lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Livorno, un altro disastro della natura?
Pubblicato il 11-09-2017


Assistiamo in questi ultimi tempi all’insorgenza di fenomeni distruttivi di portata mai vista. Terremoti, uragani, alluvioni. Il mondo é davvero fuori controllo. Il clima è cambiato. In Italia il riscaldamento é tangibile e le stagioni mutano il loro carattere. Se piove diluvia, se diluvia i fiumi e anche i piccoli torrenti rischiano di esondare. Viviamo le conseguenze solo di un mutamento climatico o paghiamo anche i nostri errori? E’ insomma colpa della natura o é anche e soprattutto colpa nostra visto che dai suoi fendenti non sappiamo difenderci. Era prevedibile in passato questo cambio di passo? Perché non si è dato retta agli scienziati che ci avevano ammonito. E perché i vertici tenuti sull’ambiente, da Rio de Janeiro del 1991 a Parigi di oggi, non hanno sortito che impegni generici, peraltro contestati dal nuovo presidente americano?

In Italia, penisola attraversata da catene montuose e circondata dal mare, segnata da molteplici corsi d’acqua, grandi, medi, piccoli, in parte anche sotterrati, il fattore natura in che considerazione è stato tenuto? Ogni volta che accade un terremoto, dalle Marche a Ischia, si invocano piani di verifica e di consolidamento delle abitazioni, evidentemente costruite senza tenere conto di eventi sismici. E’ dilagante ancora, in varie parti del paese, il fenomeno dell’abusivismo che in troppi continuano a difendere per motivi elettorali. Ogni volta che assistiamo a una inondazione, da Genova (se piove, e non era mai successo, si é rinviata una partita di calcio, perché la sola pioggia nella capitale ligure può portare rischi alla vita delle persone) a Livorno, si passa dall’acqua all’annegamento e alla morte. Ma anche in queste città cosa si é fatto per mettere le persone al sicuro da eventi simili?

A Livorno un corso d’acqua ha rotto gli indugi e ha allagato l’area circostante. In una palazzina una famiglia che abitava in un seminterrato é stata quasi distrutta. Si é salvata solo una bimba di tre anni portata a terra dal nonno che poi si è rigettato in acqua per salvare gli altri familiari ed é stato mortalmente travolto anche lui. Una scena da anni venti, da paese del terzo mondo. Una scena che si è verificata in una delle città più moderne d’Italia. Al di là del balloccamento delle responsabilità tra il sindaco Nogarin, sull’allarme arancione e non rosso, e il presidente della Regione Rossi, sulle carenze e i ritardi del Comune, restano due semplici domande. La prima é riferita alle verifiche sulla tenuta della copertura di un piccolo torrente che evidentemente poteva tracimare. La seconda é riferita all’abitabilità che l’ente locale ha dato su un appartamento situato in un seminterrato dove di solito vengono collocate le automobili.

Tutti hanno parlato di evento eccezionale e non prevedibile. E’ vero, si é trattato di un evento eccezionale, ma l’eccezionalità é oggi la regola e non può trovarci impreparati. Cosa ancora dovrà avvenire per renderci conto che l’emergenza ambientale é il primo e più impellente problema che dobbiamo affrontare? E che dopo terremoti, cataclismi, inondazioni, allagamenti, cicloni (in Italia non sono ancora arrivati) noi, anche e soprattutto noi italiani, ci dobbiamo dotare da un lato di una legislazione emergenziale e dall’altro dobbiamo al più presto passare dalle parole ai fatti e mettere in campo un grande investimento, il più urgente e necessario, per verificare la condizione delle nostre abitazioni e renderle consone alla nuova situazione e per mettere in sicurezza il territorio. Continuare a mettere la testa sotto la sabbia serve a nulla. Almeno nel 1951, dopo la grande alluvione del Po, che costò ingenti danni e morte, si cominciarono a costruire barriere e infrastrutture varie che hanno consentito, per anni, che questi disastri non si ripetessero. Oggi quanti morti dovremo ancora contare prima di iniziare a correggere i nostri guasti architettonici e ambientali?

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Commenti all'articolo
  1. Se non piovesse, se non ci fosse il terremoto, se non ci fossero gli incendi…..tutto filerebbe via liscio.
    Forse sarebbe bastato che il”diluvio” fosse caduto qualche chilometro più a sud e il torrente non avrebbe debordato. Allora nessuno sarebbe andato a considerare se la “tombatura” degli anni passati (magari quando led precipitazioni erano scarse, come negli anni settanta e ottanta) avesse tenuto la portata eccezionale di questi giorni. Trenta/quarant’anni fa era normale tombare i rivi e le gore di modesta entità.
    In Versilia la catastrofe avvenne più di vent’anni fa. La risposta
    della Protezione civile – diretta dal Prof. Barberi – e delle istituzioni fu pronta ed efficace. Si fecero i lavori necessari, sui torrenti, sui ponti, sui fiumi; alcuni lavori sono ancora in fase terminale. Fu chiamato il “sistema Versilia” per indicarne l’eccellenza.
    Facendo anche a meno di tener conto del “destino cinico e baro” del cambio climatico, come e quando possono, comuni e consorzi idraulici, far fronte ad ogni situazione sul territorio?
    Se i cittadini segnalassero agli enti i singoli pericoli, avremmo una bella carta dei rischi, ma certamente non sarebbe possibile risolvere in un batter di ciglia, perché per tante opere ci vuol tempo, anche per quelle minori.
    L’alluvione di Firenze avvenne nel 1964. Ad oggi qualcosa è ancora da fare, tra quello che venne deciso allora.
    Tutto ciò, naturalmente, esige un cambio di passo, come dice anche il Direttore, senza abbandonarsi alle solite polemiche strumentali.
    Da dove si comincia a fare sul serio?

  2. Il “Centro Meteorologico Europeo” – si legge sulla Gazzetta di Modena – che avrà sede a Bologna e di cui ha parlato il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti, è la nuova struttura di elaborazione dati del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf). E’ un’organizzazione intergovernativa, della quale fanno parte 22 Paesi europei e 12 paesi cooperanti con sede a Reading, in Gran Bretagna. A Bologna dal 2019 sarà ospitato il “data center” dell’Ecmwf, nell’area del Tecnopolo nell’ex Manifattura Tabacchi: 9 mila metri quadrati, con possibilità di altri 6 mila metri per attività legate alla ricerca. Nell’area, di proprietà della Regione Emilia Romagna, arriveranno nuovi super computer ad altissima tecnologia, che elaboreranno le previsioni del tempo in Europa.

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