lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Cesare Pavese, il mestiere di non vivere
Pubblicato il 25-09-2017


cesare pavese“E quando dal confino lo rimandarono a casa – rovinato, è la parola – per campare, non dico per vivere, per campare si aggiustò con Einaudi: Faccio, – rispondeva ad analoga domanda, – il cavallo da stanga del biroccio di Einaudi -; ma quel lavoro rientrava nei bisogni come il mangiare, che Pavese faceva senza gusto, quasi rabbiosamente come per necessità, ma non quello era il suo mestiere, il suo ministerium; quale dunque?[…]quello di scrivere, che non era una professione, un impiego…era letteratura”. Queste parole di Augusto Monti, professore al Liceo Massimo d’Azeglio di Torino, riferite al suo ex allievo, trovano un riscontro in una lettera ironica quanto sincera di Cesare Pavese a Giulio Einaudi: “Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello”. Terrorizzato dalla vita di routine, riluttante a fare una parte secondaria nella vita, da giovane Pavese accetta la sfida che richiede una progettualità quotidiana e stressante, e coltiva aspirazioni legittime: vuole inserirsi nell’ambito della intellettualità torinese. Il raggiungimento di questo obiettivo gli procurerà qualche certezza, ma provocherà pure nel futuro funzionario e scrittore insanabili lacerazioni. Complicando il suo dissidio interiore e scindendosi, un po’ pirandellianamente, in persona e personaggio Pavese si autocondanna a recitare un modo di essere che non gli appartiene del tutto e che gli impedisce di esplicare la propria identità, che non sempre coincide con quella del funzionario-scrittore serio e infaticabile, che gradualmente si afferma presso la casa editrice di Giulio Einaudi. Spinto a recitare la sicurezza che gli deriva dalla posizione assunta all’interno della Einaudi e dalla stima goduta presso la cerchia degli amici, Pavese avverte l’angoscia dell’esistenza fissata quotidianamente in riti e gesti precostituiti, immutabili. Sente precari i contatti sociali, delusivi i più elementari desideri, minacciata la sua personalità, le sue abitudini di vita, i suoi convincimenti: l’amore per la natura, la campagna, la diffidenza verso la storia e il progresso. Di qui la necessità di rifugiarsi nella odiosamata solitudine, che lo rende inaccessibile agli altri e lo sottrae ai rapporti umani percepiti come insidiosi. Pavese sente il bisogno di essere altrove rispetto al tran tran quotidiano, che impone legami e doveri, ma anche rispetto alla rude atmosfera dell’ambiente einaudiano, caratterizzato per lo più da uomini solidi e quadrati. Avverso nell’intimo alla routine casa-ufficio che mortifica la fantasia e impedisce l’abbandono alla vita senza divieti e restringimenti, Pavese vede sacrificato al rigore etico-intellettuale, al lavoro frenetico e a un astratto ideale di maturità il suo desiderio di sentirsi vivo e vero. Liberarsi dalla retorica del dovere, che si è posto al di sopra di ogni cosa, con il passare degli anni diventa una necessità sempre più impellente per Pavese. Intanto dopo il 1945 la dimensione utopica dell’esistenza (“nel periodo clandestino tutto era speranza; ora tutto è prospettiva di disastro” – annota il 5 aprile 1947 lo scrittore in Il mestiere di vivere ) si stempera. Come tanti altri intellettuali, Pavese non sa adeguarsi alla richiesta che gli viene dal partito comunista, che indica all’artista quale scelta deve operare per regolare la sua posizione. Scrivere ed essere capìto diventa per il nostro autore sempre più difficile e faticoso, mentre la vita politica diventa sempre più astrusa e monotona. Di qui gli equivoci e le incomprensioni, la sofferenza dello scrittore che avverte la diffidenza dell’ambiente politico-intellettuale che lo circonda. Una volta che la disarmonia con il mondo è diventata totale, il gesto suicida è indifferibile. Con la morte Pavese protesta la diversità dello scrittore arrivato ma non appagato che non scambia la sua libertà per la vita inautentica. Prende congedo da una società che si prefigura utilitaristica e volgare, fondata com’è sul denaro. In data 4 gennaio 1950 lo scrittore annota ne Il mestiere di vivere: “Visto e fiutato quanto Roma ha di peggio. Facile amicizia, vita d’occasione, denaro fatto e speso come se non ci fosse, e invece tutti i criteri, i gusti, le voglie ecc. sono in funzione del far denaro” .

Lorenzo Catania

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