lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il futuro dell’economia dopo la crisi
secondo Robert Reich
Pubblicato il 29-09-2017


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Robert Reich ha curato una nuova edizione di “Aftershock. Il futuro dell’economia dopo la crisi”, arricchita da una sua prefazione “attinente al futuro dell’Italia” e da una postfazione di Michele Salvati. Sia la prefazione che la postfazione costituiscono importanti integrazioni del contenuto dell’originaria edizione del libro: nella prima, Reich traccia un’interessante analisi parallela di quanto è accaduto in America e in Italia e del diverso modo in cui i due Paesi hanno reagito alla crisi, mentre nella postfazione Salvati integra l’analisi di Reich, laddove essa appare silente o insufficiente. Salvati illustra, da un lato, gli “snodi” che hanno caratterizzato i “paradigmi” dei modelli organizzativi dei sistemi economici e sociali ad economia di mercato, che si sono succeduti nel corso del XX secolo; dall’altro lato, esplicita le difficoltà economiche, politiche e sociali che si oppongono, allo stato attuale, alle politiche di contrasto delle cause della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008.

Reich sostiene che la causa prima della crisi che ha colpito sia Stati Uniti che l’Italia è “stata la crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza”; fenomeno, questo che caratterizza in modo particolare l’Italia, essendo essa collocata “ai livelli più alti per disuguaglianza dei redditi – appena dopo Stati Uniti e Gran Bretagna”. Senza allontanarsi da quella che ormai sembra essere divenuta la spiegazione universalmente accettata, Reich afferma che la crescente disuguaglianza ha fatto sì che la classe media dei due Paesi “perdesse il potere d’acquisto necessario a sostenere la domanda aggregata e a fare girare l’economia”, condizione essenziale, questa, per bloccare la tendenza alla crescita del pesante vincolo del debito pubblico. La disoccupazione e il blocco quasi totale dei salari reali (o la loro diminuzione nel caso dell’Italia) hanno comportato un volume di entrate erariali di gran lunga inferiore, rispetto a quello che sarebbe stato possibile ottenere con più alti livelli occupazionali e con un aumento di quelli salariali (e, nel caso dell’Italia, con minori livelli di evasione fiscale).

Le riforme in pro della liberazione dei mercati, in particolare di quelli finanziari, dalle regole che, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale, ne avevano governato il funzionamento, sono all’origine dell’”esplosione” del fenomeno delle disuguaglianze distributive. L’affermarsi del “libero mercato” ha fatto sì, a parere di Reich, che nei Paesi avanzati rimanessero solo “due ampi settori” cui la forza lavoro poteva indirizzare l’offerta dei propri servizi lavorativi: quello dei servizi alla persona (ristorazione, hotel, ospedali, cura dei minori e degli anziani, ecc.) e quello dei servizi avanzati (finanziari, manageriali e scientifico-tecnologici)”.

La maggior parte della forza lavoro, al restringersi delle opportunità occupazionali, ha indirizzato la propria offerta verso il settore dei servizi alla persona, mentre una parte relativamente ristretta della stessa forza lavoro, dotata di una più approfondita formazione professionale, si è indirizzata verso il settore dei servizi avanzati. In tal modo, la struttura dicotomica del sistema produttivo ha dato origine ad un processo distributivo del prodotto sociale, che mentre ha premiato la forza lavoro più qualificata, ha invece penalizzato quella “rimasta al palo” sul piano delle capacità professionali.

La conseguenza del processo di approfondimento e diffusione delle disuguaglianze distributive è stata che, per mantenere inalterati a propri standard di vita, la parte della forza lavoro “impoverita” ha fatto ricorso al credito; ciò è servito solo a rendere più instabili le economie. Inoltre, sempre a parere di Reich, all’interno dei Paesi in cui si sono consolidate le disuguaglianze distributive, il numero dei consumatori si è progressivamente ridotto, a causa della riduzione del loro potere d’acquisto, per cui è diminuito il consumo dei beni e dei servizi che il sistema economico di appartenenza produceva; in conseguenza di ciò, per colmare la mancanza di domanda interna, i Paesi che ne hanno sofferto, come ad esempio l’Italia, hanno dovuto fare affidamento sulle esportazioni.

Le disuguaglianze, però, diventate un fenomeno generalizzato, in tutti i Paesi economicamente avanzati la capacità produttiva ha iniziato “ad eccedere la capacità di consumo”; ragione, questa, per cui i Paesi caratterizzati da disuguaglianze distributive hanno assistito al restringersi delle possibilità di collocare le loro produzioni in surplus di beni e servizi sui mercati internazionali. Il rimedio agli effetti della crisi sul piano erariale è stato individuato nel ricorso all’austerità, che a sua volta è valsa solo a ritorcersi contro i Paesi che vi hanno fatto ricorso.

Infatti, la diminuzione della crescita, coniugata all’aumento delle disuguaglianze e all’attuazione delle politiche di austerità, ha dato origine ad un “mix” di scelte poco appropriate; queste – afferma Reich – hanno dato luogo a “ansie e frustrazioni delle popolazioni”, che hanno motivato i demagoghi di diverso orientamento politico a sfruttare la paura “come mezzo per accrescere il loro potere”, motivando l’opinione pubblica a “individuare negli altri – gli stranieri, gli immigrati, le minoranze – i responsabili delle difficoltà economiche”; per questa via, è stato facile, come è avvenuto in Italia, mobilitare una parte dell’opinione pubblica sulla base di forme di nazionalismo estremo, di xenofobia e di intolleranza; manifestazioni, queste ultime, che stanno mettendo a dura prova la capacità di tenuta della natura democratica delle istituzioni politiche.

Reich si chiede cosa occorra fare per riportare i sistemi economici sulla via delle crescita; sia in Italia che negli Stati Uniti, egli riconosce che l’ortodossia del libero mercato, favorendo la primazia dei mercati finanziari ed il libero movimento internazionale dei capitali e dei fattori produttivi, non ha fatto altro che tenere i governi che hanno vissuto il trauma della Grande Recessione prigionieri della “loro stessa ideologia”. Ciò perché le entrate fiscali sono diminuite nel momento stesso in cui aumentava la domanda di assistenza pubblica, dando origine a deficit pubblici correnti e ad un aumento crescente del debito dello Stato.

Ciononostante, ottimisticamente Reich è del parere che l’”era della fiducia nel libero mercato sia arrivata alla fine”; tanto negli Stati Uniti, quanto in Italia sarà possibile – egli afferma – “rovesciare le tendenze che ora minacciano fatalmente le nostre economie”. Egli è convinto sia nell’interesse di tutti ristabilire le condizioni appropriate per il rilancio della crescita; ciò riguarderebbe anche coloro che dall’esperienza delle crisi hanno tratto i maggiori vantaggi. Costoro, sempre a parere di Reich, hanno infatti molto da perdere, “se i motori dell’economia si fermano e se esplode la rabbia sociale”; mentre hanno tutto da guadagnare se la fascia del benessere sarà estesa, sino ad inglobare quella parte della popolazione che gli esiti del libero mercato hanno sinora penalizzato, per via della crescita incontrollata delle disuguaglianze reddituali.

L’analisi del contesto storico, economico e sociale di lungo periodo, nel quale la crisi è maturata, è sostanzialmente condivisa da Salvati, senza pero accettare il semplicismo con cui Reich ipotizza di poter ricostruire le condizioni di contesto esistenti prima della crisi. E’ realistica – si chiede Salvati – l’ipotesi di Reich, circa un ritorno alle condizioni di operatività dei sistemi economici esistenti sino alla fine degli anni Settanta?

Per rispondere alla domanda, occorre capire – afferma Salvati – perché il patto sociale d’ispirazione keynesiana, “stipulato e messo in atto tra la fine della guerra e l’immediato dopoguerra” è entrato in crisi negli anni Settanta; in altre parole, occorre capire quali forze hanno operato per “sostituirlo con un nuovo patto sociale basato sulla deregolamentazione e sul debito”; e, quel che più conta, occorre capire com’è stato possibile “sostituirlo democraticamente”, quantomeno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con un ampio sostegno popolare.

Tutto ciò consentirebbe anche di comprendere quali forze potrebbero oggi sostenere un ritorno al vecchio patto sociale, sia pure dopo una sua riformulazione; è, questa, una precondizione irrinunciabile, per valutare realisticamente il possibile ritorno al passato, tenendo tra l’altro presente che un ritorno all’originario “basic bargain” è reso molto improbabile dalla storia, la quale di solito esclude “semplici ‘ritorni’” all’uso di precedenti assetti istituzionali. La comprensione delle forze che alla fine degli anni Settanta hanno reso possibile la sostituzione del vecchio patto distributivo consente – secondo Salvati – di “approfondire i punti di svolta intorno a quali si enucleano le forze che esprimono il consenso politico per passare da un patto all’altro”.

Inoltre Reich, nella sua analisi del processo storico ed economico che ha caratterizzato gran parte del secolo passato, sorvolando sulle forze che caratterizzano i “punti di svolta”, manca di considerare un altro aspetto del quadro globale creatosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Il quadro internazionale emerso dalla fine del conflitto era caratterizzato, nell’area dei Paesi ad economia di mercato retti da regimi democratici, dall’egemonia degli Stati Uniti, che hanno avuto modo, in virtù della loro primazia, di dettare le regole – afferma Salvati – che avrebbero consentito di governare il sistema di rapporti internazionali e che, in quel contesto, hanno avuto modo di proporre e di fare accettare il patto sociale di derivazione keynesiana. Ma la posizione di allora degli USA era assai diversa da quella attuale; tanto diversa che il ritorno a quel patto potrebbe essere fatto accettare dagli USA in condizioni ”assai più difficili”.

Il vecchio patto del primo dopoguerra, formulato sulla base della cosiddetta “Rivoluzione keynesiana”, forniva non solo “gli strumenti per sostenere l’occupazione nel caso di eventuali crolli delle domanda interna”, ma anche per garantire uno stabile “sistema di relazioni internazionali che avrebbe stimolato una formidabile ripresa del commercio mondiale e, con questo, una straordinaria accelerazione dei consumi e degli investimenti privati”. E’ stato questo, sostiene Salvati, un “capolavoro basato su circostanze irripetibili”, realizzato grazie alla potenza economica e militare degli USA; un capolavoro, però, che ha perso gran parte della sua autolegittimazione, via via che le condizioni produttive e competitive degli altri Paesi sono cresciute. Infatti, man mano che ci si è allontanati dal periodo postbellico è maturata una crescente insofferenza per i vincoli imposti dalla regolamentazione pubblica dell’attività economica, strumentale alla sopravvivenza del patto sociale keynesiano.

Gli anni Settanta sono stati un decennio di crisi dei mercati valutari e di quelli energetici, che hanno dato il là alla “prima grande recessione del dopoguerra” e segnato l’inizio di una “Controrivoluzione keynesiana” conservatrice, che ha portato soprattutto il Paese egemone, gli USA, ad inaugurare “una politica mirata allo smantellamento delle regolamentazioni interne e internazionali”, con le quali era stato possibile dare pratica attuazione al patto sociale keynesiano. Questa è la ragione – secondo Salvati – del passaggio tra i due patti sociali: da quello keynesiano a quello neoliberale. L’avvento di quest’ultimo è storia recente e, come tutti sappiamo, ha condotto l’economia globale verso la crisi della Grande Recessione del 2007/2008, per il cui superamento Reich auspica un ritorno al “vecchio” patto, sia pure riformato.

Giustamente Salvati dubita che esistano oggi le condizioni politiche, sociali e culturali, interne e internazionali, che consentano di realizzare il “ritorno” allo status quo; innanzitutto, perché non esiste oggi un Paese in grado di svolgere il ruolo degli USA all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale; ma soprattutto perché, nonostante gli esiti della crisi iniziata nel 2007/2008, i conservatori neoliberali sono ben determinati a rifiutare “il ritorno ai modelli d’intervento pubblico del Basic Bargain”, suscitando esso ancora un’avversione così intensa da indurli a preferire il permanere di una situazione politica ed economica instabile, in luogo del rilancio dell’attività produttiva in presenza di una maggiore pace sociale.

Poiché, a parere di Salvati, anche un nuovo Keynes troverebbe molte difficoltà ad individuare una via d’uscita alla situazione attuale, una misura appropriata potrebbe consistere in un miglioramento delle condizioni distributive, sia interne ai singoli Paesi, che a livello internazionale, per il contenimento degli effetti destabilizzati della globalizzaione lasciata al libero svolgersi delle forze di mercato, rispetto alle quali gli accordi dei vari G7, G8 e G20 servono a stabilire regole insufficienti, ma non sempre rispettate.

Se questa è la situazione attuale, alla quale i singoli Paesi devono adattarsi, è mai possibile che all’interno di tali Paesi si debba tollerare che i conservatori neoliberali, arricchitisi grazie alla crisi, preferiscano “applaudire” al permanere delle condizioni precarie sul piano politico ed economico, invece che optare per una ripresa della crescita e dell’occupazione? Poiché il problema dell’occupazione, in presenza di una globalizzazione che gli accordi internazionali non riescono a governare, è divenuto un problema di difficile soluzione, non è il caso, almeno all’interno dei singoli Paesi, a partire dall’Italia, di incominciare a pensare come trasferire la priorità della riflessione sul lavoro a quella relativa alla distribuzione del prodotto sociale? Forse, in questo modo, sarebbe possibile una crescita più modesta, ma con una distribuzione del prodotto sociale più equilibrata, che darebbe alle popolazioni il senso di una maggior stabilità e la fiducia nelle istituzioni democratiche, esposte ora al pericolo della minaccia della loro eversione.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Peccato, che il venir meno della priorità della riflessione del lavoro sia anche una delle cause che hanno minato le basi del socialismo democratico. C’è inoltre un punto, cruciale a mio avviso, che è quello di come determinare a chi spetti lo surplus dell’innovazione tecnologica.

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