lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il cuore piccolo di Trump e la revoca del DACA
Pubblicato il 11-09-2017


daca“Affronteremo il DACA con cuore…perché, come sapete, amo questi ragazzi”. Con queste parole il presidente Donald Trump rispondeva nel mese di febbraio a una domanda sull’ordine esecutivo di Barack Obama di proteggere i “dreamers” (sognatori), giovani portati in America da immigrati irregolari. Il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) aveva protetto questi giovani da deportazione e gli aveva anche concesso un permesso di residenza temporaneo, continuare i loro studi, e vivere nell’unico Paese da loro conosciuto. In sintesi, Obama aveva riconosciuto che questi giovani sono a tutti gli effetti americani eccetto per i documenti.

Nella campagna elettorale Trump aveva detto che il DACA era illegale e lui lo avrebbe abrogato. Dopo otto mesi alla Casa Bianca il 45esimo presidente ha mantenuto la promessa. Dimostrando poco coraggio, Trump però non lo ha fatto personalmente, preferendo dare l’incarico a Jeff Sessions, procuratore generale, il quale non ha menzionato nulla del cuore tenero di Trump. Sessions in un certo senso era il portavoce appropriato per il compito considerando le sue aspre vedute sull’immigrazione. Il procuratore generale ha detto che il DACA era illegale e che il Dipartimento di Giustizia non lo poteva difendere giuridicamente. Sessions ha continuato spiegando che l’ordine esecutivo di Obama del 2012 aveva messo in pratica ciò che “il ramo legislativo del governo aveva rifiutato di fare”.

Sessions, da buon “portavoce” per Trump, ha anche dichiarato falsamente che il DACA ha “causato terribili conseguenze umane” negando posti di lavoro agli americani e che l’illegalità ha “messo a rischio il Paese con crimini, violenza e terrorismo”. Tutto falso perché la procedura per ottenere il DACA richiede severi controlli che includono una fedina penale pulita.

Gli 800.000 beneficiari del DACA sono amati non solo da Trump ma riconosciuti innocenti da quasi tutti gli americani sia di destra che di sinistra. Se i loro genitori hanno commesso un reato portandoli in America i figli restano innocenti. Il loro “reato” sarà stato di andare a scuola, studiare, lavorare, e con l’ordine esecutivo di Obama si sono avvicinati a sentirsi americani. Le uniche eccezioni a non riconoscere l’innocenza dei “dreamers” sono alcuni legislatori di ultra destra che non vedono nulla al di là della legge ignorando il contesto umano e politico.

Per quanto riguarda gli effetti economici negativi che Sessions discute la realtà lo smentisce. I “dreamers” sono giovani e la maggioranza di loro lavora e contribuisce alle casse del tesoro rinforzando il sistema sanitario di Medicare per gli anziani e le pensioni del Social Security. Lo hanno riconosciuto i leader dell’industria americana come Tim Cook (Apple), Mark Zuckerberg (Facebook), Meg Whitman (Hewlett-Packard), Mary Barr (General Motors) e Jeff Bezos (Amazon) i quali hanno scritto una lettera per proteggere i “dreamers”. Secondo la missiva l’eliminazione del DACA ridurrebbe il Pil americano di 460 miliardi di dollari facendo anche perdere 24 miliardi al Medicare e Social Security. In effetti i dreamers sono indispensabili all’economia.

Gli ex presidenti Bill Clinton e Barack Obama hanno anche loro alzato la voce a favore dei dreamers. Ma anche politici del Partito Repubblicano hanno dimostrato il loro supporto promettendo azione legislativa che in passato non era andata in porto. Il Bridge Act, un recente disegno di legge introdotto dai Senatori Lindsey Graham (repubblicano, South Carolina) e Dick Durbin (democratico, Illinois) permetterebbe a quegli individui che qualificano per DACA di continuare a vivere negli Stati Uniti per altri tre anni e creare il tempo necessario per una legge definitiva. L’identica legislazione è stata anche introdotta nella Camera Bassa.

La revoca del DACA darà sei mesi alla legislatura per risolvere la situazione dei “dreamers”. Sfortunatamente l’agenda legislativa è già abbondante. Bisogna approvare i fondi necessari per assistere le vittime dell’uragano Harvey in Texas e forse altri nel sud est del Paese. C’è poi da approvare la legge per aumentare il tetto del debito delle spese che scade a fine del corrente mese. Inoltre non bisogna dimenticare la riforma fiscale, gli investimenti sulle infrastrutture e la riforma sulla sanità che i repubblicani non hanno completamente abbandonato.

La riforma sulla sanità, però, continua a ricordarci che nonostante il controllo dei tre rami da parte dei repubblicani, Trump non riesce a concludere nulla dal punto di vista legislativo. Per quanto riguarda i “dreamers” il 45esimo presidente si è lavato le mani mandando la patata bollente alle Camere. Una sfida reiterata anche dalla portavoce Sarah Huckabee Sanders con una minaccia che riflette il presidente. La Sanders ha detto che la legislatura deve “approvare qualcosa sull’immigrazione” perché questo è il loro compito. Se non riescono a farlo “dovrebbero mettersi da parte affinché lo faccia qualcun altro”. Il presidente?

Trump da parte sua ha reiterato la minaccia alla legislatura dicendo che in caso di una loro mancata azione in sei mesi lui dovrà “rivisitare la questione”. Ripristinerebbe il DACA con un nuovo ordine esecutivo? Forse il cuore di Trump lo vorrebbe fare ma i continui sondaggi poco favorevoli e l’erosione della sua base ci suggeriscono il contrario. Trump si è lavato le mani del DACA consegnando il futuro dei dreamers al Congresso, dominato dallo stallo da una decina di anni. D’altra parte, il recentissimo voto al Senato e alla Camera per l’innalzamento del tetto al debito federale, in cui Trump ha aggirato i repubblicani alleandosi temporaneamente con i democratici, potrebbe dare speranze per altre leggi bipartisan incluso una legge sul DACA.

Domenico Maceri
 PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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