venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un “caso Scafarto” anche a Nuoro
Pubblicato il 27-09-2017


cubeddu

Quante sono le fake news, i falsi investigativi, che hanno inquinato e che stanno inquinando indagini e processi in Italia? Non lo sappiamo, ma possiamo fare qualche esempio. L’ultimo scandalo sull’uso spregiudicato delle false notizie, delle bugie investigative, per inquinare o deviare le indagini è il “caso Scafarto”. In breve, il capitano dei carabinieri Giampaolo Scafarto del Noe è accusato di aver manipolato una informativa, sbagliando volutamente la trascrizione di un’intercettazione telefonica. Secondo le accuse, cercava di fabbricare prove false nell’ambito della vicenda Cosip, puntando all’arresto di Tiziano Renzi, così da colpire il figlio Matteo, all’epoca presidente del Consiglio. Indagato per falso anche il pm Henry John Woodcock. Coinvolto, ma non indagato, anche il colonnello Sergio De Caprio, il “Capitano Ultimo”, famoso per avere comandato la squadra che nel 1993 catturò Totò Riina. I capi di accusa si stanno moltiplicando, ma la vicenda è al vaglio della magistratura e non entriamo nel merito.

Da un presunto tentativo non riuscito di stupro allo Stato, a uno che ha fatto centro. Ricordate l’inchiesta per presunti illeciti nelle nomine alle Asl e in altri settori pubblici della Campania che, nel 2008, coinvolse anche Clemente Mastella, allora ministro della giustizia? Per colpa di queste accuse Mastella ha dato le dimissioni, ha fatto cadere il governo Prodi e ha aperto la strada alle elezioni anticipate, vinte da Berlusconi. L’ex ministro è stato assolto dopo 9 anni, ma la fake ha colpito il bersaglio, cioè Prodi.

Una delle bufale investigative più eclatanti è quella nata dall’inchiesta sull’attentato che, nel 1992, uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. Nel corso delle prime indagini, una fake news, costruita a tavolino anche con il concorso di magistrati e ufficiali di polizia, più qualche manganellata, ha colpito nove persone che sono state accusate dell’attentato, processate e condannate a pesanti pene detentive. Solo nel 2008 si è scoperto che era tutto falso e i presunti assassini sono stati assolti al termine di un nuovo processo.

Ma le fake news giudiziarie non hanno confini, ne è saltata fuori una anche a Nuoro, al processo per il cosiddetto “delitto di Orune”. In breve, due cugini, Alberto Cubeddu (21 anni di Ozieri, provincia di Sassari) e il cugino Paolo Enrico Pinna (19 anni di Nule, provincia di Sassari) sono stati arrestati il 25 maggio 2016 con l’accusa di essere gli autori dell’omicidio di Gianluca Monni (19 anni), commesso l’ 8 maggio 2015 a Orune (provincia di Nuoro), e del sequestro, dell’omicidio e della distruzione del cadavere di Stefano Masala (28 anni, di Nule), che sarebbe avvenuto la sera prima. Mentre Paolo Pinna è già stato condannato in primo grado a vent’anni dal Tribunale dei Minori di Sassari (all’epoca era minorenne) il processo ad Alberto Cubeddu è in corso di svolgimento in Assise a Nuoro.

Ed è proprio Alberto Cubeddu la vittima di una bufala nata da una informativa dei carabinieri e ritenuta vera per tutte le successive fasi delle indagini sino al processo. Andiamo con ordine e leggiamo gli atti. In una informativa dei carabinieri del 9 maggio 2015 è scritto che “il ragazzo risulta indagato per tentato omicidio e rapina in concorso con il cugino Paolo Enrico Pinna” (più altri due ragazzi che non citeremo). Fatti accaduti a Ozieri il 6 gennaio 2014.

Questa accusa, considerata per due anni puro vangelo anche dai magistrati che si sono occupati del caso, si è rivelata una fake news nel corso dell’udienza del 27 luglio scorso quando l’avvocatessa Mattia Doneddu ha fatto mettere agli atti una certificazione della Procura della Repubblica presso il tribunale di Sassari (competente per Ozieri) dalla quale risulta che il presunto procedimento penale contro Alberto Cubeddu non è mai esistito, era contro ignoti e come tale è stato archiviato un anno prima del suo arresto.

Nella certificazione, infatti, è scritto che “il citato provvedimento penale iscritto al R.G.N.R. contro ignoti, al n. 30/2014, a seguito di richiesta di archiviazione in data 13 marzo 2015, del p.m. di questa Procura della Repubblica è stato definito con decreto di archiviazione dal Gip presso il locale tribunale in data 25/06/2015, per essere rimasti ignoti gli autori del reato;

che dai registri generali non risultano che vi siano state e che vi siano iscrizioni a carico di Alberto Cubeddu, per i fatti di cui al procedimento penale n. 30/2014 mod.44;

che dai registri generali non risultano iscrizioni suscettibili di comunicazione nelle quali Alberto Cubeddu abbia assunto la qualità di indagato.”

Tradotto in parole povere, il ragazzo è estraneo al tentato omicidio di Ozieri, e non è mai stato iscritto nel registro degli indagati per nessuna vicenda criminale precedente il delitto di Orune.

Questa certificazione ufficiale è completamente opposta a una fantasia investigativa, a quel peccato originale che ha falsato tutte le indagini. Perché il castello di accuse che trasforma, riga dopo riga, un ragazzo normale, con una vita, una famiglia, un lavoro e amici normali, in un efferato assassino è sempre più legato a quel procedimento penale che per la Procura della Repubblica di Sassari non è mai esistito.

Proprio grazie a questo falso investigativo, certificato due anni dopo come bufala, Alberto Cubeddu è stato dipinto dagli investigatori e, dopo l’arresto, anche dalla stampa locale, come un bad boy, un ragazzo con un passato e un presente da criminale incallito. E tutto questo per giustificare non solo il rinvio a giudizio ma, in particolare, la custodia cautelare in carcere, in quanto considerato un elemento pericoloso. Anche il gip di Nuoro sposa questa tesi e nella sua ordinanza di custodia cautelare in carcere rappresenta che “dalle prime informazioni … si era appreso che il Pinna era un tipo violento con a suo carico una denuncia per tentato omicidio e rapina avvenuta ad Ozieri il 6 gennaio 2014 in concorso – appunto – con Alberto Cubeddu e altri due ragazzi”. Il giudice aggiunge nella sua ordinanza che “Cubeddu è cugino di Pinna e compare di scorribande criminali oggettivamente impressionanti”. Peccato che nessuno abbia ancora pensato di chiedere conferma di questi fatti – relativamente al Cubeddu – alla Procura di Sassari perché il procedimento di cui si parla è sempre quello archiviato.

La stampa locale si allinea: “Ma anche il cugino Alberto Cubeddu – dicono le carte (quelle false?, ndr) – non è certo uno stinco di santo. Le “missioni” spericolate le hanno sempre fatte insieme ed era un caso che non fossero insieme quella notte del 13 dicembre a Orune. Ma Alberto Cubeddu è uno che ha dimestichezza con la violenza, gli incendi e le armi” (da La Nuova Sardegna online del 26 maggio 2016). Al contrario, il ragazzo, affermano sia la Procura di Sassari sia la difesa, non è mai stato indagato per nessuno di questi reati.

La sicurezza della correttezza dello svolgimento delle indagini dovrebbe essere un caposaldo del nostro processo penale, se le bufale vengono costruite a tavolino in questa fase, si falsa tutto, soprattutto, la sentenza finale. E questo è un pensiero particolarmente disturbante quando si parla di reati tipo l’omicidio. Non dimentichiamoci, inoltre, che le bugie sono come le ciliegie, una tira l’altra. Allora viene da chiedersi quante fake news e quante verità, ci siano in tutti gli atti che hanno portato i due cugini di fronte ai giudici con pesanti accuse? Soprattutto in quelli arrivati sul tavolo del giudice che ha già condannato Paolo Pinna a vent’anni? Per non parlare dell’uso della custodia cautelare in carcere, quasi uno stupro mentale. Recentemente il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio europeo ha bacchettato l’Italia proprio su questo argomento, chiedendo un maggiore uso di soluzioni alternative per quei detenuti non ancora condannati in via definitiva. Potete anche rileggere “Davigo esalta le manette” di Mauro Del Bue, apparso sulle nostre colonne il 10 marzo scorso. Infine, riportiamo una dichiarazione di Robertino Pinna, padre di Paolo: “Ci hanno provato per un anno e mezzo a pressare questi ragazzi (il figlio e il nipote, ndr) sperando che dicessero qualcosa. Ma non possono dire niente perché non sanno niente”.

Tre domande per chiudere. Prima: qual è stata la fonte di questa fake news, come è nato questo coinvolgimento in un procedimento giudiziario inesistente e inventato sulla carta, ma che è stato la pietra miliare di una fantasia giudiziaria che ha trasformato un ragazzo che non mai avuto guai con la giustizia in un efferato assassino? E perché nessuno ha mai controllato, perché è stata accreditata per tanto tempo come vera una bufala che la Procura di Sassari poteva smontare in un attimo?
Seconda domanda. Ad Alberto Cubeddu, e magari alla sua famiglia, vorrei chiedere cosa si prova a vedere, in un attimo, la propria vita passata in un tritacarne giudiziario e mediatico, essere coinvolto in un gioco al massacro e rischiare una pesante pena detentiva (anche l’ergastolo), proprio per colpa di una notizia non controllata, di una fake news che è stata la base di tutte le accuse successive?

Terza e ultima domanda. All’autore o agli autori di questa di questa falsa notizia, e a chi non l’ha controllata, vorrei chiedere cosa si prova a sbranare anche l’anima di una persona? Ha un buon sapore?

Antonio Salvatore Sassu

 

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