lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Giuseppe Cavallera. Una vita
per il socialismo e i lavoratori sardi
Pubblicato il 27-09-2017


La nascita e lo sviluppo del movimento socialista in Sardegna sono legati a un uomo del nord, Giuseppe Cavallera, che nell’isola fu a lungo interprete del bisogno di giustizia di larghi stati sociali, suscitatore di energie e guida di lavoratori in lotta per una vita migliore. Cavallera nacque a Villar San Costanzo, piccolo comune del Cuneese, il 2 gennaio del 1873, da genitori che nel lavoro dei campi traevano di che vivere. Per qualche tempo aiutò il padre, ma poi volle studiare, e per questo frequentò ( ma senza alcuna volontà di farsi prete) le classi ginnasiali del seminario di Cuneo. Successivamente, fruendo dell’aiuto di una zia, si iscrisse a Medicina nell’Università di Torino. Nel capoluogo piemontese entrò in contatto con i gruppi socialisti e più in particolare con il Circolo universitario, e nel 1894 aderì ufficialmente al Partito Socialista. Accogliendo l’invito dei dirigenti nazionali del tempo a portare la voce del socialismo in Sardegna, dove c’era tanto bisogno di propagandisti e organizzatori, decise di trasferirsi nell’isola. Inizialmente si fermò a Cagliari, dove avviò una intensa attività, che fruttò presto l’adesione di molti operai delle miniere, contadini, battellieri, e la nascita di diversi circoli, sì da formare una rete discretamente ampia. L’impegno politico non lo allontanò dagli studi di medicina, che portò a compimento nel 1897, anno in cui si laureò con una tesi su “La malaria e la sua profilassi”. La Sardegna aveva allora vaste aree infestate dall’anofele, e la malaria colpiva gravemente i lavoratori costretti a permanervi lungamente per guadagnarsi di che vivere. Fu questo uno dei tanti problemi di cui si discusse nel 1898, quando a Oristano si tenne il primo congresso regionale socialista, cui parteciparono i rappresentanti di un movimento ancora nascente, ma con buone prospettive di sviluppo. Cavallera venne allora eletto segretario del Comitato regionale e consigliere nazionale. Chiamato a Carloforte, Cavallera vi costituì la Lega tra battellieri e stivatori, ma la reazione del padronato e della polizia fu pronta, e la Lega venne sciolta. Egli pensò allora di salvare l’organizzazione, trasformandola in Società di previdenza e miglioramento tra battellieri, con annessa Società di previdenza e miglioramento tra giornalieri e pescatori e cassa sociale finalizzata al sostegno delle famiglie in caso di sciopero. Nel gennaio del 1900, tra contrasti e rotture tra i lavoratori, che in alcune zone non erano ancora sufficientemente maturi, iniziò uno sciopero che si protrasse per 118 giorni, e si concluse con un accordo che prevedeva aumenti salariali, e venne seguito da riduzioni dell’orario di lavoro e abbassamento del costo dei generi in vendita nelle cantine padronali. Era il primo successo conseguito dai lavoratori organizzati, ma esso costò a Cavallera e ad alcuni lavoratori fortemente impegnati l’arresto e la carcerazione per diversi mesi. Tornato in libertà, Cavallera fondò l’Associazione generale dei lavoratori, nella quale si organizzavano le preesistenti leghe dei battellieri, dei giornalieri e dei pescatori. Lavorò poi intensamente nel bacino minerario dell’iglesiente per animare le leghe, diede vita a cooperative che limitarono il potere delle cantine padronali, e nel 1903 costituì la Federazione regionale dei minatori. A questa attività di tipo sindacale accompagnò quella di tipo politico, lavorando per la crescita del Partito socialista, per la precisazione delle sue strutture organizzative e dei suoi obiettivi promuovendo congressi regionali partecipati e fruttuosi, tra i quali particolare importanza ebbe quello tenuto a Iglesias nel luglio del 1903. Nel 1904 lo si volle candidato alla Camera nel collegio di Dronero contro Giolitti, ma venne naturalmente sconfitto. Non erano comunque le cose politiche ad appassionarlo, ma quelle sindacali. Sempre in quell’anno ebbe inizio uno sciopero contro pratiche sfruttatrice promosse dalla direzione delle miniere: lo sciopero degenerò e a Buggerru si concluse con 4 morti e numerosi feriti. L’eccidio impressionò fortemente l’intero paese e venne seguito da uno sciopero generale in tutta Italia. Nel 1906 Cavallera venne eletto sindaco di Carloforte, ma presto scelse di fare il consigliere comunale sì da poter riprendere più liberamente l’attività di organizzatore e amministratore di cooperative. In quel periodo lanciò l’idea dell’acquisto di una goletta aragostiera per sottrarre i pescatori alla mediazione dei grossisti. Con fondi raccolti in accordo con la Cooperativa dei pescatori venne acquistato il battello e si diede inizio a una discreta attività. Nel 1909 Cavallera venne ripresentato candidato alla Camera nei collegi di Dronero e Iglesias, ma ancora una volta non ebbe successo. Non così nel 1913, quando, sia pure in ballottaggio, riuscì vittorioso a Iglesias. Era un fatto storico: per la prima volta i lavoratori sardi inviavano un loro rappresentante a Roma. Il successo elettorale diede una spinta alle organizzazioni socialiste, che nel ’14 conquistarono alcuni comuni tra cui Iglesias. Allo scoppio della prima guerra mondiale Cavallera, convinto della occasione che si offriva agli Italiani di completare l’unità territoriale del paese, fu tra gli interventisti democratici, e si arruolò come volontario, servendo quale capitano medico a Verona. Nel 1919 tornò alla Camera in rappresentanza del collegio di Cuneo, ma, non dimentico delle condizioni di vita dei lavoratori sardi, tra i quali era cresciuto sindacalmente e politicamente, si interessò dei loro problemi, e più in particolare della malaria, dell’analfabetismo, del sottosalario, e tornò varie volte nell’isola per prendere direttamente contatto coi lavoratori. La rottura nel Partito socialista operato dai comunisti non lo trovò consenziente, e infatti egli confermò la sua fedeltà al partito, convinto della necessità che i lavoratori rimanessero uniti, specie in un momento come quello, che vedeva le forze conservatrici muovere al recupero del loro potere. Con l’avvento del fascismo mantenne la famiglia dedicandosi interamente all’attività professionale. Caduto il fascismo venne nominato commissario dell’ONMI, ma fu attivo anche sul piano politico, militando sempre nel Partito Socialista. Candidato all‘Assemblea Costituente, non venne eletto. Due anni dopo, invece, entrò in Senato, ma quale rappresentante del collegio di Iglesias, dove i lavoratori, memori delle antiche lotte, lo avevano voluto loro candidato nella lista del FDP. Le sue condizioni fisiche, però, lo costrinsero ad una attività politica e parlamentare sempre più limitata. Non concluse infatti la legislatura. Morì a Roma il 22 giugno 1952, ma per sua espressa volontà venne sepolto a Carloforte, tra i lavoratori per il cui progresso aveva fortemente lottato negli anni della lontana giovinezza.

Giuseppe Miccichè

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