venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

MINACCE A PROVA DI BOMBA
Pubblicato il 22-09-2017


trump-kim-jong-un-afp-split-650_650x400_81506055777Si personalizza lo scontro tra Corea del Nord e Stati Uniti d’America, stavolta a rispondere personalmente e direttamente alle invettive di The Donald è il dittatore coreano: Kim Jong-un. È la prima volta che il supremo leader diffonde una dichiarazione in prima persona, definisce Donald Trump “un rimbambito” («dotard» in inglese) e assicura che il presidente statunitense pagherà “caro” per le sue minacce al paese asiatico. “Un cane impaurito abbaia più forte”. Il capo del regime nord coreano ha poi descritto il presidente americano come “una canaglia e un bandito, desideroso di giocare con il fuoco”.
A spaventare è anche la dichiarazione del ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong-ho che a margine dei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu ha lanciato il suo avvertimento. La Corea del Nord potrebbe condurre il più potente test di bomba all’idrogeno nel Pacifico, tra le “azioni di più alto livello” contro gli Stati Uniti. “Potrebbe essere la detonazione più potente di bomba all’idrogeno nel Pacifico”, ha affermato Ri aggiungendo però “di non aver idea di quali azioni potrebbero essere prese dato che saranno ordinate dal leader Kim Jong-un”. Il Giappone ha subito definito la minaccia come “totalmente inaccettabile”. Su Twitter, la replica di Trump che ha scritto: “Kim Jong-un, che è chiaramente un pazzo a cui non interessa affamare o uccidere il proprio popolo, verrà messo alla prova coma mai prima”.
Al Palazzo di vetro intanto da ieri si tentano le mediazioni. La Cina invita tutte le parti a esercitare autocontrollo dopo l’ipotesi di test di bomba all’idrogeno nel Pacifico. Il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang ha ribadito in conferenza stampa l’opposizione di Pechino alle sanzioni unilaterali fuori dallo schema generale risoluzioni delle Nazioni Unite, a stretto giro dal nuovo ordine del presidente Usa Donald Trump su nuove misure contro la Corea del Nord per i suoi programmi nucleari e missilistici.  “C’è ancora speranza per la pace e noi non dobbiamo rinunciare. Il negoziato è l’unica via d’uscita e merita ogni sforzo”, ha detto Il ministro degli Esteri Wang Yi.
Più dura invece la reazione della Russia che più volte ha invitato Washington a non cedere alle provocazioni. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite non ha citato espressamente Donald Trump, ma ha avvertito: “Noi condanniamo fermamente l’avventurismo nucleare e missilistico di Pyongyang ma l’isteria militare non ci porterà solo all’impasse ma al disastro”, ha sostenuto Lavrov che ha ripetuto la richiesta al mondo di sostenere “la via d’uscita russo-cinese alla crisi” del doppio congelamento contemporaneo dei test nordcoreani e delle manovre militari tra le truppe Usa e quelle sudcoreane.
Proprio ieri l’amministrazione Usa ha varato un nuovo round di sanzioni contro le società straniere che fanno affari con la Corea del Nord. Il ministro del Tesoro Usa, Steven Mnuchin, ha precisato che non si tratta di una misura contro la Cina, anche se è il principale partner commerciale di Pyongyang. “La cooperazione con la Cina è essenziale per prevenire una catastrofe nella penisola coreana. Questo è il momento di lavorare con la comunità internazionale e fare pressione sulla Corea del nord, prima che sia troppo tardi”, ha detto il segretario di Stato americano Rex Tillerson durante la riunione del Consiglio di Sicurezza Onu sulla non proliferazione nucleare, a margine dell’Assemblea Generale.
Nel frattempo da Seul arriva un segnale distensivo: la Corea del Sud ha approvato l’invio di 8 milioni di dollari (pari a 6,7 milioni di euro) di aiuti umanitari alla Corea del Nord, nonostante le tensioni, l’invio avverrà tramite organismi dell’Onu e gli aiuti sono destinati principalmente a donne incinte e bambini. Il precedente esecutivo sudcoreano, conservatore, che ha governato fino a maggio scorso, aveva deciso di sospendere tutti gli aiuti umanitari a Pyongyang a seguito del suo quarto test nucleare realizzato a gennaio del 2016.

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Commenti all'articolo
  1. Dopo la Corea del Nord, anche l’Iran. Il test militare effettuato ieri da Teheran getta una nuova ombra sull’intesa del 2015, già messa in discussione da Donald Trump nel suo recente discorso all’Onu e fortemente osteggiata dallo Stato di Israele. Diverse le reazioni a livello internazionale. Scrive tra gli altri il Corriere: “L’Alto rappresentante della politica estera della Ue, Federica Mogherini, ha detto che non c’è bisogno di rinegoziare l’accordo con l’Iran ‘perché sta funzionando’. Così gli altri firmatari. Ma il presidente francese Macron, pur definendolo un ‘buon accordo’, si è detto aperto ad aggiungere ‘due o tre altre misure’. La data chiave è il 15 ottobre, entro la quale Trump dovrà decidere se certificare che Teheran sta rispettando l’intesa”.
    In un pezzo sul complesso incastro geopolitico mediorientale in cui si parla anche di questa vicenda Il Fatto Quotidiano propone oggi testualmente i concetti di “soluzione finale” e “pulizia etnica morbida”. Il riferimento è alla situazione dei palestinesi e a un piano cui starebbero lavorando Egitto e Israele per dar vita a una “mini-Palestina”.

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