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Opinioni e commenti
 

Lo sciopero dei docenti universitari. Riflessioni di una studentessa
Pubblicato il 11-09-2017


Negli ultimi giorni, lo sciopero indetto dai docenti universitari e dai ricercatori ha scatenato il panico tra gli studenti. I professori potrebbero non presentarsi ad un appello previsto nella sessione di esami autunnale.

astudentiNei gruppi sui social è il caos. Pur essendo garantito il servizio minimo, ovvero la possibilità di fare l’esame in occasione del secondo appello, laddove previsto, o di un appello straordinario, gli studenti denunciano un disagio.

Qualche settimane fa giravano delle fantomatiche liste di professori aderenti, sulle quali è fatto più o meno fatto affidamento. Tali liste si sono rivelate incomplete, come era prevedibile. Tra chi ha maturato la decisione di scioperare successivamente, e chi ha voluto mantenere l’incertezza, alcuni studenti si sono ritrovati in aula ad attendere invano l’esame. E se entrando, erano accompagnati dall’ansia, uscendo hanno incontrato una nuova amica: la “rabbia”.

“Non è giusto”, si dice. Non è giusto che siano gli studenti a subire il disagio di una situazione di cui non hanno colpa. Ed è verissimo. Detto ciò, questa è la natura dello sciopero. Si crea un disservizio per attirare l’attenzione del governo su una situazione ritenuta ingiusta affinché vengano presi i dovuti provvedimenti.

Erano quarant’anni che i docenti universitari non prendevano una simile decisione, portata avanti oggi in nome della dignità della categoria.

Aldilà del tradizionale scontro studente/professore, quello che emerge è una generale confusione. Gli studenti, cioè coloro che sono colpiti direttamente dallo sciopero, non stanno capendo cosa vi è alla base.

Quello che si sente dire, è che ai docenti universitari non è stato tolto il blocco degli stipendi stabilito nel 2013 dal ministro Tremonti in un contesto di crisi ed austerity. Più precisamente, i docenti universitari chiedono che:

“1) le classi e gli scatti stipendiali dei Professori e dei Ricercatori Universitari e dei Ricercatori degli Enti di Ricerca Italiani aventi pari stato giuridico, bloccati nel quinquennio 2011-2015, vengano sbloccati a partire dal 1° gennaio del 2015, anziché, come è attualmente, dal 1° gennaio 2016;

2) il quadriennio 2011-2014 sia riconosciuto ai fini giuridici, con conseguenti effetti economici solo a partire dallo sblocco delle classi e degli scatti dal 1° gennaio 2015.”

La realtà però è che la stragrande maggioranza degli studenti, non avendo mai lavorato (o meglio, non avendo mai visto un contratto di lavoro neanche in cartolina), non ha idea di cosa voglia dire tutto ciò.

La sensazione generale è che sia mancata una complicità nei confronti dello studente. Non nel volergli creare disagio. È una sciocca e vuota lamentela dire che questo sciopero viene portato avanti per fare un torto a loro. Quello che sembra mancare però, e lo si dice con la consapevolezza di generalizzare una situazione che andrebbe analizzata caso per caso, università per università, è la volontà di far comprendere agli studenti quello che sta accadendo, così che essi possano valutare la situazione con gli strumenti appropriati e magari anche dare appoggio con i propri mezzi. Volendo, quel che è mancato è anche una disponibilità autocritica dei docenti a sottolineare con onestà le proprie responsabilità in questo processo di lenta dequalificazione dell’alta istruzione, a partire dai motivi che rendono la carriera universitaria (e quindi il rinnovamento del corpo docente) lunga e sostanzialmente impraticabile, una situazione che è certo figlia delle scelte di governo ma che non è che non abbia trovato sponde nei diretti interessati “figli” (e anche padri) di in un sistema che è stato sempre segnato da pulsioni “baronali”.

Non essendoci stato spiegato, abbiamo cercato di capirlo da soli.

Correva l’anno 2013. Non ci si poteva permettere lussi come lo scatto di stipendio per anzianità, ovvero una sorta di premio sullo stipendio a cui si ha diritto quando si lavora per più anni consecutivi per lo stesso datore di lavoro. A seconda del contratto collettivo nazionale di una determinata categoria, i lavoratori avevano diritto ogni due o tre anni ad una maggiorazione dello stipendio per un massimo di dieci scatti.

Considerando che le parole “maggiorazione dello stipendio” ormai sono rare alle nostre orecchie e potrebbero scatenare la nostra immaginazione, è bene sottolineare che si parla in media di una maggiorazione di circa venti euro al mese.

Nel 2015, finalmente, docenti scolastici, medici, personale degli enti di ricerca e della pubblica amministrazione hanno avuto il riconoscimento degli anni del blocco. Mancavano tuttavia nella lista proprio i docenti universitari. Ed è proprio questo che i 5444 docenti e ricercatori firmatari della lettera che ha indetto lo sciopero hanno richiesto, dopo mesi di tentativi di dialogo con chi di dovere.

Nonostante la ministra Valeria Fedeli abbia mostrato nei mesi scorsi buone intenzioni per la soluzione del problema, ad oggi sembra ancora lontana.

Nella lettera si distingue tra riconoscimento del lavoro a fine economico e riconoscimento a fine giuridico. È una distinzione importante. Quello economico è facilmente intuibile, si chiede di recuperare economicamente quello che non si ha avuto.

Il riconoscimento a fine giuridico permette invece di avere riconosciuti gli anni di servizio al fine dell’avanzamento di carriera e progredire nelle fasce stipendiali.

Aldilà di questo casus belli, è evidente che non si è ancora usciti dall’ottica in cui l’istruzione e la cultura sono l’ultima ruota del carro. A subirne le conseguenze maggiori, come al solito, sono i giovani. Intraprendere oggi la carriera accademica è un salto nel vuoto. Chi vuole provare a scalare il cursus honorum al cui vertice si trova la cattedra di ruolo, sa che avrà davanti a sé anni e anni di precariato, moli di lavoro non adeguate alla retribuzione e la necessità di avere le spalle protette da qualcuno, come denunciava qualche mese fa in una lettera aperta Massimo Piermattei, ex ricercatore in Storia dell’Integrazione europea.

Che non ci si sorprenda della fuga dei cervelli se tanti studenti che entrano in contatto con università straniere grazie ai programmi Erasmus ricevono addirittura proposte spontanee di dottorati ben retribuiti.

Alla speranza di avere oggi docenti più soddisfatti, aggiungiamo quella di poter arrivare in condizioni dignitose ad essere i docenti di domani.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. Gentile Giulia Clarizia,

    il suo tentativo di capire da sola – nonostante la rete abbia offerto fin dai primi giorni di agosto occasione per comprendere la vera storia dello sciopero dei studenti
    https://www.roars.it/online/il-perche-di-uno-sciopero-la-vera-storia-degli-scatti-stipendiali-dei-professori-universitari/
    e la più parte dei docenti, seguendo l’invito della commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi essenziali e del comitato promotore dello sciopero,
    https://www.roars.it/online/come-scioperare-a-partire-dal-28-agosto-domande-risposte-e-modelli-per-comunicazioni/
    abbia proceduto a comunicare nelle proprie bacheche telematiche di ateneo la propria adesione allo sciopero e i motivi dell’adesione – non appare molto preciso.

    Sarebbe auspicabile che lei, condividendo tale possibilità con i lettori del suo intervento, possa documentarsi con più precisione.

    Altri spunti informativi qui:
    https://www.roars.it/online/sciopero-per-la-dignita-della-docenza-universitaria-osservatorio-stampa/
    https://www.roars.it/online/scatti-e-a-te-quanto-ti-hanno-stangato-piu-o-meno-di-100-000-euro-scopri-qui-cosa-ti-costa-il-mutuo-perpetuo/
    https://www.roars.it/online/torna-la-bufala-dei-docenti-italiani-con-gli-stipendi-piu-alti-del-mondo/
    – qui, invece, l’opinione di una sua collega: https://www.roars.it/online/lettera-di-una-studentessa-sullo-sciopero-di-settembre/

    Se lo volesse, saremmo lieti di accoglierla nel gruppo del più di 16.000 utenti Facebook di ROARS per poterle garantire una migliore informazione in futuro sulle vicende che interessano l’Università italiana.

    Cordialmente,

    Umberto Izzo (Università di Trento e Redazione di ROARS)

    • Gentile professor Izzo,
      Per quanto il suo tono critico mi rincresca, sono contenta che le mie riflessioni abbiano colto nel segno e la ringrazio per i numerosi link che ha fornito a me e a chi leggerà. Mi sento però di dover sottolineare che le università italiane (e così sicuramente le situazioni, come ho voluto sottolineare) sono tante e il web è un oceano.
      Sono sicura che lei ha avuto cura di parlare con i suoi studenti e di avvicinarli alla questione. Questo intorno a me e ai miei colleghi non è successo e tanti si sono trovati spiazzati. Detto ciò ho stima dei miei professori e se lei dovesse aver colto mancanza di solidarietà o addirittura opposizione verso questa battaglia forse ha letto con mente prevenuta.

  2. Gentile Giulia Clarizia,
    francamente non credo di aver usato un tono tale da potere suscitare il suo rincrescimento. Ho solo inteso contribuire a informare meglio lei e i lettori del blog dal quale scrive sulla natura e le condizioni dello sciopero dei docenti. In ogni caso, mentre le scrivo il mio intervento iniziale appare ancora in attesa di moderazione e non risulta pubblico. Lo pubblichi, così anche i suoi lettori potranno capire a cosa lei risponde, per rendersi conto della natura del mio commento sul blog ove propiziate il dialogo con chi vi legge.

    Cordialmente,

    Umberto Izzo

  3. Potrebbe allargarsi, si legge sul QN, il fronte della protesta nelle università italiane. L’inedito sciopero dei professori universitari, che stanno facendo saltare in parecchi atenei il primo appello della sessione autunnale d’esame contro il blocco degli scatti salariali (ma non solo), trova una sponda negli studenti e anche nella Cgil: “L’Università è in macerie ed è necessario alzare la testa insieme – dichiara Andrea Torti, coordinatore di Link-coordinamento universitario. “Gli studenti hanno capito le nostre ragioni e sanno che possono recuperare la giornata di esami persa”, conferma Enrico Borsellino, docente a Roma Tre.

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