle imprese e dei cittadini europei, nell’ottica di un’Europa che risponde alle preoccupazioni e fornisce protezione.

Da Tallin arrivano dunque nuove speranze per andare avanti nel cammino di integrazione dell’Unione Europea. Le manifestazioni di volontà potrebbero tradursi a breve in fatti concreti per la definizione dell’Unione Europea come confederazione o federazione di stati con una propria ‘governance’ e con politiche comuni dettate da un unico potere legislativo. Le premesse e le intenzioni sembrerebbero buone. Sarà necessario definire gli ambiti di competenza per le politiche comuni e per quelle che resterebbero in autonomia agli stati aderenti. Bisognerebbe iniziare a lavorare, al più presto possibile, alla redazione della Costituzione europea. Ruolo che potrebbe svolgere il Parlamento Europeo.

Se questo è il quadro politico su cui si muoverà l’Unione Europea nel breve periodo, non avrebbe senso, per il momento, sprecare energie in riforme istituzionali non opportune: basterebbe solo una buona legge elettorale che possa garantire la migliore rappresentatività possibile degli italiani. Se avremo tutti la cittadinanza europea, che senso avrebbe lo ‘Jus soli’ ?

Salvatore Rondello

Catalogna. Pronti i seggi nonostante il NO di Madrid

epa06234246 A ballot box is displayed during a press conference held by the Catalan Government to present the model of ballot boxes for the Catalan independence referendum, in Barcelona, northeastern Spain, on 29 September 2017. Catalonia is to hold an independence referendum on 01 October 2017 in spite of it has been banned by the Constitutional Court. EPA/Andreu Dalmau

EPA/Andreu Dalmau

Domenica si voterà “pacificamente” dalle 8 del mattino alle 20 nonostante il veto di Madrid, ha detto il portavoce del governo catalano Jordi Turull nella conferenza stampa di presentazione del voto. “Né il governo né i cittadini della Catalogna stanno facendo nulla di male”, ha affermato il vicepresidente catalano Oriol Junqueras, denunciando “lo stato di eccezione” instaurato da Madrid. Da parte spagnola invece si afferma il contrario: il voto sull‘indipendenza della Catalogna in programma questa domenica non si farà.
“Insisto che non ci sarà nessun referendum il primo ottobre”, ha detto il portavoce del governo spagnolo Inigo Mendez de Vigo nel corso di una conferenza stampa ribadendo la posizione del governo secondo cui il voto è illegale.
Per Madrid il presidente Carles Puigdemont dovrà “rispondere davanti ai tribunali” per la “grave slealtà istituzionale” di cui si è reso responsabile. “Siamo in presenza di un processo di disobbedienza costituzionale – ha accusato il portavoce del governo – contro una democrazia europea consolidata e prestigiosa come quella spagnola, in pieno XXI secolo”.
Le istituzioni del governo centrale hanno inviato migliaia di poliziotti di rinforzo in Catalogna per assicurarsi che il voto non abbia luogo e i tribunali regionali hanno ordinato alla polizia di fare dei cordoni intorno alle scuole utilizzate come seggi elettorali. Per contro cittadini separatisti hanno invitato a occupare i seggi per tenerli aperti e a opporre una resistenza pacifica.
Un collegio di universitari garantirà il corretto svolgimento delle operazioni di voto e nel frattempo il governo catalano ha svelato per la prima volta ai cronisti le urne che saranno usate per il voto e che la polizia spagnola da settimane cerca invano di sequestrare. L’urna è in plastica bianca semi-trasparente con il logo del governo catalano e un coperchio scuro con la fessura per depositare le schede. La Guardia Civil è riuscita a sequestrare circa 13 milioni di schede ma per ora nessuna urna.

Tennis, le emozioni della Laver Cup: un bene
di lusso per pochi

laver-cupForse l’appuntamento più importante della settimana tennistica era quello della Laver Cup a Praga. E le attese non sono state tradite. Certo i pronostici promettevano un puro spettacolo che è arrivato alla 02 Arena, ma probabilmente non tutti pensavano che i talenti indiscussi schierati da Bjon Borg potessero fare tanto. Ề stata, infatti, la squadra capitanata dall’ex campione svedese a dominare quella di John McEnroe. Hanno vinto i “blu” del Team “Europa” contro quello “rosso” de “Il resto del mondo”. Erano di certo i favoriti con 5 dei primi 7 del ranking mondiale rispetto al gruppo del “Resto del Mondo”, in cui c’erano 5 dei primi 51. I nomi bastano a rendere conto di tale piccolo vantaggio di partenza: Roger Federer, Rafael Nadal, Alexander Zverev, Dominic Thiem, Tomas Berdych e Marin Cilic; dall’altra parte: Nick Kyrgios, Jack Sock, Sam Querrey, John Isner, Denis Shapovalov, Frances Tiafoe. Le sorprese e le emozioni, però, non sono mancate. L’equilibrio c’è stato: match bellissimi e molto lottati; il livello di tennis espresso altissimo. 15-9 il parziale finale di questa tre giorni (dal 22 al 24 settembre), che ha siglato il successo di questa prima edizione della Laver Cup; i punti venivano così assegnati: 1 punto per ogni match vinto nella prima giornata, 2 punti nella seconda e 3 punti per la terza. In tutto sono stati giocati tre singolari e un doppio al giorno per un totale di 9 singoli e 3 doppi. Il prossimo anno ad ospitarla sarà l’America, ma intanto resta il ricordo di quella che è stata soprattutto la festa di Sir Rod Laver, che tanto l’ha voluta. Il campione australiano si è goduto, anche durante la premiazione in cui tanti tributi gli sono arrivati, quella che è una sorta -potremmo ribattezzare- di una nuova Coppa Davis universale, in cui le nazionalità lasciano posto all’unico protagonista: il meglio del tennis. Ma non bastava solo poter contare sul talento di questi atleti di calibro (da menzionare, oltre ai 12 scesi in campo, anche le “riserve” di tutto rispetto: Fernando Verdasco e Thanasi Kokkinasis; a compensare i forfait di Del Potro e Raonic); per vincere occorreva sapere amalgamare bene anche le loro personalità, i caratteri e i temperamenti a volte molto differenti, e soprattutto mettere dei paletti per fissare bene gli equilibri interni ai vari team: nessuna prevaricazione reciproca, poiché non era facile lasciare che ognuno (abituato a primeggiare e volenteroso di farsi notare ed esser utile alla squadra) desse il giusto spazio e il dovuto peso all’impegno dell’altro. Non era un’esibizione amatoriale di tennis qualunque, né una vetrina personale in cui esibirsi, sfoggiare e sfogare il proprio ego. Era mettersi al servizio del tennis anche per aprire quasi le danze a quelle che saranno le Next Gen Atp Finals o le Atp Finals di Londra, per ricordare che il tennis è talento, ma soprattutto sportività, gioco di squadra. Al di là del risultato. Qui hanno davvero vinto tutti e giocato con un impegno massimo. E la Laver Cup ha fatto miracoli. Innanzitutto abbiamo potuto veder giocare insieme in doppio Federer e Nadal (che hanno vinto sulla coppia americana Querrey-Sock); poi il primo si è molto prodigato dispensando consigli agli altri, così come si è calato nei panni di coach anche Rafa consigliando proprio Roger. A dimostrazione che tutti volevano mobilitarsi, fare qualcosa per raggiungere il risultato di una vittoria condivisa. Forse proprio il legame di amicizia e complicità ha permesso al team Europa di primeggiare (anche Zverev e Thiem, infatti, si conoscevano molto bene e hanno giocato insieme in doppio). Di certo non passa inosservato il loro “ingaggio”. Gettoni di presenza pari a diversi milioni di euro, ma anche il montepremi finale per la vittoria non è stato da meno: per i sei trionfatori 250mila dollari a testa. Certo si voleva incentivarli a giocare e di sicuro si doveva tenere conto della classifica alta dei big e dei tornei cui hanno dovuto rinunciare a disputare; ma una rinuncia ben contro-pagata. Però c’è da dire che Federer è stato anche co-fondatore della manifestazione e che comunque, nonostante l’ingente somma già guadagnata di partenza solo per la presenza e la partecipazione, all’adesione ha seguito un grosso impegno. I campioni non si sono risparmiati. Si potrebbe dire che la Laver Cup sia come un bene di lusso: che pochi si possono permettere e che si compra nonostante il costo esorbitante, consapevoli del prezzo maggiorato proprio perché è un lusso che ci si vuole concedere -come si suol dire-. Si potrebbero sollevare critiche e obiettare che le cifre sono troppo alte, esagerate. Del resto è un po’ come nel calcio gli stipendi miliardari oppure come i cachet di Sanremo: ma sono quegli eventi che capitano una volta l’anno e c’è chi potrebbe rispondere che ne vale la pena spenderci tanto e investirci molto. Del resto se poi i campioni hanno dimostrato di meritare tali premi stratosferici giocando al massimo ben venga; ma non disdegneremmo se in una prossima futura edizione ci possa essere una riduzione dei cachet o un devolvere in beneficenza almeno parte di tali cifre (se non in toto). Sarebbe un ulteriore esempio di grossa umanità e sportività dato -che già più volte questi big della racchetta hanno dimostrato senza misura-. Tutti erano consapevoli (giocatori ed anche gli stessi organizzatori che hanno allestito un evento così prestigioso, sapendo quello su cui andavano ad investire) che non si sarebbe trattato solo di un mero evento sportivo, ma soprattutto mediatico e -ancor prima- economico-finanziario: una fonte di business enorme (oltre ai cachet, si può solo immaginare il costo dei biglietti); ma, dall’altra parte, tutti sanno che campioni così possono anche fare tanto, in maniera altrettanto proporzionata, per aiutare. E di motivi ce ne sono tanti: non solo cause umanitarie, eventi catastrofici a seguito di atti terroristici o calamità naturali; per ricostruire dunque, ma anche per la ricerca (non solo a livello di salute), ma anche -ad esempio, pensiamo- per lo sport, per migliorarne la qualità: investire in nuove strutture, devolvere per sostenere anche chi non può permettersi di giocare per un fattore economico, avviare campagne di sensibilizzazione contro il doping o per diffondere la sportività; regole di gioco, come regole di vita all’insegna della solidarietà. Del resto più volte questi campioni si sono mobilitati in merito. Sarebbe stata un’occasione in più; anche magari giocando in posti meno prestigiosi.

Ma veniamo al tennis giocato: la competizione c’è stata, così come l’equilibrio. Infatti sono stati molti i tie-break giocati e i match tie-break decisivi disputati. Sicuramente gli incontri decisivi erano gli ultimi due singolari della terza giornata tra Nadal e Isner e tra Federer e Kyrgios. Lo svizzero non ha deluso le aspettative e ha portato a casa un punto fondamentale; ma solo al terzo set: l’australiano ha giocato benissimo e ha vinto il primo set, ma a fare la differenza è stata un po’ più di precisione da parte dell’elvetico che nei momenti più importanti ha trovato i colpi migliori, sbagliando meno, mentre l’altro ha concesso qualcosina in più, cedendo qualche errore di troppo di imprecisione e di sfortuna. 4-6 7-6(6) 11-9 il punteggio finale. Partita straordinaria, così come l’altra in cui l’americano Isner ha dimostrato di saper vincere non soltanto con gli aces e il servizio, ma con il gioco giocato, in attacco a rete e rispondendo ai passanti dello spagnolo (che ha giocato malissimo soprattutto il tiebreak del secondo set). Il dato particolarmente rilevante è che i punti vinti in risposta sono andati a favore di John -curiosamente-: in tutto 33 per lui contro i soli 16 complessivi per lo spagnolo.

Vediamo tutti i risultati.

Giorno 1

Cilic-Tiafoe 7/6(5) 7/6(6)

Thiem-Isner 6-7/7-6/10-7.

Zverev-Shapovalov 7/6 7/6

Giorno 2

Federer-Querrey 6/4 6/2

Nadal-Sock 6-3/3-6/11-9

Kyrgios-Berdich 4-6/7-6/10-6.

Giorno 3

Zverev-Querrey 6/4 6/4

Nadal-Isner 5/7 6/7(1)

Federer-Kyrgios 4-6 7-6(6) 11-9

Barbara Conti

L’acqua e il fuoco. In scena il rapporto tra D’Annunzio e la Duse

d'annunzio duse

Pochi sanno che Gabriele D’Annunzio, nel 1882 (ad appena un anno dalla “licenza d’onore” conseguita al Reale Collegio “Cicognini” di Prato), a 19 anni, tra le varie recensioni avute della sua terza raccolta di poesie, “Canto novo”, ne ebbe una, molto favorevole, d’un giovane Filippo Turati (di soli 6 anni più grande): che sulla rivista diretta dal socialista e federalista cremonese Arcangelo Ghisleri, “La Nuova Farfalla”, notava la precoce maturità del giovanissimo poeta abruzzese. E col socialismo, il “supernazionalista” D’Annunzio ebbe sempre, in effetti, un rapporto odio-amore: sino a lasciare nel 1898, in polemica con l’involuzione autoritaria del sistema politico assecondata da Umberto I, i banchi parlamentari della destra (dov’era stato eletto l’anno prima), per andare a sedersi temporaneamente a sinistra, in cerca ( così s’espresse) di libertà e di vita.

dannunzio rivieraDomenica 1 ottobre, al Vittoriale di Gardone Riviera, alle 11 e alle 15,30 Carlo Bertinelli e Alessandra Brocadello, “colonne” della compagnia teatrale “teatrOrtaet”, in collaborazione con la fondazione Vittoriale degli Italiani, metteranno in scena “L’ Acqua e Il Fuoco”: non uno spettacolo classico, ma una “visita animata” (con testi tratti dall’ omonimo spettacolo teatrale di “Teatrortaet”) al Parco del Vittoriale, tra i Giardini della Prioria e La Valletta, sino al monumentale anfiteatro. Secondo una formula ( che “teatrOrtaet” applica con successo da anni, organizzando spettacoli sponsorizzati soprattutto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali o dagli enti locali) che coniuga adeguatamente teatro e riflessione storica: i due attori interpretano ogni volta una pièce che, in contesti museali e monumentali di grande significato, alla presenza del pubblico ripercorre un preciso momento della storia.
Ne “L’ Acqua e il Fuoco”, un D’Annunzio ormai “star ” della letteratura ( e della politica) europea, interpreato da Carlo Bertinelli, rivive anche quei momenti giovanili.Ma ripercorre. soprattutto, il tormentato, focoso (in piu’ sensi,,,!) rapporto, su base passionale e artistica, con la “Divina” Eleonora Duse, durato soprattutto dal 1898 al 1901. Ma la prima e l’ultima scena della visita mostrano un “Vate” ormai stanco, perso nei fantasmi di quello che era stato, nonostante tutto, un grande amore (molto diverso da quello, altrettanto celebre, tra Pirandello e Marta Abba), un “Fuoco” (dal titolo del libro del 1900 in cui D’Annunzio narrava, in modo irriverente, il suo amore per la Duse, che peraltro difese artisticamente il testo); e una “Divina” ormai avanti negli anni, costretta dal disastro finanziario a calcare un palcoscenico divenutole ormai penoso. Siamo nel primo dopoguerra, infatti, con un conflitto che per gli europei ha fatto veramente, in piu’ sensi, da tragico spartiacque: la Duse (di 5 anni piu’ grande di D’Annunzio) morirà, negli USA, nel 1924, con forte dolore del poeta (rimasto legato a lei anche dopo la fine del rapporto vero e proprio).
“Interpretare d’Annunzio – spiega Carlo Bertinelli – mi ha causato una crisi profonda, perché ha voluto dire anzitutto smantellare tutti gli stereotipi che la sua figura si porta dietro. Metterlo in scena è stata un’operazione pesante: che, però, più andava a scavare più trovava l’uomo, contraddittorio quanto si vuole, ma anche autentico nelle sue contraddizioni”. «Il tratto saliente della Duse che metto in scena – dice Alessandra Brocadello, fortemente immedesimatasi nei panni dell’attrice – è l’appassionata ricerca d’ una sua originalità artistica. Eleonora cerca testi nuovi, autori contemporanei, si mette in gioco, vuole scrollarsi di dosso i personaggi dell’Ottocento, finora suoi cavalli di battaglia: si propone di trovare una strada nuova che vada verso la modernità. Non a caso verrà presa a simbolo da tutte le attrici che varcano questa cesura tra passato e presente, che cercano il superamento dei vecchi schemi: dove l’attore s’ imbellettava, più che interpretare”.
La prenotazione è obbligatoria: informazioni: http://www.teatrortaet.it/;  www.visiteanimate.it; prenotazioni@teatrortaet.it

Fabrizio Federici

Russiagate: arrivano le conferme

HAMBURG, GERMANY - JULY 7: (----EDITORIAL USE ONLY MANDATORY CREDIT - " RUSSIAN PRESIDENTIAL PRESS AND INFORMATION OFFICE / HANDOUT" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS----) Russia's President Vladimir Putin (L) and US President Donald Trump (R) shake hands during a bilateral meeting on the sidelines of the G20 summit in Hamburg, Germany, on July 7, 2017. (Photo by Russian Presidential Press and Information Office/Anadolu Agency/Getty Images)

Photo by Russian Presidential Press and Information Office/Anadolu Agency/Getty Images

Che i russi avessero cercato di influenzare le elezioni americane non è una novità, ma le conferme ufficiali sono sempre state un po’ frammentarie (anche per l’ostruzionismo del neo-presidente). Oggi è arrivata però una notizia che darebbe un’ulteriore conferma di questa manipolazione. Twitter ha infatti annunciato di aver chiuso oltre 200 account legati ad ambienti filorussi, di cui 3 gestiti da Russia Today. Il canale TV satellitare è tra le emittenti russe più diffuse al mondo ed il suo appoggio al presidente Putin è noto a tutti. Nel 2016 il network ha investito ben 274.000 dollari per promuovere i 1823 tweet dei succitati account, al solo scopo di influenzare le elezioni americane.

I dati non sono ipotetici, ma sono stati diffusi dal vice presidente dell’azienda Colin Crowell. Il manager si occupa anche delle relazioni istituzionali ed è stato sentito in questi giorni dalle commissioni di Camera e Senato impegnate nel Russiagate. L’azienda ha inoltre dichiarato di “rispettare profondamente l’integrità del processo elettorale, pietra miliare di tutte le democrazie” e aggiunge: “Continueremo a rafforzare la piattaforma contro i tentativi di manipolazione”. Ma la vicenda non si concluderà qui. Secondo alcuni media USA, il 1° Novembre sono stati invitati a comparire davanti al Congresso i top manager delle compagnie americane protagoniste della vicenda: Facebook, Twitter e Alphabet (la controllante di Google).

La domanda che ora sorge spontanea è: se i russi hanno influenzato un evento sotto i riflettori come le elezioni, è plausibile che possano intervenire anche in periodi più in ombra? La risposta è: si. Anche in questi ultimi giorni sembra che i troll sovietici stiano manipolando l’opinione pubblica (social) americana. L’ultimo caso è stato quello della vicenda “Trump vs Nfl”, in cui il presidente ha attaccato i giocatori di football in protesta contro il suo operato. Attraverso un’abile operazione di “alimentazione dei trend”, lo staff di Trump, supportato (incosapevolmente o meno non lo sappiamo) dai russi, ha distolto l’attenzione dallo scandalo mail che stava affossando il genero del presidente. Il marito di Ivanka avrebbe infatti utilizzato server non protetti durante la campagna, un’azione simile a quella compiuta dalla Clinton durante il suo impegno istituzionale (tanto criticata dai repubblicani).

Gli ulteriori sviluppi di questa vicenda sono tutti da seguire e fanno riflettere sul grande ruolo dei social network. Delle piattaforme (private) di propaganda incontrollabili e senza regole, che possono diventare delle armi potentissime contro la democrazia.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Rosatellum. Sono 321 gli emendamenti presentati

Legge elettoraleÈ contenuto il numero degli emendamenti al Rosatellum bis. Ne sono stati depositati, stamattina, soltanto 321. “Un numero ragionevole”, ha commentato il presidente alla commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti. “Ci sono tutte le condizioni per lavorare bene da martedì” quando inizieranno i voti in commissione. Mazziotti ha sottolineato il “clima diverso rispetto all’inizio dell’iter sul tedeschellum quando vennero presentati circa 780 emendamenti”.

Anche le forze che hanno votato contro l’adozione del testo in commissione, hanno presentato infatti pochi emendamenti: 39 da M5S, 28 Mdp, 21 Sinistra Italiana e 26 Fdi. “Da parte nostra non c’è alcun intento ostruzionistico e il numero degli emendamenti lo dimostra.

Vogliamo poter discutere”, ha detto Alfredo D’Attorre di Mdp. Quanto al Pd, ieri sera il capogruppo dem Ettore Rosato spiegava che le proposte di modifiche presentate (sono 31) sono tutte “tecniche,

aggiustamenti e correzioni. Nulla che incida sull’impianto della legge”. I dem si preparano a fronteggiare le accuse di incostituzionalità mosse da Mdp e M5S. “Abbiamo sottoposto il testo a

diversi costituzionalisti – ha fatto sapere Rosato – e non ci sono rischi di incostituzionalità”.

Per quanto riguarda gli emendamenti di Mdp, in particolare vengono messi in evidenza un paio di punti giudicati a rischio incostituzionalità. Uno di questi è il fatto che il voto dato nell’uninominale passi anche alle liste che sostengono il candidato nel collegio e poi la ‘pesca a strascico’ con le liste civetta, in quanto il Rosatellum prevede che i voti dei partiti che non raggiungono il 3 per cento siano ‘assorbiti’ dal partito o coalizione a cui sono collegati. E poi l’emendamento per introdurre la possibilità di voto disgiunto, le preferenze al posto dei listini bloccati, per inasprire le sanzioni

per chi non rispetta la parità di genere nelle liste e per, spiega D’Attorre, smascherare il meccanismo delle “coalizioni farlocche.

Presenteremo un emendamento perché le coalizioni, per presentarsi, debbano aver sottoscritto un programma comune”. Una serie di proposte simili sono state depositate anche da Sinistra Italiana ed alcuni emendamenti sono comuni con Mdp come l’introduzione delle preferenze, il voto disgiunto e lo stop alla possibilità della ‘pesca a strascico’ con le liste civetta. Vi sono anche emendamenti di diversi gruppi per la sottoscrizione digitale delle liste. I 5 Stelle hanno presentato 39 emendamenti e le richieste principali di modifica si concentrano su preferenze, voto disgiunto e scorporo.

Come il Pd anche Forza italia non ha presentato emendamenti che toccano l’impianto del Rosatellum. Tra le proposte (sono 16), in particolare, raccontano fonti azzurre, il partito di

Silvio Berlusconi ha predisposto una ‘modifica’ al testo base sul nodo della premiership, che in sostanza attribuisce alla forza politica della coalizione più votata la facoltà di indicare il futuro leader. Una mossa, fanno notare, che corrisponde alla volontà del Cav (dello stesso avviso è anche Matteo Salvini) di riconoscere la guida della futura coalizione di centrodestra al partito che conquisterà più consensi alle prossime politiche.

Tra le modifiche, la norma anti-brogli elettorali, vecchio cavallo di battaglia del Cav e quella (a firma Elena Centemero) per rendere ancor più stringenti le regole di genere vigenti. Forza Italia proporrà poi l’emendamento sul Trentino, sponsorizzato dalla deputata altoatesina Michaela Biancofiore per lo scorporo, con l’obiettivo di assegnare alcuni seggi pure al movimento forzista nel recupero proporzionale e non lasciare carta bianca alla Svp.

Tra gli emendamenti dei 5 Stelle anche una norma anti-Berlusconi che prevede l’incandidabilità del capo politico condannato. L’emendamento si riferisce alla leadership di Silvio Berlusconi. Non saranno ammesse alla competizione elettorale – si legge nell’emendamento – le forze politiche che indicheranno come “capo della forza politica” chi in base alle leggi attuali “al momento del deposito del programma elettorale non possa essere candidato” o “non possa ricoprire la carica di deputato”.

Roma, i revisori bocciano il bilancio consolidato

Roma-mafia-CampidoglioAltri guai per il comune di Roma. L’organismo di revisione economica e finanziaria ha bocciato il bilancio consolidato del Campidoglio. L’obiettivo dell’amministrazione a Cinquestelle era approvare in aula entro domani il bilancio consolidato che annovera anche i conti in rosso di Atac e anche il bilancio di Ama. Ma l’Oref, nelle conclusioni della sua relazione, non ritiene che “le risultanze esposte nel bilancio rappresentino in modo veritiero e corretto la reale consistenza economica, patrimoniale e finanziaria del gruppo amministrazione pubblica di Roma Capitale ed esprime parere non favorevole all’approvazione del bilancio consolidato dell’esercizio 2016”. I revisori invitano l’ente ad “adottare i provvedimenti di competenza potenziando le strutture preposte al controllo e alla verifica dei rapporti con le società partecipate”.

Ma il comune va avanti: “Il parere dell’Oref sul bilancio consolidato – afferma l’assessore al Bilancio di Roma Gianni Lemmetti – non è vincolante, quindi andiamo in Aula”. Successivamente l’assessore Lemmetti ha scritto su Facebook che “Oref fa politica. La nostra amministrazione approverà il Bilancio consolidato 2016 di Roma Capitale. E non si farà fermare da chi approfitta del suo ruolo tecnico per esprimere giudizi politici che non gli competono”.

E nelle controdeduzioni alla relazione dell’organismo di revisione economico si muovo critiche alla relazione stessa. “Alcune delle osservazioni e criticità presenti nella stessa relazione – si legge – sono state evidenziate, affrontate e risolte sia nella documentazione a corredo della proposta deliberativa, sia esplicitate in sede di incontri avuti con l’organismo stesso per cui risulta non giustificabile (e quindi immotivabile) il giudizio finale a cui è pervenuto il collegio”. Nella relazione si ritengono “superati i rilievi fatti dall’Oref” prendendo atto che “il bilancio consolidato 2016 parte dalle risultanze approvate in sede di rendiconto 2016 con il parere favorevole dell’Oref”.

Intervista a Finetti: dalla lite Pci-Psi all’Antipolitica

Con l’intervista ad Ugo Finetti continua la serie di conversazioni storiche sul crollo della Prima repubblica. Finetti, storico esponente del Psi e Vicepresidente della regione Lombardia dal 1985 al 1992, ha le idee molto chiare sulla fine della Repubblica dei partiti. In questa intervista spiega il ruolo del pool di Milano e dei potentati economici, parlando di uno scioglimento per via giudiziaria dei partiti. Finetti, con il suo approccio da storico affermato, illustra anche i meriti storici del sistema dei partiti.

craxi-e-napolitanoQual era il clima politico degli anni Ottanta? C’era sfiducia verso i partiti?
L’antipolitica c’è sempre stata. Bisogna distinguere quando la polemica contro i partiti diventa avversione alla democrazia. Il fastidio verso i partiti nasce nel primo dopoguerra. Già nel 1919 c’era un certo fastidio, soprattutto dopo l’estensione del suffragio universale. Da questo momento i ceti più alti iniziarono a non sopportare che persone da loro ritenute di livello culturale e sociale inferiore potessero prendere decisioni di rilievo nazionale. Inizia l’avversione alla democrazia.
Nel secondo dopoguerra con la vita democratica che rinasce sotto la guida dei partiti del Cln c’è il trionfo dei partiti: i partiti diventano il cardine della democrazia e sono i veicoli di una estesa partecipazione sia alle elezioni che alle varie manifestazioni da essi organizzate. La partecipazione al voto era massiccia. I partiti sono punti di riferimento per un sistema di valori.
Le crepe iniziano dopo il ‘68, quando cresce una vera polemica verso i partiti (gli extraparlamentari), prima c’era solo una contestazione secondaria (per lo più di estrema destra ‘nostalgica’ del fascismo). Un segnale chiaro è l’esito del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1978. Gli anni Settanta, più in generale, logorano il sistema politico, anche a causa delle varie crisi: economica, politica e sociale, sommate all’emergenza del terrorismo. Negli anni Ottanta c’è la fuoriuscita dalla crisi economica. La politica ha un primato, è promotrice dell’integrazione europea; i partiti diventano protagonisti, sia a livello ideale, tecnico-programmatico e istituzionale. Ci si rende conto però che la società italiana ha bisogno di un diverso assetto istituzionale, ma gli anni Ottanta non vedono un’autoriforma, e questo può essere un motivo di sfiducia.
Il ruolo dei partiti dipende anche dalle modalità con cui l’Italia vive la Guerra fredda e anche al ruolo dei partiti unitisi durante la Resistenza. L’antifascismo interseca lo schieramento della Guerra fredda. In Italia non c’è stato nessun muro di Berlino e con il Pci in Parlamento non si è andati a ‘muro contro muro’. Questo può aver comportato forme di consociativismo e può aver creato una sorta di omologazione politica che ha pesato sulla fiducia verso il sistema.
Un’altra questione problematica riguarda la staticità nei gruppi dirigenti: si arriva alla fine della Prima repubblica con a capo del governo il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Anche gli stessi padri della Prima repubblica sono arrivati alla fine degli anni Novanta con ruoli di rilievo. Questo ha significato anche un certo immobilismo. Si può concludere dicendo che un elemento di crisi dei partiti è che con la fine della Guerra fredda gruppi dirigenti che erano stati ‘in divisa’ si sono trovati ‘in abiti borghesi’. La smilitarizzazione della politica ha messo in libertà l’elettorato.

Come erano percepiti i partiti? Si sentiva la crisi dei partiti di massa?
Prima di parlare di partiti in generale si deve distinguere tra i vari partiti, non si può parlare generalmente di partiti di massa. Si tratta di realtà molto diverse. La Dc ha un retroterra cattolico molto vasto e articolato, è un partito interclassista. Il Psi e il Pci, invece, hanno un primato di elettorato popolare. Ma sono diversi tra loro: il Pci è un partito con un retroterra di solidarietà internazionale ed è organizzato in modo paramilitare con il centralismo democratico, con il divieto delle correnti e con un segretario eletto a vita, con successione monarchica (il vice diventa segretario). Il Psi, al contrario, ha tante correnti, subisce molte scissioni, ed è in stato di divisione permanente.
Elettoralmente si ha un elettorato sempre stabile, gli spostamenti elettorali sono microscopici rispetto ad oggi. Sono mutazioni lievissime, si pensi anche alla tradizione familiare con cui si andava al voto.
I partiti di opinione erano pochi e di dimensioni ridotte. Tutti i partiti però erano accomunati dall’antifascismo. C’era l’antifascismo da parte della Dc che limitava gli elementi di estrema destra, mentre il Pci condannava gli elementi più rivoluzionari della sua ideologia.
I partiti hanno così garantito anche la tenuta democratica durante situazioni drammatiche come il terrorismo, o di fronte a tentativi di colpi di mano. Infine bisogna ricordare che la tanto bistrattata partitocrazia è stata protagonista della resistenza e dello stato sociale. Prima di rivolgerle una critica sferzante, bisognerebbe ricordarne anche i meriti.

Cosa ne pensa del crollo della prima Repubblica? Quali sono le cause?
Non bisogna confondere crollo e sconfitta. Gli errori politici si riflettono in sconfitta elettorale non in crollo di sistema. L’unico grande calo tra il 1989 e il 1992 riguarda il Pci. Nel maggio 1992 Craxi era l’unico candidato alla presidenza del consiglio. Il pentapartito aveva la maggioranza del consenso. Quando per causa giudiziaria scatta il veto su Craxi da parte di Scalfaro, il presidente della Repubblica chiede comunque al segretario socialista di fare il nome del presidente del consiglio.
Il crollo avviene essenzialmente per via giudiziaria, non è la società civile che abbatte il sistema. Non bisogna confondere la procura di Milano con la società civile. Alcuni hanno parlato del referendum Segni come segno inequivocabile del declino, in realtà è un fatto politico, ma non è un crollo. Il Psi l’anno dopo – con Mani Pulite già in corso – nelle elezioni del ’92 mantiene le posizioni (perde due deputati su quasi cento). Non è quindi la società civile che ha rovesciato la politica. La realtà è che c’è stato uno scioglimento giudiziario dei partiti in modo molto selettivo.
Si è voluta creare artificialmente una dialettica politica tra ex fascisti ed ex comunisti. Fatto che fu consacrato nelle amministrative del 1993: si pensi alle contese elettorali tra Bassolino e la Mussolini a Napoli e alla sfida tra Fini e Rutelli a Roma. Questo schema venne sovvertito dal fenomeno berlusconiano.
La disgregazione voluta dal Pool nasce dal fatto che con la fine della Guerra fredda e la globalizzazione, il potere economico pensa che sia venuto il momento di liberarsi dalla politica. Si immagina un mondo senza conflitti, per andare verso un unico modello economico-istituzionale. C’è un assalto al potere politico, anche perché si volevano promuovere delle privatizzazioni che vedevano la classe di governo restìa. Non a caso Mediobanca con Cuccia patrocina il referendum Segni, insieme a Berlusconi. L’ex cavaliere dà molto spazio anche a Mani pulite sfruttando le sue televisioni.

Cosa ne pensa delle recenti parole di Di Pietro?
Parla così perché ormai l’Italia di Mani pulite è uscita di scena, sono usciti di scena i suoi eroi. Mani pulite ha salvaguardato comunisti e sinistra Dc più i neofascisti del Msi. Di Pietro e d’Ambrosio, non per caso sono diventati parlamentari del Pd. Di Pietro vorrebbe ora rientrare in Parlamento e ha fatto dichiarazioni a favore dei postcomunisti (Bersani) e degli ex missini (Meloni).

Che tipo di inchiesta è stata Mani Pulite?
Mani Pulite è un’inchiesta essenzialmente cartacea. Ha come postulato che gli imprenditori sono vittime della politica. L’inchiesta si svolge in maniera abbastanza semplice: si arrestano gli imprenditori affinché facciano i nomi dei politici. Così ottengono la libertà. L’inchiesta si basa sulle sabbie mobili della carcerazione preventiva con ‘confessioni’ firmate per uscire e che contengono accuse che sono quasi sempre parole non documentate.

Non possiamo non parlare del finanziamento ai partiti. Cosa si ricorda? Era un sistema come ha sostenuto più volte Craxi?
C’è in effetti una sorta di continuità dal 1944 con i primi finanziamenti al Cln anche fisica: Enrico Mattei si occupava di dividerli tra i partiti del Cln. È lo stesso Mattei che divide l’’oro di Dongo’.
È sempre Mattei che da presidente dell’Eni divide i soldi per i partiti.
Il sistema di finanziamento alla politica era molto noto e anche il Pci vi partecipava; non solo aveva finanziamenti provenienti dall’Urss, ma anche dai privati in cambio di favori. I verbali della Direzione del Pci lo testimoniano parlando esplicitamente di ‘tangenti’ o di ‘amministrazione straordinaria’ (cioè fuori dal bilancio ufficiale).
C’era un accordo generalizzato a livello nazionale per cui il 3% del valore degli appalti era riservato ai partiti. Si pensò di voltar pagina pubblicizzando finanziamenti una tantum. Anche Craxi si rendeva conto che il finanziamento illecito rendeva vulnerabili e creava marasma di gruppi personali. Ma è da tener presente la reazione dei privati: essi non volevano far sapere quanto davano ai partiti e non volevano comunque rinunciare ai fondi neri. Infatti l’accordo era il 3%, ma nei verbali si dichiara spesso molto di più. Persino il doppio. Nel sistema dei fondi neri si muovevano agevolmente anche i privati. Si tirava avanti sapendo che era ‘il segreto di Pulcinella’.

Quali sono stati gli errori di Craxi e quando inizia il suo declino?
Tra il 1987 e il 1992 Craxi pensa solo al ritorno a palazzo Chigi e vive la legislatura in attesa. La ritiene un tempo morto da far trascorrere in attesa che maturi la ‘controstaffetta’ e infatti arriva come unico candidato alla guida del governo nel 1992. Assume un atteggiamento di distacco, prende l’incarico all’Onu, ostenta distacco dalla politica quotidiana. Però agli occhi dell’elettorato rimane il dominus della politica anche perché i presidenti del consiglio continuano a cambiare.
È sbagliato addossargli tutta la colpa dell’immobilismo istituzionale. Il mutamento istituzionale si inceppa sul fatto che il Psi vuole il presidenzialismo, mentre Pci e Dc vogliono il maggioritario e sono contro il presidenzialismo, proprio perché temono la popolarità di Craxi negli anni Ottanta. Craxi rimane il politico più popolare rispetto a tutti, pur essendo il Psi più debole di Dc e Pci. L’odio nei suoi confronti si deve alla sproporzione tra potere politico e peso elettorale, a cui Craxi cerca di reagire tentando di costruire un’area politica più vasta, si veda la politica verso i socialdemocratici, i liberali, i radicali e anche parte dei repubblicani.

Che rapporti c’erano tra il Pci e Craxi?
Il concetto di ‘duello a sinistra’ non è forse una categoria interpretativa del tutto adeguata. Craxi non era anticomunista, aveva il disegno di far confluire il Pci verso un’opzione socialdemocratica a guida socialista. La politica di Craxi è stata una politica di tallonamento continuo al Pci. Per capirlo bisognerebbe conoscere il Craxi che fa politica tra il 1956 e il 1976
Per quanto riguarda il Pci la politica anticraxiana di Berlinguer è contestata da Napolitano, da Lama e dalla Iotti. Nel 1980 Berlinguer fa addirittura una Direzione-seminario sul Psi, ma la relazione anticraxiana di Natta non viene approvata perché c’è una parte del Pci che non vuole rompere con i socialisti. Berlinguer è contrastato proprio perché Craxi non è anticomunista. Napolitano, per la sua critica a come Berlinguer pone la ‘questione morale’ contro il Psi, sarà anche estromesso dalla segreteria e nominato capo gruppo della Camera. Anche Pajetta è a favore di Craxi. A Berlinguer si contesta il fatto che parla di alternativa, ma in realtà vuole accordarsi con la Dc contro il Psi.
Un episodio interessante riguarda lo scambio di battute tra Reichlin e Craxi dopo l’incontro tra Pci-Psi alle Frattocchie nel 1983. Craxi in modo amichevole avverte che il segretario del Pci capisce poco i mutamenti della società italiana e il dirigente comunista ammette che Berlinguer aveva una ‘visione catastrofista’. Possiamo dire che Craxi invece capiva molto di più le trasformazioni in atto.
Durante la segreteria Natta si sveleniscono i rapporti con Craxi. Il segretario socialista poi spera anche in Occhetto. Nel post ’89 non è aggressivo, è prudente, non incalza, aspetta una scelta socialdemocratica da parte del Pci che però non arriva. I comunisti di Occhetto pensano al cosiddetto ‘nuovo internazionalismo’, a un terzomondismo ‘ambientalista’, ma non alla socialdemocrazia.

Martino Loiacono

Il futuro dell’economia dopo la crisi
secondo Robert Reich

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Robert Reich ha curato una nuova edizione di “Aftershock. Il futuro dell’economia dopo la crisi”, arricchita da una sua prefazione “attinente al futuro dell’Italia” e da una postfazione di Michele Salvati. Sia la prefazione che la postfazione costituiscono importanti integrazioni del contenuto dell’originaria edizione del libro: nella prima, Reich traccia un’interessante analisi parallela di quanto è accaduto in America e in Italia e del diverso modo in cui i due Paesi hanno reagito alla crisi, mentre nella postfazione Salvati integra l’analisi di Reich, laddove essa appare silente o insufficiente. Salvati illustra, da un lato, gli “snodi” che hanno caratterizzato i “paradigmi” dei modelli organizzativi dei sistemi economici e sociali ad economia di mercato, che si sono succeduti nel corso del XX secolo; dall’altro lato, esplicita le difficoltà economiche, politiche e sociali che si oppongono, allo stato attuale, alle politiche di contrasto delle cause della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008.

Reich sostiene che la causa prima della crisi che ha colpito sia Stati Uniti che l’Italia è “stata la crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza”; fenomeno, questo che caratterizza in modo particolare l’Italia, essendo essa collocata “ai livelli più alti per disuguaglianza dei redditi – appena dopo Stati Uniti e Gran Bretagna”. Senza allontanarsi da quella che ormai sembra essere divenuta la spiegazione universalmente accettata, Reich afferma che la crescente disuguaglianza ha fatto sì che la classe media dei due Paesi “perdesse il potere d’acquisto necessario a sostenere la domanda aggregata e a fare girare l’economia”, condizione essenziale, questa, per bloccare la tendenza alla crescita del pesante vincolo del debito pubblico. La disoccupazione e il blocco quasi totale dei salari reali (o la loro diminuzione nel caso dell’Italia) hanno comportato un volume di entrate erariali di gran lunga inferiore, rispetto a quello che sarebbe stato possibile ottenere con più alti livelli occupazionali e con un aumento di quelli salariali (e, nel caso dell’Italia, con minori livelli di evasione fiscale).

Le riforme in pro della liberazione dei mercati, in particolare di quelli finanziari, dalle regole che, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale, ne avevano governato il funzionamento, sono all’origine dell’”esplosione” del fenomeno delle disuguaglianze distributive. L’affermarsi del “libero mercato” ha fatto sì, a parere di Reich, che nei Paesi avanzati rimanessero solo “due ampi settori” cui la forza lavoro poteva indirizzare l’offerta dei propri servizi lavorativi: quello dei servizi alla persona (ristorazione, hotel, ospedali, cura dei minori e degli anziani, ecc.) e quello dei servizi avanzati (finanziari, manageriali e scientifico-tecnologici)”.

La maggior parte della forza lavoro, al restringersi delle opportunità occupazionali, ha indirizzato la propria offerta verso il settore dei servizi alla persona, mentre una parte relativamente ristretta della stessa forza lavoro, dotata di una più approfondita formazione professionale, si è indirizzata verso il settore dei servizi avanzati. In tal modo, la struttura dicotomica del sistema produttivo ha dato origine ad un processo distributivo del prodotto sociale, che mentre ha premiato la forza lavoro più qualificata, ha invece penalizzato quella “rimasta al palo” sul piano delle capacità professionali.

La conseguenza del processo di approfondimento e diffusione delle disuguaglianze distributive è stata che, per mantenere inalterati a propri standard di vita, la parte della forza lavoro “impoverita” ha fatto ricorso al credito; ciò è servito solo a rendere più instabili le economie. Inoltre, sempre a parere di Reich, all’interno dei Paesi in cui si sono consolidate le disuguaglianze distributive, il numero dei consumatori si è progressivamente ridotto, a causa della riduzione del loro potere d’acquisto, per cui è diminuito il consumo dei beni e dei servizi che il sistema economico di appartenenza produceva; in conseguenza di ciò, per colmare la mancanza di domanda interna, i Paesi che ne hanno sofferto, come ad esempio l’Italia, hanno dovuto fare affidamento sulle esportazioni.

Le disuguaglianze, però, diventate un fenomeno generalizzato, in tutti i Paesi economicamente avanzati la capacità produttiva ha iniziato “ad eccedere la capacità di consumo”; ragione, questa, per cui i Paesi caratterizzati da disuguaglianze distributive hanno assistito al restringersi delle possibilità di collocare le loro produzioni in surplus di beni e servizi sui mercati internazionali. Il rimedio agli effetti della crisi sul piano erariale è stato individuato nel ricorso all’austerità, che a sua volta è valsa solo a ritorcersi contro i Paesi che vi hanno fatto ricorso.

Infatti, la diminuzione della crescita, coniugata all’aumento delle disuguaglianze e all’attuazione delle politiche di austerità, ha dato origine ad un “mix” di scelte poco appropriate; queste – afferma Reich – hanno dato luogo a “ansie e frustrazioni delle popolazioni”, che hanno motivato i demagoghi di diverso orientamento politico a sfruttare la paura “come mezzo per accrescere il loro potere”, motivando l’opinione pubblica a “individuare negli altri – gli stranieri, gli immigrati, le minoranze – i responsabili delle difficoltà economiche”; per questa via, è stato facile, come è avvenuto in Italia, mobilitare una parte dell’opinione pubblica sulla base di forme di nazionalismo estremo, di xenofobia e di intolleranza; manifestazioni, queste ultime, che stanno mettendo a dura prova la capacità di tenuta della natura democratica delle istituzioni politiche.

Reich si chiede cosa occorra fare per riportare i sistemi economici sulla via delle crescita; sia in Italia che negli Stati Uniti, egli riconosce che l’ortodossia del libero mercato, favorendo la primazia dei mercati finanziari ed il libero movimento internazionale dei capitali e dei fattori produttivi, non ha fatto altro che tenere i governi che hanno vissuto il trauma della Grande Recessione prigionieri della “loro stessa ideologia”. Ciò perché le entrate fiscali sono diminuite nel momento stesso in cui aumentava la domanda di assistenza pubblica, dando origine a deficit pubblici correnti e ad un aumento crescente del debito dello Stato.

Ciononostante, ottimisticamente Reich è del parere che l’”era della fiducia nel libero mercato sia arrivata alla fine”; tanto negli Stati Uniti, quanto in Italia sarà possibile – egli afferma – “rovesciare le tendenze che ora minacciano fatalmente le nostre economie”. Egli è convinto sia nell’interesse di tutti ristabilire le condizioni appropriate per il rilancio della crescita; ciò riguarderebbe anche coloro che dall’esperienza delle crisi hanno tratto i maggiori vantaggi. Costoro, sempre a parere di Reich, hanno infatti molto da perdere, “se i motori dell’economia si fermano e se esplode la rabbia sociale”; mentre hanno tutto da guadagnare se la fascia del benessere sarà estesa, sino ad inglobare quella parte della popolazione che gli esiti del libero mercato hanno sinora penalizzato, per via della crescita incontrollata delle disuguaglianze reddituali.

L’analisi del contesto storico, economico e sociale di lungo periodo, nel quale la crisi è maturata, è sostanzialmente condivisa da Salvati, senza pero accettare il semplicismo con cui Reich ipotizza di poter ricostruire le condizioni di contesto esistenti prima della crisi. E’ realistica – si chiede Salvati – l’ipotesi di Reich, circa un ritorno alle condizioni di operatività dei sistemi economici esistenti sino alla fine degli anni Settanta?

Per rispondere alla domanda, occorre capire – afferma Salvati – perché il patto sociale d’ispirazione keynesiana, “stipulato e messo in atto tra la fine della guerra e l’immediato dopoguerra” è entrato in crisi negli anni Settanta; in altre parole, occorre capire quali forze hanno operato per “sostituirlo con un nuovo patto sociale basato sulla deregolamentazione e sul debito”; e, quel che più conta, occorre capire com’è stato possibile “sostituirlo democraticamente”, quantomeno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con un ampio sostegno popolare.

Tutto ciò consentirebbe anche di comprendere quali forze potrebbero oggi sostenere un ritorno al vecchio patto sociale, sia pure dopo una sua riformulazione; è, questa, una precondizione irrinunciabile, per valutare realisticamente il possibile ritorno al passato, tenendo tra l’altro presente che un ritorno all’originario “basic bargain” è reso molto improbabile dalla storia, la quale di solito esclude “semplici ‘ritorni’” all’uso di precedenti assetti istituzionali. La comprensione delle forze che alla fine degli anni Settanta hanno reso possibile la sostituzione del vecchio patto distributivo consente – secondo Salvati – di “approfondire i punti di svolta intorno a quali si enucleano le forze che esprimono il consenso politico per passare da un patto all’altro”.

Inoltre Reich, nella sua analisi del processo storico ed economico che ha caratterizzato gran parte del secolo passato, sorvolando sulle forze che caratterizzano i “punti di svolta”, manca di considerare un altro aspetto del quadro globale creatosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Il quadro internazionale emerso dalla fine del conflitto era caratterizzato, nell’area dei Paesi ad economia di mercato retti da regimi democratici, dall’egemonia degli Stati Uniti, che hanno avuto modo, in virtù della loro primazia, di dettare le regole – afferma Salvati – che avrebbero consentito di governare il sistema di rapporti internazionali e che, in quel contesto, hanno avuto modo di proporre e di fare accettare il patto sociale di derivazione keynesiana. Ma la posizione di allora degli USA era assai diversa da quella attuale; tanto diversa che il ritorno a quel patto potrebbe essere fatto accettare dagli USA in condizioni ”assai più difficili”.

Il vecchio patto del primo dopoguerra, formulato sulla base della cosiddetta “Rivoluzione keynesiana”, forniva non solo “gli strumenti per sostenere l’occupazione nel caso di eventuali crolli delle domanda interna”, ma anche per garantire uno stabile “sistema di relazioni internazionali che avrebbe stimolato una formidabile ripresa del commercio mondiale e, con questo, una straordinaria accelerazione dei consumi e degli investimenti privati”. E’ stato questo, sostiene Salvati, un “capolavoro basato su circostanze irripetibili”, realizzato grazie alla potenza economica e militare degli USA; un capolavoro, però, che ha perso gran parte della sua autolegittimazione, via via che le condizioni produttive e competitive degli altri Paesi sono cresciute. Infatti, man mano che ci si è allontanati dal periodo postbellico è maturata una crescente insofferenza per i vincoli imposti dalla regolamentazione pubblica dell’attività economica, strumentale alla sopravvivenza del patto sociale keynesiano.

Gli anni Settanta sono stati un decennio di crisi dei mercati valutari e di quelli energetici, che hanno dato il là alla “prima grande recessione del dopoguerra” e segnato l’inizio di una “Controrivoluzione keynesiana” conservatrice, che ha portato soprattutto il Paese egemone, gli USA, ad inaugurare “una politica mirata allo smantellamento delle regolamentazioni interne e internazionali”, con le quali era stato possibile dare pratica attuazione al patto sociale keynesiano. Questa è la ragione – secondo Salvati – del passaggio tra i due patti sociali: da quello keynesiano a quello neoliberale. L’avvento di quest’ultimo è storia recente e, come tutti sappiamo, ha condotto l’economia globale verso la crisi della Grande Recessione del 2007/2008, per il cui superamento Reich auspica un ritorno al “vecchio” patto, sia pure riformato.

Giustamente Salvati dubita che esistano oggi le condizioni politiche, sociali e culturali, interne e internazionali, che consentano di realizzare il “ritorno” allo status quo; innanzitutto, perché non esiste oggi un Paese in grado di svolgere il ruolo degli USA all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale; ma soprattutto perché, nonostante gli esiti della crisi iniziata nel 2007/2008, i conservatori neoliberali sono ben determinati a rifiutare “il ritorno ai modelli d’intervento pubblico del Basic Bargain”, suscitando esso ancora un’avversione così intensa da indurli a preferire il permanere di una situazione politica ed economica instabile, in luogo del rilancio dell’attività produttiva in presenza di una maggiore pace sociale.

Poiché, a parere di Salvati, anche un nuovo Keynes troverebbe molte difficoltà ad individuare una via d’uscita alla situazione attuale, una misura appropriata potrebbe consistere in un miglioramento delle condizioni distributive, sia interne ai singoli Paesi, che a livello internazionale, per il contenimento degli effetti destabilizzati della globalizzaione lasciata al libero svolgersi delle forze di mercato, rispetto alle quali gli accordi dei vari G7, G8 e G20 servono a stabilire regole insufficienti, ma non sempre rispettate.

Se questa è la situazione attuale, alla quale i singoli Paesi devono adattarsi, è mai possibile che all’interno di tali Paesi si debba tollerare che i conservatori neoliberali, arricchitisi grazie alla crisi, preferiscano “applaudire” al permanere delle condizioni precarie sul piano politico ed economico, invece che optare per una ripresa della crescita e dell’occupazione? Poiché il problema dell’occupazione, in presenza di una globalizzazione che gli accordi internazionali non riescono a governare, è divenuto un problema di difficile soluzione, non è il caso, almeno all’interno dei singoli Paesi, a partire dall’Italia, di incominciare a pensare come trasferire la priorità della riflessione sul lavoro a quella relativa alla distribuzione del prodotto sociale? Forse, in questo modo, sarebbe possibile una crescita più modesta, ma con una distribuzione del prodotto sociale più equilibrata, che darebbe alle popolazioni il senso di una maggior stabilità e la fiducia nelle istituzioni democratiche, esposte ora al pericolo della minaccia della loro eversione.

Gianfranco Sabattini