venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’economia e lo smarrimento della sua natura di scienza sociale
Pubblicato il 26-09-2017


economiaIn “L’economia in cerca dell’uomo. Etica e globalizzazione nel XXI secolo”, Antonella Crescenzi, già responsabile del coordinamento dei Documenti Programmatici presso il Ministero dell’Economia, nonché delle questioni relative alla programmazione europea presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, evidenzia i guasti e le contraddizioni che traggono origine dalla globalizzazione.
La crescente integrazione delle economie nazionali a livello globale all’inizio del terzo millennio – afferma l’autrice – l’”economia mondiale sembrava lanciata verso uno sviluppo senza limiti: la spinta delle nuove tecnologie informatiche e delle comunicazioni, la progressiva liberalizzazione degli scambi di merci e capitali, l’ingresso nel circuito del commercio mondiale della Cina e di altri grandi Paesi prima esclusi dalle potenzialità della crescita, l’espansione delle finanza internazionale” hanno costituito le basi sulle quali la globalizzazione si è affermata sotto la spinta dell’ideologia neoliberista che ne ha legittimato la condivisione.
Il successo però, a parere delle Crescenzi, ha fatto velo sulle molte contraddizioni che hanno caratterizzato l’espansione incontrollata della finanza sin dal suo primo manifestarsi, sino a tradursi nella cause della Grande Recessione che da dieci anni ormai affligge le economie dei Paesi che sono stati coinvolti nel processo di mondializzazione delle loro economie. Ciò perché non è stato responsabilmente valutato che la concorrenza globale e la liberalizzazione del mercato avrebbero prodotto “dinamiche di segno opposto”. Se, da un lato, garzie alla globalizzazione, molti Paesi arretrati sono riusciti a sottrarsi alle penalizzanti condizioni del sottosviluppo, dall’altro lato, i Paesi avanzati, malgrado l’alto livello di crescita e di sviluppo raggiunto, hanno sperimentato la caduta di larghe quote delle loro popolazioni nello stato di povertà. Inoltre, se in alcuni casi, la globalizzazione ha concorso a ridurre la disuguaglianza tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nel contempo ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze distributive all’interno di entrambe le categorie di Paesi.
Si tratta, secondo l’autrice, di contraddizioni fatali, che minacciano le “prospettive di crescita mondiale, contrapponendo bisogni di avanzamento e paure di arretramento e alimentando, in presenza di flussi migratori di straordinaria intensità […], reazioni politiche e sociali tendenti alla chiusura e al protezionismo”. Al fine di prevenire il peggioramento degli effetti delle contraddizioni indicate, occorre – afferma la Crescenzi – che l’economia ricuperi la natura originaria di scienza rivolta alla soluzione dei problemi esistenziali dell’uomo; in altre parole, occorre che essa ricuperi la propria natura di scienza sociale, abbandonando il processo di estraniazione dalla realtà, alla quale l’hanno condotta, sia gli sviluppi teorici realizzati al prezzo di un eccesso di formalismo, sia le ideologie neoliberiste affermatesi tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI.
Di fronte al peggiorare della situazione, occorre portare sotto controllo i meccanismi che sinora hanno funto da “motore” della globalizzazione; in particolare, i processi di crescita esplosiva e i ritmi del progresso tecnologico, soprattutto di quello dei settori dell’informazione e delle comunicazioni, cui sono da imputare “ampie delocalizzazioni dei processi produttivi e l’utilizzo di enormi bacini di mano d’opera” a basso costo, che hanno consentito di “produrre beni destinati alle aree più ricche del mondo”.
Questo processo non è stato privo di implicazioni negative per i Paesi economicamente avanzati; l’apertura dei mercati interni ai beni prodotti a prezzi competitivi dai Paesi emergenti, che hanno fatto largo ricorso alla pratica del dumping sociale e ambientale, ha comportato nei Paesi importatori inevitabili processi di aggiustamento produttivo; i settori ad alta intensità di lavoro, messi in crisi dalle importazioni a basso prezzo, non sempre sono stati sostituiti da nuovi settori che non fossero quelli avanzati a bassa intensità di lavoro, dando origine in tal modo ad uno dei problemi più gravi, sul piano politico oltre che economico, che i Paesi avanzati hanno dovuto affrontare, quale quello della disoccupazione tecnologica irreversibile.
I Paesi avanzati, fra questi quelli europei in particolare, hanno sofferto di questo fenomeno, in quanto i loro governi non sono riusciti ad attuare politiche economiche efficaci per contrastarlo; essi, infatti, hanno risposto “per lo più con misure di emergenza”, che però sono risultate inefficaci a contrastare la nuova natura della disoccupazione. Ciò perché, a parere della Crescenzi, sarebbe mancata “una visione riformatrice complessiva”, tale da consentire di affrontare le esigenze di maggiore efficienza imposte dall’aumentata concorrenza internazionale, ma anche di sostenere i settori produttivi più esposti e gli strati sociali che maggiormente, sul piano esistenziale, subivano le conseguenze più negative degli esiti indesiderati dell’approfondimento della globalizzazione.
Ma le riforme strutturali necessarie sono state sostituite da politiche utili ad affrontare solo la contingenza e a “guadagnare tempo”; ragione, questa, per cui in Paesi come l’Italia gli effetti della crisi provocata dal funzionamento dell’economia globale, ispirata all’ideologia neoliberista, sono risultati più profondi e persistenti. Le riforme necessarie sono state, infatti ostacolate, in quanto interpretate, da chi dagli effetti delle globalizzazione aveva tratto i maggiori vantaggi, come rinuncia a benefici “acquisiti per sempre”. Queste resistenze, oltre ad aver costituito la causa dell’inefficacia delle misure anticicliche cui si è fatto ricorso, sono state anche ulteriormente inasprite “dalla minore autonomia di manovra degli Stati in un contesto economico altamente integrato e dalla sfiducia verso la capacità della mano pubblica di regolare con efficacia l’economia”.
L’impossibilità di realizzare riforme strutturali utili a contrastare efficacemente gli effetti indesiderati della globalizzazione impone in ogni caso, secondo l’autrice, la soluzione di alcune questioni non più procrastinabili, quali il ricupero di un rapporto maggiormente condivisibile tra economia e etica, il contenimento e la riduzione delle disuguaglianze distributive e la necessità dell’adozione di parametri alternativi al PIL, per misurare il benessere delle popolazioni.
La ridefinizione del rapporto tra etica ed economia sarebbe imposta dall’urgenza di cambiare una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo e sulla ricerca dell’utile fine a se stesso”; ciò, al fine di aumentare la “dimensione sociale del profitto” e di espandere l’attenzione “per i sentimenti morali e le istanze del bene comune”. L’autrice giustifica l’urgenza di un maggior ruolo dell’etica nel governo dell’economia, in considerazione del fatto che la scienza economica, in virtù della sua natura di scienza sociale, non possa “essere separata dall’uomo inteso nella sua complessità”, mentre il concetto cardine di tale scienza, l’homo oeconomicus, consentirebbe di cogliere “solo le motivazioni legate alla massimizzazione della ricchezza” e la sua astratta concezione non consentirebbe di cogliere tutti gli aspetti della “variegata realtà umana”.
Strano quest’appello all’etica compiuto dall’autrice per ricondurre la scienza economica al sevizio dell’uomo; se ciò accadesse si farebbe compiere all’economia il percorso inverso a quello che nel tempo le ha consentito di proporsi come scienza autonoma da presunti valori assoluti “non negoziabili” e di sostituire, convenientemente, tali valori con “regole” condivise dai componenti le comunità. Perciò, più che un appello a valori assoluti, che avrebbero l’effetto di rendere difficile la convergenza sul loro rispetto da parte di tutti i componenti i sistemi sociali pluralistici sul piano valoriale, molto più conveniente sarebbe parlare di ridefinizione del rapporto tra economia e rispetto delle regole adottate a tutela degli interessi comuni; l’aver disatteso queste regole, introdotte e perfezionate faticosamente dopo il secondo conflitto mondiale, ha dato luogo allo “scatenarsi” degli “animal spirit” che hanno caratterizzato il processo di integrazione delle economie nazionali nel mercato globale.
Oltre al ricupero di regole più funzionali al rispetto degli interessi sociali, sarebbe necessario, a parere dell’autrice, ridurre le disuguaglianze distributive che si sono approfondite e consolidate con la globalizzazione; ciò perché quest’ultima ha dato origine ad “una dinamica in cui alla ricchezza crescente di pochi” si è contrapposta “la povertà crescente dei molti”, limitando le potenzialità di espansione del reddito complessivo e bloccando i “consueti meccanismi di formazione del consumo, risparmio e investimento”. Ma la dinamica della globalizzazione ha avuto anche conseguenze extraeconomiche, il cui effetto ha ugualmente inciso sul livello di benessere delle popolazione; studi epidemiologici – afferma Antonella Crescenzi – hanno dimostrato che all’ampliamento dei divari economici nei Paesi avanzati ha corrisposto il “peggioramento della qualità della vita”, nel senso che i Paesi nei quali sono risultate maggiori le disuguaglianze sono aumentate anche le “problematiche sociali” (disagi mentali, mortalità infantile, minore speranza di vita, ecc.), che hanno inciso negativamente sulla produzione di nuova ricchezza e sulla conservazione di alti livelli di fiducia sociale nelle istituzioni da parte delle popolazioni.
Anche riguardo al PIL, sarebbe necessario che la misura della crescita e dello sviluppo economico dei singoli Paesi fosse condotta sulla base di ben altri parametri, più comprensivi degli effetti negativi che l’impatto della crescita e dello sviluppo senza regole ha sulla capacità di tenuta della coesione sociale dei singoli Paesi. Tale esigenza è imposta dal fatto che, quando i sistemi economici raggiungono stadi avanzati di crescita e sviluppo, non sempre l’aumento del PIL comporta un maggior benessere; ciò accade perché, in corrispondenza di alti livelli di attività produttiva, ricorrono fenomeni che il PIL manca di rappresentare, la cui rilevanza però risulta elevata per la società.
Secondo la Crescenzi esistono seri dubbi sulla possibilità di contrastare gli effetti indesiderati della globalizzazione attraverso il superamento di una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo”. Il primo dubbio riguarda la possibilità di rimuovere il convincimento che i sistemi economici, a livello nazionale ed internazionale, possano autocorregersi, stante l’egemonia acquisita, nonostante la crisi della Grande Recessione, dall’ideologia neoliberista; il secondo dubbio riguarda la possibilità di dissolvere l’illusione che con il ricorso al debito, grazie alle “magie” dei mercati finanziari, possano essere resi possibili standard di consumo superiori alla capacità di reddito della quale si dispone; infine, un terzo dubbio concerne la possibilità di un “ritorno a Keynes”, ovvero al ricupero del “patto sociale” che nell’immediato dopoguerra aveva consentito di conciliare gli opposti interessi di lavoro e capitale, garantendo un trentennio di stabilità economica ai Paesi ad economia di mercato retti da istituzioni democratiche e un miglioramento delle condizioni di vita che mai le popolazioni avevano sperimentato nel passato.
Pur in presenza di tali dubbi, il percorso da seguire, a parere della Crescenzi, dovrebbe essere “quello tracciato dal modello di apertura economica che finora ha consentito lo sviluppo per tanti Paesi del mondo”; ma questo modello dovrebbe essere rivisto con correzioni di dubbia fattibilità. In conclusione, l’autrice, auspica una “globalizzazione ‘soft’[…] che stemperi le asprezze della concorrenza senza limiti assicurando potenzialità di crescita e benessere per tutti i Paesi, ricchi e poveri, e riequilibrio della società”. Sarebbe questa una speranza cui non si dovrebbe rinunciare; apparterrebbe alla politica l’oneroso compito di realizzare le condizioni perché, “facendo tesoro delle antiche consapevolezze”, diventi possibile configurare le nuove modalità di crescere e progredire. Ma quali dovrebbero essere queste nuove modalità?
La Crescenzi, come molti analisti degli effetti indesiderati del modello di globalizzazione sinora sperimentato, dopo puntuali esposizioni di quanto è accaduto di negativo negli ultimi decenni, si limita ad auspicare un ritorno al passato, attraverso semplici operazioni di manutenzione dell’attuale modo di funzionare del capitalismo, trascurando il fatto che simili operazioni servono solo a fare “guadagnare tempo”, nel senso di Wolfgang Streeck, per ritardare la crisi finale del capitalismo stesso.
Per una concreta azione a supporto della realizzazione di un modello di “globalizzazione ‘soft’”, occorrerebbe accompagnare la trasformazione delle economie di mercato integrate nel mercato mondiale con “una visione riformatrice complessiva”, volta a conformare il sistema produttivo, il funzionamento del mercato del lavoro, il welfare State e il sistema pensionistico al funzionamento dell’auspicato modello “soft” della globalizzazione. Una simile visione riformatrice, però, è ben al di là delle attuali capacità di governo delle singole classi politiche; inoltre, essa è del tutto estranea agli interessi che motivano tali classi ad offrirsi come rappresentanti degli elettori, sui quali continueranno ad “abbattersi” gli esiti negativi di un’economia che ha cessato di funzionare per fare fronte agli stati di bisogno dell’uomo.

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