venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

“Latin lover”, un attore raccontato dalle sue donne
Pubblicato il 25-09-2017


latin-lover_main“Latin lover”, per la regia di Cristina Comencini, è innanzitutto la storia di un uomo che prima di ogni altra cosa è stato un grande attore che ha amato il suo lavoro e vissuto profondamente per esso. Un grande attore che faceva sognare le donne, perché l’ha fatto con il cuore, la cui vita privata si è mischiata al mestiere di attore. Dietro la persona di Saverio Crispo (di cui si racconta la vita e interpretato da Francesco Scianna) c’era soprattutto un attore con tanti personaggi. Infatti, se il genere è quello di “Perfetti sconosciuti” o “Dobbiamo parlare”, se fosse una pièce di teatro potrebbe tranquillamente essere la messa in scena di un’opera pirandelliana quale – in primis – proprio “Uno, nessuno, centomila”. Maschere che calano a sorpresa nel finale, sconvolgendo le vite di tutte le protagoniste. Un racconto leggero, attraverso cui si dipinge la figura di Saverio: uomo, marito, padre. Tramite le sue due mogli (quella italiana Rita -che si avvale dell’ultima interpretazione di Virna Lisi, cui il film è dedicato – e quella spagnola Ramona, alias Marisa Paredes) e le sue quattro figlie, tutte di nazionalità diversa: la maggiore Susanna (Angela Finocchiaro), italiana, poi la francese Stéphanie (Valeria Bruni Tedeschi), poi Segunda (spagnola, Candela Peña), Shelley (americana, Nadeah Miranda), Solveig (svedese, Pihla Viitala). Nel cast anche Neri Marcoré (nei panni del compagno segreto di Susanna, Walter, montatore degli ultimi film di Crispo), Claudio Gioè (che è Marco Serra, uno studioso molto interessato e preparato sulla vita di Saverio).
La filosofia di Crispo era vivere la vita con leggerezza; come disse: “la vita è un gioco, va presa con leggerezza e ti porta via dove vuoi”, in alto. Descritto dalle donne che lo hanno circondato come “egocentrico, ironico, forte, leggero”, era romantico, dolce e un seduttore spietato e cinico al contempo. Viceversa, per lui le sue figlie erano come “un marchio di fabbrica perché in fondo loro sono le mie donne” -diceva a proposito del fatto che tutti i loro nomi cominciassero per “S”, la stessa iniziale del suo-. Una famiglia allargata diremmo oggi, e pure “intercontinentale” – come viene definita nel film – che si ritrova riunita (causa forza maggiore) nel casale del paesino pugliese dove l’attore è nato e morto per la ricorrenza del decennale della sua scomparsa. Una storia di amori, tradimenti, gelosie, invidie, delusioni, gioie, dolori, rimpianti, rimorsi, ricordi amari che hanno un sapore dolce-amaro come quello di chi sente che è come se non avesse vissuto fino in fondo tutto il rapporto padre-figlia, moglie-marito. Messo in secondo piano rispetto al ruolo di attore. Infatti il film sembra piuttosto descrivere quanto sia difficile, non facile, a tratti persino dura la vita di un attore, di colui la cui esistenza si fonde inevitabilmente a quella del proprio lavoro, che mette sopra e avanti a tutto, da cui si fa quasi annullare, sostituire. Il mestiere di chi ha amato profondamente la recitazione (a teatro o al cinema non fa differenza) non è solo la gioia del successo, ma anche la rinuncia al proprio ambito privato; la fama rischia di confondere e dunque non si riesce più a scindere l’uomo dall’attore, lavoro e vita privata. Si continua a recitare sempre. Ininterrottamente. Ma senza essere meno autentici o ricchi di sentimenti potenti. Tanto che l’argomento principale e cardine di “Latin lover” è proprio la passione. Essere uno “sciupa-femmine” apparentemente non significa essere superficiale o tenere meno alle persone cui si vuole bene, anche se se ne sono amate tante. Se il vero amore non è eterno, non vuol dire che non esista. Se un legame non dura per sempre non è che il rapporto sia meno profondo o insignificante, anzi può essere anche più incisivo nell’animo di una persona. Se la passione viene definita da Alfonso (alias Jordi Mollà, marito di Segunda) “come quando fumi una sigaretta per la prima volta: ti piace talmente tanto che ne devi fumare subito un’altra”. Spesso si fanno scelte sbagliate o di cui ci si pente, ma tutte servono. Se un attore ricerca sempre l’approvazione del pubblico e se Saverio Crispo fu soprattutto un uomo affascinante (un po’ come il fascino del successo è allettante), non vuol dire che pianse solo perché lo applaudirono meno. Un attore non è diverso da una persona comune: ha gli stessi sentimenti e problemi. Geloso, probabilmente come tutti ricercava la felicità e di sentirsi libero. Leggerezza che gli dava il mestiere di attore, come un po’ la musica. Quasi si nascondesse dietro il ruolo per parlare di sé, di chi era veramente. Per andare proprio oltre le apparenze richieste da quel lavoro. Ed è il finale, infatti, a farci capire che il suo ruolo all’interno della sua famiglia allargata era proprio quello di portare leggerezza, come si fa con il canto. La figlia americana Shelley, infatti, a fine film canta un brano immaginando quando lo faceva il padre; quasi fosse tornato a portare spensieratezza, armonia, pace con la musica come fosse il suo show, uno spettacolo in cui ricorda che si può essere uniti (anche per sempre, anche distanti, anche non vedendosi o incontrandosi), avendo una consapevolezza -come dice la canzone- “io so che da me tornerai”: questo è l’amore, sapere che una persona tiene a noi, anche se non ce lo dice, non ce lo dimostra e anzi sembra sia l’opposto, anche se la crediamo persa o irraggiungibile. Perché, se un attore deve e vuole “far sognare”, non meno vale per un padre e/o un marito. E da qui nasce il perdono -mostrato nel film- con la certezza che si può sbagliare perché si è esseri umani, ognuno ha i propri difetti ma occorre accettarli se si vuole veramente amare, incondizionatamente, al di là di ogni tradimento per andare oltre ogni (pre)giudizio sterile. Il tono non è, infatti, meno melodrammatico a tratti di quello, ad esempio, di “La pazza gioia” -in cui troviamo la stessa Valeria Bruni Tedeschi-. Anche qui realtà e finzione si confondono ed è come se si entrasse ed uscisse da un set cinematografico. Ề una scena in particolare a mostrarcelo, in cui le protagoniste vengono scambiate per due attrici, comparse sul set di un film che si stava girando e ne approfittano per evadere. Il mondo dello spettacolo è sicuramente evasione, che porta la stessa leggerezza della musica, ma la vera potenza creativa è farlo insieme a qualcuno -anche se distrattamente apparentemente-: Saverio può cantare o recitare, anche da solo o distante da casa, ma sa che c’è sempre dietro di lui una donna da amare, la sua famiglia. Così come un attore, senza umanità di cui circondarsi, sarebbe perso. Siamo sicuri che se sembra solo apparenza, sia tale e non sostanza? In fondo il film pare farci notare che, in fondo, siamo tutti simili: uomini, donne, mogli, mariti, figlie, fatti delle debolezze umane, così misere -si potrebbe considerare,- eppure così vere e nobili, autentiche. Chi si è amato è come una presenza invisibile che ci portiamo sempre dentro, appresso con noi -pur non volendolo- e che dice chi siamo. E se potremmo ribattezzare “Latin lover”, cambiando il titolo in “Saverio Crispo: vita da attore tra amori, tradimenti, passione e perdono”, una curiosità vuole che il nome Saverio -di origine Ibera-basca-castigliana (per via araba)– significhi “Casa nuova [e splendida-risplendente]”; il nome si diffuse grazie alla devozione per il santo spagnolo Francesco Saverio. Cos’altro aggiungere? L’obiettivo e lo scopo di tutti i membri di questa famiglia sembra essere la ricerca (e l’aver trovato) “una nuova casa”, ossia un posto, un luogo anche metaforico in cui stare, riconoscersi, un punto di riferimento. Se tutto sembrava avviato ad un addio, si scoprirà -come si suole dire- “che non è un addio, ma un arrivederci”; l’apparente fine di tutto non è che un nuovo inizio, da cui ripartire e ricominciare rinnovati e sollevati. Più leggeri nell’animo, quasi sollevati dai sensi di colpa. Finalmente liberi. Finalmente se stessi. Veri, senza maschere. Persone e non più attori. Sempre molto umani.

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