venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Intervista a Finetti: dalla lite Pci-Psi all’Antipolitica
Pubblicato il 29-09-2017


Con l’intervista ad Ugo Finetti continua la serie di conversazioni storiche sul crollo della Prima repubblica. Finetti, storico esponente del Psi e Vicepresidente della regione Lombardia dal 1985 al 1992, ha le idee molto chiare sulla fine della Repubblica dei partiti. In questa intervista spiega il ruolo del pool di Milano e dei potentati economici, parlando di uno scioglimento per via giudiziaria dei partiti. Finetti, con il suo approccio da storico affermato, illustra anche i meriti storici del sistema dei partiti.

craxi-e-napolitanoQual era il clima politico degli anni Ottanta? C’era sfiducia verso i partiti?
L’antipolitica c’è sempre stata. Bisogna distinguere quando la polemica contro i partiti diventa avversione alla democrazia. Il fastidio verso i partiti nasce nel primo dopoguerra. Già nel 1919 c’era un certo fastidio, soprattutto dopo l’estensione del suffragio universale. Da questo momento i ceti più alti iniziarono a non sopportare che persone da loro ritenute di livello culturale e sociale inferiore potessero prendere decisioni di rilievo nazionale. Inizia l’avversione alla democrazia.
Nel secondo dopoguerra con la vita democratica che rinasce sotto la guida dei partiti del Cln c’è il trionfo dei partiti: i partiti diventano il cardine della democrazia e sono i veicoli di una estesa partecipazione sia alle elezioni che alle varie manifestazioni da essi organizzate. La partecipazione al voto era massiccia. I partiti sono punti di riferimento per un sistema di valori.
Le crepe iniziano dopo il ‘68, quando cresce una vera polemica verso i partiti (gli extraparlamentari), prima c’era solo una contestazione secondaria (per lo più di estrema destra ‘nostalgica’ del fascismo). Un segnale chiaro è l’esito del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1978. Gli anni Settanta, più in generale, logorano il sistema politico, anche a causa delle varie crisi: economica, politica e sociale, sommate all’emergenza del terrorismo. Negli anni Ottanta c’è la fuoriuscita dalla crisi economica. La politica ha un primato, è promotrice dell’integrazione europea; i partiti diventano protagonisti, sia a livello ideale, tecnico-programmatico e istituzionale. Ci si rende conto però che la società italiana ha bisogno di un diverso assetto istituzionale, ma gli anni Ottanta non vedono un’autoriforma, e questo può essere un motivo di sfiducia.
Il ruolo dei partiti dipende anche dalle modalità con cui l’Italia vive la Guerra fredda e anche al ruolo dei partiti unitisi durante la Resistenza. L’antifascismo interseca lo schieramento della Guerra fredda. In Italia non c’è stato nessun muro di Berlino e con il Pci in Parlamento non si è andati a ‘muro contro muro’. Questo può aver comportato forme di consociativismo e può aver creato una sorta di omologazione politica che ha pesato sulla fiducia verso il sistema.
Un’altra questione problematica riguarda la staticità nei gruppi dirigenti: si arriva alla fine della Prima repubblica con a capo del governo il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Anche gli stessi padri della Prima repubblica sono arrivati alla fine degli anni Novanta con ruoli di rilievo. Questo ha significato anche un certo immobilismo. Si può concludere dicendo che un elemento di crisi dei partiti è che con la fine della Guerra fredda gruppi dirigenti che erano stati ‘in divisa’ si sono trovati ‘in abiti borghesi’. La smilitarizzazione della politica ha messo in libertà l’elettorato.

Come erano percepiti i partiti? Si sentiva la crisi dei partiti di massa?
Prima di parlare di partiti in generale si deve distinguere tra i vari partiti, non si può parlare generalmente di partiti di massa. Si tratta di realtà molto diverse. La Dc ha un retroterra cattolico molto vasto e articolato, è un partito interclassista. Il Psi e il Pci, invece, hanno un primato di elettorato popolare. Ma sono diversi tra loro: il Pci è un partito con un retroterra di solidarietà internazionale ed è organizzato in modo paramilitare con il centralismo democratico, con il divieto delle correnti e con un segretario eletto a vita, con successione monarchica (il vice diventa segretario). Il Psi, al contrario, ha tante correnti, subisce molte scissioni, ed è in stato di divisione permanente.
Elettoralmente si ha un elettorato sempre stabile, gli spostamenti elettorali sono microscopici rispetto ad oggi. Sono mutazioni lievissime, si pensi anche alla tradizione familiare con cui si andava al voto.
I partiti di opinione erano pochi e di dimensioni ridotte. Tutti i partiti però erano accomunati dall’antifascismo. C’era l’antifascismo da parte della Dc che limitava gli elementi di estrema destra, mentre il Pci condannava gli elementi più rivoluzionari della sua ideologia.
I partiti hanno così garantito anche la tenuta democratica durante situazioni drammatiche come il terrorismo, o di fronte a tentativi di colpi di mano. Infine bisogna ricordare che la tanto bistrattata partitocrazia è stata protagonista della resistenza e dello stato sociale. Prima di rivolgerle una critica sferzante, bisognerebbe ricordarne anche i meriti.

Cosa ne pensa del crollo della prima Repubblica? Quali sono le cause?
Non bisogna confondere crollo e sconfitta. Gli errori politici si riflettono in sconfitta elettorale non in crollo di sistema. L’unico grande calo tra il 1989 e il 1992 riguarda il Pci. Nel maggio 1992 Craxi era l’unico candidato alla presidenza del consiglio. Il pentapartito aveva la maggioranza del consenso. Quando per causa giudiziaria scatta il veto su Craxi da parte di Scalfaro, il presidente della Repubblica chiede comunque al segretario socialista di fare il nome del presidente del consiglio.
Il crollo avviene essenzialmente per via giudiziaria, non è la società civile che abbatte il sistema. Non bisogna confondere la procura di Milano con la società civile. Alcuni hanno parlato del referendum Segni come segno inequivocabile del declino, in realtà è un fatto politico, ma non è un crollo. Il Psi l’anno dopo – con Mani Pulite già in corso – nelle elezioni del ’92 mantiene le posizioni (perde due deputati su quasi cento). Non è quindi la società civile che ha rovesciato la politica. La realtà è che c’è stato uno scioglimento giudiziario dei partiti in modo molto selettivo.
Si è voluta creare artificialmente una dialettica politica tra ex fascisti ed ex comunisti. Fatto che fu consacrato nelle amministrative del 1993: si pensi alle contese elettorali tra Bassolino e la Mussolini a Napoli e alla sfida tra Fini e Rutelli a Roma. Questo schema venne sovvertito dal fenomeno berlusconiano.
La disgregazione voluta dal Pool nasce dal fatto che con la fine della Guerra fredda e la globalizzazione, il potere economico pensa che sia venuto il momento di liberarsi dalla politica. Si immagina un mondo senza conflitti, per andare verso un unico modello economico-istituzionale. C’è un assalto al potere politico, anche perché si volevano promuovere delle privatizzazioni che vedevano la classe di governo restìa. Non a caso Mediobanca con Cuccia patrocina il referendum Segni, insieme a Berlusconi. L’ex cavaliere dà molto spazio anche a Mani pulite sfruttando le sue televisioni.

Cosa ne pensa delle recenti parole di Di Pietro?
Parla così perché ormai l’Italia di Mani pulite è uscita di scena, sono usciti di scena i suoi eroi. Mani pulite ha salvaguardato comunisti e sinistra Dc più i neofascisti del Msi. Di Pietro e d’Ambrosio, non per caso sono diventati parlamentari del Pd. Di Pietro vorrebbe ora rientrare in Parlamento e ha fatto dichiarazioni a favore dei postcomunisti (Bersani) e degli ex missini (Meloni).

Che tipo di inchiesta è stata Mani Pulite?
Mani Pulite è un’inchiesta essenzialmente cartacea. Ha come postulato che gli imprenditori sono vittime della politica. L’inchiesta si svolge in maniera abbastanza semplice: si arrestano gli imprenditori affinché facciano i nomi dei politici. Così ottengono la libertà. L’inchiesta si basa sulle sabbie mobili della carcerazione preventiva con ‘confessioni’ firmate per uscire e che contengono accuse che sono quasi sempre parole non documentate.

Non possiamo non parlare del finanziamento ai partiti. Cosa si ricorda? Era un sistema come ha sostenuto più volte Craxi?
C’è in effetti una sorta di continuità dal 1944 con i primi finanziamenti al Cln anche fisica: Enrico Mattei si occupava di dividerli tra i partiti del Cln. È lo stesso Mattei che divide l’’oro di Dongo’.
È sempre Mattei che da presidente dell’Eni divide i soldi per i partiti.
Il sistema di finanziamento alla politica era molto noto e anche il Pci vi partecipava; non solo aveva finanziamenti provenienti dall’Urss, ma anche dai privati in cambio di favori. I verbali della Direzione del Pci lo testimoniano parlando esplicitamente di ‘tangenti’ o di ‘amministrazione straordinaria’ (cioè fuori dal bilancio ufficiale).
C’era un accordo generalizzato a livello nazionale per cui il 3% del valore degli appalti era riservato ai partiti. Si pensò di voltar pagina pubblicizzando finanziamenti una tantum. Anche Craxi si rendeva conto che il finanziamento illecito rendeva vulnerabili e creava marasma di gruppi personali. Ma è da tener presente la reazione dei privati: essi non volevano far sapere quanto davano ai partiti e non volevano comunque rinunciare ai fondi neri. Infatti l’accordo era il 3%, ma nei verbali si dichiara spesso molto di più. Persino il doppio. Nel sistema dei fondi neri si muovevano agevolmente anche i privati. Si tirava avanti sapendo che era ‘il segreto di Pulcinella’.

Quali sono stati gli errori di Craxi e quando inizia il suo declino?
Tra il 1987 e il 1992 Craxi pensa solo al ritorno a palazzo Chigi e vive la legislatura in attesa. La ritiene un tempo morto da far trascorrere in attesa che maturi la ‘controstaffetta’ e infatti arriva come unico candidato alla guida del governo nel 1992. Assume un atteggiamento di distacco, prende l’incarico all’Onu, ostenta distacco dalla politica quotidiana. Però agli occhi dell’elettorato rimane il dominus della politica anche perché i presidenti del consiglio continuano a cambiare.
È sbagliato addossargli tutta la colpa dell’immobilismo istituzionale. Il mutamento istituzionale si inceppa sul fatto che il Psi vuole il presidenzialismo, mentre Pci e Dc vogliono il maggioritario e sono contro il presidenzialismo, proprio perché temono la popolarità di Craxi negli anni Ottanta. Craxi rimane il politico più popolare rispetto a tutti, pur essendo il Psi più debole di Dc e Pci. L’odio nei suoi confronti si deve alla sproporzione tra potere politico e peso elettorale, a cui Craxi cerca di reagire tentando di costruire un’area politica più vasta, si veda la politica verso i socialdemocratici, i liberali, i radicali e anche parte dei repubblicani.

Che rapporti c’erano tra il Pci e Craxi?
Il concetto di ‘duello a sinistra’ non è forse una categoria interpretativa del tutto adeguata. Craxi non era anticomunista, aveva il disegno di far confluire il Pci verso un’opzione socialdemocratica a guida socialista. La politica di Craxi è stata una politica di tallonamento continuo al Pci. Per capirlo bisognerebbe conoscere il Craxi che fa politica tra il 1956 e il 1976
Per quanto riguarda il Pci la politica anticraxiana di Berlinguer è contestata da Napolitano, da Lama e dalla Iotti. Nel 1980 Berlinguer fa addirittura una Direzione-seminario sul Psi, ma la relazione anticraxiana di Natta non viene approvata perché c’è una parte del Pci che non vuole rompere con i socialisti. Berlinguer è contrastato proprio perché Craxi non è anticomunista. Napolitano, per la sua critica a come Berlinguer pone la ‘questione morale’ contro il Psi, sarà anche estromesso dalla segreteria e nominato capo gruppo della Camera. Anche Pajetta è a favore di Craxi. A Berlinguer si contesta il fatto che parla di alternativa, ma in realtà vuole accordarsi con la Dc contro il Psi.
Un episodio interessante riguarda lo scambio di battute tra Reichlin e Craxi dopo l’incontro tra Pci-Psi alle Frattocchie nel 1983. Craxi in modo amichevole avverte che il segretario del Pci capisce poco i mutamenti della società italiana e il dirigente comunista ammette che Berlinguer aveva una ‘visione catastrofista’. Possiamo dire che Craxi invece capiva molto di più le trasformazioni in atto.
Durante la segreteria Natta si sveleniscono i rapporti con Craxi. Il segretario socialista poi spera anche in Occhetto. Nel post ’89 non è aggressivo, è prudente, non incalza, aspetta una scelta socialdemocratica da parte del Pci che però non arriva. I comunisti di Occhetto pensano al cosiddetto ‘nuovo internazionalismo’, a un terzomondismo ‘ambientalista’, ma non alla socialdemocrazia.

Martino Loiacono

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