lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Di Pietro confessa
Pubblicato il 11-09-2017


“C’è sempre uno più puro di te che ti epura”, diceva Nenni, rivolto probabilmente verso quei moralisti faciloni e manichei, che dividono il mondo in buoni e cattivi. I buoni, ovviamente, sono loro. Il resto, tutti all’inferno. Con possibilità, al massimo, di scegliersi il girone dantesco in cui acquartierarsi.
Poi, però, la coperta si rivela spesso corta. I proclami di purezza assumono il tono di starnazzamenti gridati alla luna. E il “tutto” che doveva cambiare, rimane, se va bene, uguale a prima. Se va male, peggiora, e di molto.
Voglio pensare che dietro le parole pronunciate da Di Pietro durante la trasmissione L’aria che Tira, su La7, ci sia la lettura meditata di Nenni. Già, perché quello che fu, prima, il volto più noto della vicenda di Mani Pulite, e poi il capo indiscusso e incontrastato di un partito che ne doveva rappresentare “l’incarnazione”, la longa manus politica, ha testualmente affermato che:” Bisogna prendere atto di una verità sacrosanta, di cui sono parte interessata. Il consenso sulla paura… se si cerca il consenso con la paura si possono ottenere voti a tre giorni, a un’elezione, ma poi si va a casa. Io ne sono testimone, io che ho fatto una politica sulla paura e ne ho pagato le conseguenze. Sulla paura delle manette… la paura, diciamo così, sono tutti criminali… la paura… chi non la pensa come me è un delinquente… poi alla fine, oggi come oggi, avviandomi alla terza età mi rendo conto che bisogna rispettare le idee degli altri…io porto con me una conseguenza: ho fatto l’inchiesta Mani pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la Prima repubblica. Il male, e ce n’era tanto con la corruzione, ma anche le idee, perché sono nati i cosiddetti partiti personali, i Di Pietro, i Bossi, i Berlusconi, sono partiti che durano quanto una persona e io, personalmente, prima di mettere gli occhi al cielo, vorrei rendermi conto che non basta una persona…”.
Da questa assunzione di responsabilità, bisogna tener ben distinti i due aspetti che hanno caratterizzato la vicenda personale di Di Pietro: quello giudiziario e quello politico.
Su quello giudiziario, l’ex pubblico ministero non dice nulla di particolare, se non rilevare sia il dato della corruzione esistente all’epoca di Mani Pulite, sia la fine dei grandi partiti tradizionali, con le loro idee e ideologie. E questa è storia, su cui la storiografia concorda.
E’ sulla vicenda politica che, invece, c’è una piena assunzione di responsabilità. Con una chiara auto-stigmatizzazione del modo in cui si è cercato il consenso elettorale: con la paura, appunto. Il cui potenziale di infiammabilità è stato usato per far terra bruciata nell’agone politico. Lasciando il tribuno tutto solo a parlare con l’uditorio.
Ma, come la laicità di un paese non si misura con la mancanza o meno di volontà di una religione di permearne le istituzioni, ma attraverso l’impermeabilità e la capacità di quest’ultime di resistere ad ogni tentativo di penetrazione della morale religiosa nelle leggi; così l’opera di Di Pietro non ha avuto buon gioco solo per sue capacità. Ma, anche per “mollezza” dei corpi intermedi rimasti in piedi in quel momento in Italia.
Cosa faceva la stampa in quel periodo, viene da chiedersi. Ma, basta andare a rivedere le prime pagine di tutti i principali quotidiani dell’epoca, per rendersene conto. Giocavano al tiro al piccione, mentre intorno ci si inebriava di furore iconoclasta, con il quale si vaporizzavano tanti corpi sociali, perdendone irrimediabilmente la fiducia.
Quando Di Pietro, in modo teatrale, si tolse la toga e si tuffò in politica, trovò Berlusconi pronto ad offrirgli un ministero, in caso di vittoria alle elezioni politiche. Avergli messo a disposizione le sue televisioni, evidentemente, era poco.
Qualche anno dopo, però, l’ex p.m. una casa sicura la trovò nel collegio blindato del Mugello, gentilmente messogli a disposizione da Massimo D’Alema.
E per non essergli da meno, il suo storico rivale per la leadership, Veltroni, fresco segretario del neonato Partito Democratico, designò Di Pietro come unico alleato di coalizione nelle elezioni del 2008 (con tutti i benefici che ne derivavano grazie alla legge elettorale), lasciando per strada i socialisti di Boselli. Senza dimenticare, ovviamente, gli anni in cui Di Pietro ebbe un ministero tutto suo.
Come si vede, il “fenomeno Di Pietro”, con il suo modo di fare politica attraverso l’uso della paura (che porta all’odio), ha trovato consensi e aperture dappertutto, ma particolarmente a sinistra. Arrivando al suo capolinea per “naturale” consunzione, e non per vera sconfitta politica.
Sposando Di Pietro, la sinistra ha smarrito il garantismo come parte fondante della sua natura. Arrivando a far proprie parole e slogan di destra, tra cui spiccano “legge e ordine”.
Se l’ex p.m. può essere annoverato tra gli “imprenditori della paura”, è certo che ha avuto tanti buoni acquirenti, con il “Pacchetti Sicurezza” come prodotto per tutte le stagioni; mentre nella Prima Repubblica si aveva il coraggio di varare la legge sulla dissociazione dal terrorismo, in anni ancora vicini a quel fenomeno tremendo. Oggi, saprebbe possibile con le sbornie securitarie nazionali vecchie e nuove? Qualcuno ricorda, per caso, il fuoco di sbarramento contro il deputato della Rosa nel Pugno, ed ex Brigatista di Prima Linea, Sergio D’Elia, al quale fu impedito di divenire segretario d’aula a Montecitorio?
La deriva a destra di Di Pietro era scritta anche nel nome del suo partito: Italia dei Valori. Quali valori? Valori solo suoi? Di certo valori buoni a sparare contro l’indulto, o per bocciare la commissione di indagine sui misfatti della polizia a Genova, durante il G8.
La sinistra deve riappropriarsi, tout court, del garantismo come valore e bussola politica.
Questo è uno dei modi migliori per battere l’antipolitica dominante, che pare tenda più a leggere la “Psicologia delle Folle” di Le Bon, che alla risoluzione dei problemi reali del paese, partendo da una veritiera rappresentazione dei fatti.
Solo così Di Pietro, che ha giocato su una falsa e maniche rappresentazione del nostro paese, sarà un (degenere) fenomeno passeggero, e non un seme messo a coltura nella sinistra italiana.

Raffaele Tedesco

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Commenti all'articolo
  1. tutto bene.
    ma contro la nomina di D’Elia mi sembra si schierarono per primi proprio alcuni socialisti, che nella medesima legislatura avevano portato in Parlamento la vedova della guardia uccisa su mandato anche del D’Elia. Fu un episodio che non portò beneficio alla Rosa nel Pugno. Anch’io, radicale, trovai che Pannella avesse già fatto troppo a portare D’Elia in parlamento.

    • Gentile Valerio, non ricordo questo particolare che menzioni. E neanche mi sembra che fosse tra gli eletti la moglie del poliziotto morto. Però, è indubbio che la piccola RnP fu investita da una grande polemica per quel fatto. Polemica, a mio giudizio, infondata, visti i trascorsi di D’Elia dopo la fine della sua condanna. Condivido che Pannella amasse sempre sparigliare, ed il caso Tony Negri lo ricorda bene. Però, visto che l’hai citata, e te ne ringrazio, ritengo il progetto della RnP uno dei migliori visti in Italia. O, almeno, secondo me, che vi ho militato. Poi, potremmo scrivere pagine intere sui motivi del suo fallimento; e tutti sarebbero giusti. Il direttore, Del Bue, ancora vede in quel tipo di aggregazione un possibile modo di rilancio per una sinistra laica, socialista e libertaria. Io non so se ha ragione. Ma mi piacerebbe. Grazie del tuo intervento. R.

    • Gentile Moreno, non so quanto la racconti Di Pietro. Voglio pensare che non avendo nulla da perdere e guadagnare (credo stia sufficientemente bene) abbia voluto dire quello che ora pensa. Se ha altro da dire, non lo sappiamo. E non so se lo sapremo mai.
      Cordiali saluti
      R.

  2. Se, come scrive l’Autore, “La sinistra deve riappropriarsi, tout court, del garantismo come valore e bussola politica”, andrebbe anche evitato che “si processino le idee”, come dice e teme qualcuno di fronte all’ipotesi che vengano inasprite .le sanzioni per chi esprime punti di vista che, riguardo a determinate materie, si discostano da quelli ritenuti giusti, o “politicamente corretti”.

    Quanti si ritengono culturalmente figli dell’illuminismo dovrebbero essere infatti contrari al principio di limitare in qualche modo la libera manifestazione del proprio pensiero – anche quando quello espresso da taluno può non farci piacere, o può risultare non gradito a taluni altri – libera manifestazione garantita peraltro dall’art. 21 della nostra Costituzione.

    Paolo B. 14.09.2017

  3. Caro Paolo, scusa il ritardo con cui ti rispondo. Credo tu ti riferisca alla nuova legge Fiano. Argomento complesso, e per varie ragioni; e su cui anch’io nutro qualche perplessità (sull’intervento legislativo, intendo). Se non altro perchè già ci sono leggi del genere nel nostro ordinamento; qualcuna mai effettivamente applicata. Ma, rimanendo nei canoni della brevità, è sempre complesso chiedersi quale sia il limiti, o se ci debba essere un limite alla libertà di parola/espressione. Mill vedeva poche eccezioni a questo diritto, anche perchè è la democrazia che si fonda su essa. In un libro di qualche anno fa (Libertà di parola) di N. Warburton, l’autore cercava una posizione mediana, una sorta di confine mobile, rinegoziato di volta in volta, al sorgere di nuovi casi concreti. Anche perchè ritiene che “le parole sono vere e proprie azioni, che assumono significato in relazione al luogo e al momento in cui sono proferite”. Mill diceva che il vincolo sociale incrinato dal messaggio violento può essere difeso solo attraverso l’interlocuzione con chi lo ha generato. Auspicabile, ma complesso. In questo un ruolo fondamentale hanno i media. Ma secondo Report without borders, nel 2013 l’Italia era al 57mo posto (su 179) per quanto riguarda la libertà di stampa. Ma c’è di più. Andrebbe messo in evidenza che in Italia l’educazione civica neanche si studia più a scuola. Noi non conosciamo neanche le nostre istituzioni democratiche. Come funzionano. E quanto sia bella ed importante la democrazia, rispetto ad altro. Se ci sono tanti rigurgiti di fascismo, forse dovrebbe farci interrogare su come si studia la storia. Su tutto questo si tace. E ne avremmo davvero bisogno. Si impedirebbe di meno, se, forse, si conoscesse di più. Cordialmente. R.

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