venerdì, 17 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Manuale di manutenzione per il capitalismo verso l’autodistruzione
Pubblicato il 15-09-2017


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Andrew Spannaus, analista americano residente in Italia, specializzato in geopolitica e macroeconomia, ha pubblicato su l’”Espresso” n. 28 l’articolo “Capitalismo. Manuale di manutenzione”, cui fa da spalla un’intervista, rilasciata dal sociologo-economista tedesco Wolfgang Streeck, anch’essa pubblicata sullo stesso periodico, col titolo “Morirà per overdose”. Nell’intervista, il sociologo-economista, rincarando le critiche dell’analista americano nei riguardi del modo capitalistico di gestire l’economia globale, formula un giudizio poco rassicurante sull’evoluzione futura del capitalismo, in quanto, a suo parere, l’ultima crisi ha messo in evidenza che il prevalente modo di produrre dei Paesi democratici economicamente avanzati è vittima di “una dinamica endogena di autodistruzione”, esposto al rischio di una “possibile morte per overdose da sé stesso”. Quali le cause?

A parere di Spannaus, la causa prima della crisi attuale del capitalismo deve essere rinvenuta nell’egemonia acquisita dai mercati finanziari e dalle procedure con cui questi hanno conformato alla loro logica di funzionamento l’allargamento e l’approfondimento della globalizzazione. L’egemonia dei mercati finanziari è stata la conseguenza dell’affermarsi dell’ideologia del “libero mercato”, condivisa dalle forze politiche democratiche di ogni orientamento; secondo questa ideologia, il mercato senza regole e vincoli è espressione del sistema delle democrazie, ovvero del “sistema che garantisce la libertà contro le dittature più o meno evidenti”. La condivisione di questo assunto ha radicato il convincimento che mettere in discussione il capitalismo significhi “mettere in discussione tutto”, per cui deve essere intrapreso e giustificato ogni sforzo volto alla difesa delle “democrazie liberali occidentali dalle forze del male, non solo esterne, ma sempre di più interne alle nostre società”.

Se la democrazia, e con essa la libertà, posta a fondamento del liberalismo, che premia i liberi mercati, ma depotenzia gli Stati, devono giustificare, attraverso la guerra, l’esportazione del modello organizzativo politico prevalente all’interno di Paesi ad economia di mercato, allora – afferma Spannaus – c’è un “primo inganno” da disvelare, in quanto i valori della democrazia e della libertà non possono essere “manipolati da un establishment intento a garantire la continuazione della propria supremazia” non in linea con i valori dell’ideologia che lo stesso establishment ha fatto propria.

Ora, l’ideologia neoliberista viene criticata, non solo per via degli esiti indesiderati prodotti dalla globalizzazione e dell’egemonia dei mercati finanziari che l’hanno promossa, ma anche e soprattutto per l’incapacità dei governi di contrastare di tali esiti. Sono ormai passati dieci anni dallo scoppio della Grande Recessione, ma la stentata ripresa risulta caratterizzata da livelli salariali bassi, da un’alta precarietà delle posizioni lavorative e, quel più conta, da una difficoltà a creare nuove opportunità occupazionali.

A parere di Maurizio Ricci, autore dell’articolo “Il mistero dei salari perduti. Robot, part time e qualifiche basse rivoluzionano lavoro e compensi” (in “la Repubblica” del 12.7 corrente anno), il problema della riduzione del monte salari “costituisce il thriller dell’estate”, perché mai “nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari”. Senza la spinta dei salari, manca lo stimolo dell’inflazione, mentre la deflazione mostra di persistere, aggravando maggiormente il fenomeno di una stagnazione pervasiva. Tale stato di cose induce a pensare che la debole ripresa, che caratterizza le economie colpite dagli effetti peggiori della crisi, in prospettiva non possa rafforzarsi; ciò perché – afferma Ricci –“il 70% dell’economia moderna è fatto di consumi”, per cui, se manca il potere d’acquisto per poterli effettuare, i sistemi economici stentano a riguadagnare la normalità.

Secondo il dibattito in corso a livello mondiale, il fenomeno della riduzione del potere d’acquisto è imputabile al fatto che coloro che sono responsabili dell’affermazione dell’ideologia neoliberista non sono stati all’altezza di prevedere e, conseguentemente, di prevenire gli effetti del diffondersi della globalizzazione attraverso il contino approfondimento capitalistico delle attività produttive. Queste modalità di allargamento della globalizzazione sono responsabili – ricorda Ricci – dei tre quarti del declino del contributo del lavoro sul PIL prodotto in Paesi come l’Italia e la Germania. Gli effetti dell’approfondimento tecnologico sono forse più gravi dell’allargamento della globalizzazione, come sta a dimostrare la previsione che quest’anno le imprese della robotica tedesca aumentino il proprio fatturato del 7%, a fronte del quale, però, si prevede che per ogni robot che “entrerà in fabbrica saranno cancellati sei posti di lavoro”: tre dentro la fabbrica e tre tra le attività dell’indotto.

La previsione è confermata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che raccoglie tutti i Paesi economicamente sviluppati; l’organizzazione ha analizzato l’impatto negativo dello sviluppo tecnologico sul mercato del lavoro, appurando che i salari, ormai non più collegati all’andamento della produttività, per un terzo sono diminuiti perché i posti di lavoro perduti nell’industria manifatturiera sono stati sostituiti da posti di lavoro nel settore dei servizi a basso valore aggiunto; mentre, per altri due terzi sono diminuiti a causa della sostenuta riduzione dei posti di lavoro un tempo ricoperti da quella che solitamente era indicata come “classe media”, quasi totalmente scomparsa, con effetti negativi, non solo sul piano economico, ma anche si quello politico.

Il dibattito internazionale individua la causa della contrazione del potere d’acquisto, che un tempo sosteneva la domanda finale dei sistemi economici avanzati, non solo nel fatto che “le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso”; ma anche nel comportamento delle grandi imprese, operanti a livello internazionale, che aumentano la loro dimensione attraverso l’”assorbimento” di quelle più piccole a più alta intensità di lavoro, estendendo pure a queste ultime la loro stessa logica organizzativa interna, risparmiatrice di posti di lavoro.

La riduzione del monte salari viene connessa dunque alla continua diminuzione di posti di lavoro, ma viene accentuata dalle disuguaglianze distributive, un fenomeno quest’ultimo, valutato tanto grave da indurre il sociologo economista Wolfgang Streeck a prevedere che il capitalismo sia destinato a morire “per over dose da sé stesso”. Ciò perché, secondo Streeck, la crisi che affligge il capitalismo attuale “non è un fenomeno accidentale, ma il culmine di una lunga serie di disordini politici ed economici che indicano la dissoluzione di quella formazione sociale che definiamo capitalismo democratico”; il suo manifestarsi corrisponde al processo col quale il capitalismo si è liberato dai “lacci e laccioli” con cui si era tentato di “addomesticare” gli “animal spirit” di keynesiana memoria dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Questo processo ha liberato l’economia capitalistica dal keynesismo del dopoguerra, per trasformarla in un’economia opposta, “di stampo hayekiano, che punta – afferma Streeck – alla crescita attraverso la redistribuzione dal basso all’alto, non più dall’alto al basso”. Si tratta di una transizione che produce una democrazia azzoppata dal libero mercato, che ha ribaltato il patto sociale post-bellico che aveva consentito alla democrazia di regolare il funzionamento del mercato.

Il capitalismo democratico del dopoguerra aveva trovato un proprio equilibrio, conciliando gli interessi del capitale con quelli del lavoro; ma negli anni Settanta, interrottasi la crescita, complici le crisi, inizialmente dei mercati delle materie prime e di quelli delle valute, ma proseguite negli anni successivi, il conflitto tra capitale e lavoro è stato affrontato attraverso espedienti politici, quali inflazione, debito privato e debito pubblico; tali espedienti, però, sono serviti al capitalismo, non già per riformarsi, ma solo per “guadagnare tempo, peraltro divenuti nel tempo “problemi di per sé”.

La prima crisi è degli anni Settanta, quella dell’inflazione globale, alla quale ha fatto seguito la crisi dovuta all’esplosione del debito pubblico, negli anni Ottanta, e quella dovuta all’indebitamento privato degli anni Novanta, culminata poi con la crisi dei mercati immobiliari americani dei subprime, che ha dato luogo alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2006. Da quattro decenni – osserva Streeck – lo stato di crisi dell’economia dei Paesi democratici economicamente avanzati è diventato la norma; ma lo è diventato anche per il capitalismo inteso come “ordine sociale”, i cui principali sintomi dei mali che lo affliggono sono il declino della crescita, l’aumento dell’indebitamento e la crescente disuguaglianza; a questi si aggiungono – afferma Streeck – “cinque disordini sistemici: la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio del dominio pubblico, la corruzione e l’anarchia”.

Esiste un rimedio ai mali del capitalismo? Secondo Sreeck, il fatto che il capitalismo sia finora riuscito a sopravvivere alle previsioni della sua fine, non significa che possa continuare a farlo indefinitamente; il suo salvataggio è sempre stato realizzato attraverso un costante lavoro di “manutenzione”. Oggi, però, le tradizionali forze che l’hanno sempre supportato sono depotenziate, per cui il capitalismo si trova in uno stato di “coma cosciente”, che lascia presagire una sua morte, in quanto esso (il capitalismo) è “divenuto più capitalistico di quanto gli sia utile. Perché ha avuto troppo successo, sgominando quegli stessi nemici che in passato lo hanno salvato, limitandolo e costringendolo ad assumere forme nuove”; in altre parole, Streeck ritiene che il capitalismo debba la sua agonia attuale al fatto di avere avuto troppo successo, che lo ha condotto ad essere vittima di una “dinamica endogena di autodistruzione, a una morte per overdose da sé stesso”, appunto.

La fine del capitalismo non avverrà improvvisamente, ma sarà l’esito di un lungo processo di trasformazione, durante il quale, sempre a parere di Streeck, i Paesi che ne saranno colpiti vivranno un periodo “di entropia sociale e di disordine”. Per contrastare il disordine e contenere i costi sociali del processo di trasformazione del capitalismo, sarà forse necessario ridimensionare la globalizzazione e semplificare – come afferma Spannaus – la “catena di valore” che attualmente la giustifica: cioè, ridimensionando i flussi di beni intermedi che a livello globale costituiscono una parte importante degli scambi commerciali. “Molti beni sono prodotti non in un singolo Paese, ma passano più luoghi nel percorso di realizzazione”. L’accorciamento della “global supply chain”, a vantaggio delle singole economie nazionali, potrà garantire maggiori opportunità socio-politiche, ma anche comportare maggiorazioni dei prezzi dei beni consumati, compensate queste ultime dal fatto che prezzi bassi non sono necessariamente indicatori di benessere, essendo, al contrario, il “motore” che promuove a livello internazionale l’approfondimento capitalistico delle imprese, quindi causando disoccupazione tecnologica e difficoltà nella creazione di nuovi posti di lavoro.

Per i Paesi europei, perché il processo di trasformazione del capitalismo risulti meno costoso in termini sociali, occorrerebbe rendere meno globale il processo di integrazione nel mercato mondiale delle economie nazionali; a tal fine, a parere di Streeck, non sarà possibile fare affidamento sull’Europa, poiché non vi è alcuna disponibilità da parte degli establishment di ritornare alla “socialdemocrazia europea”, come sta a dimostrare la conclusione dell’ultimo G20 di Amburgo. Il tema all’ordine del giorno consisteva nello stabilire come assicurare una migliore “forma a un mondo interconnesso”; rispetto a questo tema, però, i rappresentanti dei Paesi europei si sono solo impegnati a dare sicura attuazione alle riforme neoliberali all’interno dei propri Paesi. Ciò significa che non sarà possibile attendersi un governo europeo, socialmente condiviso, dell’eventuale processo di trasformazione del capitalismo.

Il ritorno alla “socialdemocrazia europea”, perciò, non varrebbe a garantire una governance democratica del disordine connesso al processo di trasformazione del capitalismo; dalla riunione di Amburgo è emerso che la futura governance europea dell’evoluzione del capitalismo sarà solo complementare al governo dell’Eurozona, strumentale al mantenimento delle attuali forme assunte dalla globalizzazione, causa della crisi del capitalismo e non già di una crescita globale qualitativamente più condivisa, accompagnata dalla creazione di più alti livelli occupazionali.

Gianfranco Sabattini

 

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