lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Progresso, progressismo
e rinascimento
Pubblicato il 10-09-2017


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Negli ultimi mesi qualcuno si deve essere accorto che, nel campo della sinistra, si era completamente estinta qualsiasi componente progressista. Tutte le forze e le debolezze della sinistra si erano gradatamente uniformate all’ideologia verde decrescitista, diventando così un altro fattore di supporto al declino industriale nel nostro paese, e quindi all’eutanasia della civiltà industriale. Ora, non può certo sfuggire, a chi conserva un minimo di capacità di analisi sociale, che tutto ciò che abbiamo avuto, in termini di vero progresso, nel mondo occidentale, lo si deve alla civiltà industriale. Basta guardare i paesi in cui non c’è (ancora) stata una rivoluzione industriale (e chissà se a questo punto ci sarà mai). Niente sistemi di istruzione di massa, niente sistemi sanitari di massa, e totale mancanza di quella diginità umana che solo il lavoro ha potuto portare, pur con tutte le contraddizioni che ben conosciamo. La civiltà industriale, nei paesi in cui si è sviluppata, ha portato non solo progresso materiale, ma soprattutto morale ed etico, la nascita di movimenti pacifisti, la graduale obsolescenza delle concezioni della guerra come valore e gloria, una maggior consapevolezza dei diritti umani universali. Ovviamente ha significato anche sfruttamento, alienazione, inquinamento. Mali che il movimento operaio ha cercato di eliminare o contenere, con le sue lotte per i diritti sociali. E di tutto questo chiunque si ritenga oggi sinceramente umanista può a buon diritto continuare a rivendicare la giustezza ed il merito, davanti alla storia. Le grandi lotte operaie hanno però anche lasciato una pesante eredità negativa: l’odio di classe, che continua a far danni anche nell’era cosiddetta post-industriale, anche quando non esistono più modelli sociali alternativi alla democrazia liberale, nel contesto del (più o meno) libero mercato. Le classi sociali, così come erano state definite in era industriale, si sono progressivamente sfilacciate, compenetrate, osmotizzate, rendendo via via la realtà sociale un amalgama in cui è sempre più difficile distinguere il proletario dal precario e dal piccolo imprenditore semplicemente monitorando il loro conto in banca, in ogni caso tendente al rosso. E quando il colore rosso si trasferisce tragicamente dalle bandiere ai nostri conti bancari, è inevitabile che avanzino le tante gradazioni di nero, dell’evasione, del fascismo, della regressione sociale, della chiusura, della mafia, della violenza e dell’autoritarismo, del noir non più solo genere letterario, bensì vero e proprio modello sociale.

Ma non è neanche facendo appello alla resistenza contro il neofascismo rampante che la società civile potrà generare sufficienti anticorpi e riconquistare un limpido assetto progressista. Andiamo con ordine. Avendo svolto una veloce indagine di mercato (la disciplina che da qualche anno ha evidentemente rimpiazzato l’analisi sociale), qualcuno nel campo della sinistra ha furbescamente rispolverato il termine “progressista”. E così, ad esempio, Pisapia ha battezzato il suo movimento “Campo progressista”. Qualcun altro ha prontamente seguito l’esempio, ed ha fondato “Articolo 1, Movimento democratico e progressista”. Che dire di quest’ultimo? Già nel nome testimonia la sua condizione di relitto della storia, intitolandosi all’articolo 1 della costituzione, quello che stabilisce l’Italia essere “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, e non ad esempio sulla libertà di impresa e di ricerca scientifica, filosofica, etica, definizione che starebbe meglio al passo con il tempo contraddittorio, ma anche fortemente rinascimentale, che stiamo vivendo. Movimenti che basano la loro definizione progressista sull’immarcescibile ricetta dell’aumento della tassazione ed, in definitiva, sul controllo statale dei patrimoni, in nome della “redistribuzione della ricchezza”. Un concetto che, così come la “salvaguardia del pianeta”, viene proposto senza neanche più disturbarsi a motivarne la validità etica, convinti come sono i proponenti, nella loro supponente presunzione, che tutti ormai ne diano per scontate l’assennata correttezza sociale ed ontologica. La convinzione profonda, ben radicata nella coscienza piccina e priva di immaginazione di costoro, è sempre la stessa: il pianeta è una quantità finita di materie prime, la ricchezza che ci si può costruire sopra non può quindi che essere anch’essa finita ed inaccrescibile. Bisogna dunque (ri)distribuire equamente questa “ricchezza” tra tutti. Va da sé che i proponenti di questa dottrina si ritengono i migliori e più onesti gestori delle risorse ormai scarse del “pianeta”, termine di cui pure abusano. Il termine “pianeta” infatti, per gli antichi greci, significava “luce nel cielo”. Basterebbe rifarsi a questa vecchia definizione, allora, per capire che il nostro pianeta è una luce nel cielo tra tante, nel sistema solare. Se si continua ostinatamente a vedere questo nostro pianeta come l’unico che abbiamo (e che avremo), è inevitabile che tutta l’attività umana ne risulti un gioco a somma zero. Il concetto di redistribuzione della ricchezza si riferisce all’economia come gioco a somma zero. Ridurre le disuguaglianze, un obiettivo rispolverato da questi movimenti sedicenti nuovi, si riferisce ugualmente al paradigma della somma zero.

Un movimento realmente progressista, futurista e presentista, dovrebbe invece urgentemente ragionare su un concetto di crescita della ricchezza ed, a tale uopo, in un’agenda finalmente socio-urgica, e non solo socio-logica, agire per movimentare i capitali, che oggi ristagnano senza alimentare alcuna crescita. Movimentare i capitali non significa necessariamente che lo stato debba risucchiarne porzioni crescenti per poi occuparsi di ridistribuirli o reinvestirli. Sappiamo ormai che poi gran parte del gettito fiscale sparisce in capaci tasche che poco o nulla hanno a che vedere con serie politiche di investimento pubblico. Movimentazione dei capitali in direzione utile al progresso sociale dovrà significare piuttosto tassare i capitali immobilizzati, invece che i capitali tout-court. Ma, ancor più, significa sviluppare politiche di incentivi e sgravi fiscali, intelligentemente orientate a favorire iniziative industriali e di ricerca funzionali al vero progresso. Mi riferisco, come scritto più volte in altri articoli, al settore new space: veicoli di trasporto terra orbita interamente riutilizzabili, sviluppo del trasporto di passeggeri civili nello spazio, di stabilimenti industriali manifatturieri orbitali e nello spazio geo-lunare, utilizzo di tecnologie additive per produzione ed assemblaggio di satelliti direttamente in orbita. Perfino l’industria 4.0, sulla quale si ripongono oggi tante speranze, non servirà a nulla, se non innescherà l’espansione civile nello spazio.

Per uscire dal paradigma della somma zero basta un semplice ragionamento, un classico “uovo di Colombo”, come quello che ha portato Elon Musk, recentemente, a sviluppare lanciatori a due stadi completamente riutilizzabili, visto che ancora non siamo in grado di sviluppare un veicolo single stage to orbit. Il ragionamento è questo: se le risorse materiali del nostro pianeta natale costringono ormai la civiltà degli otto miliardi di abitanti ad un’economia permanentemente a somma zero, le risorse del sistema solare, a cominciare da quelle della luna e degli asteroidi vicini alla terra, permettono di uscire da questa gabbia, e di tornare ad orientarci al vero progresso, vale a dire il processo socio-economico a somma crescente. In un contesto economico crescente, poiché basato su risorse materiali ed energetiche virtualmente infinite, l’ascensore sociale tornerà a mettersi in movimento, verso l’alto.

È questo l’importante. Se, infatti, proviamo a lasciar andare l’odio di classe ed i meschini desideri di rivincita e vendetta, che cosa potrà mai importare veramente, a noi che abbiamo a cuore i diritti di tutti gli esseri umani, che i ricchi “paghino caro” per la loro ricchezza? Per quanto mi riguarda Bill Gates può anche diventare ancora più ricco, purchè ai miserabili sia data la possibilità di accedere ad un livello di vita dignitoso, chi già lavora abbia maggiori opportunità di impiego, i piccoli e medi imprenditori abbiano un formidabile aumento del mercato e dei contratti, nascano nuove imprese ogni giorno, alimentando così la crescita sociale complessiva. A me, umanista, fa molto male sapere che tanti milioni di bambini nel mondo non hanno da mangiare e non possono andare a scuola, che milioni di persone non hanno di che lavarsi e vivere dignitosamente. E che, in virtù di questo loro stato, costituiscono una massa di disperati disponibili per guerre ed orrori inaccettabili. Io non mi sento libero né completo, come essere umano, finchè perdura e peggiora questo stato di cose. Se continueremo a cercare di superare questo stato di cose mediante i concetti della redistribuzione, del risparmio e della tassazione vessatoria — tanto cari alle sinistre vecchie e decrepite anche quando si rifanno la facciata — non faremo che incrementare i conflitti, gli odi, le chiusure. Il risultato sarà la redistribuzione dell’odio e della povertà, e non certo della ricchezza. Il nostro obiettivo è infatti eliminare la povertà, e non la ricchezza.

Non solo il termine “progressista” sta vivendo una stagione di rispolvero. Anche il termine “rinascimento” conosce un percorso simile. Sono molti ormai a riempirsi la bocca di questo termine, senza avere neanche provato ad approfondire il concetto, che cosa ha significato nella storia, e che cosa significa oggi. Il pericolo è che queste parole — progresso e rinascimento — vengano svuotate del loro significato reale, e quindi diventino del tutto inefficaci, grazie all’uso improprio fattone dai mestieranti della politica, pronti a sporcare qualsiasi concetto, pur di avere una manciata di voti in più, ed un quarto d’ora di notorietà.

Varrà la pena ricordare che il Rinascimento è un processo sociale che ha avuto inizio nel 1500, in Italia, grazie alla famiglia Medici, che ebbe il grande merito di inaugurare una pratica estremamente utile e funzionale al progresso: utilizzare parte della propria fortuna, accumulata grazie al proprio genio imprenditoriale, per favorire lo sviluppo delle arti e della ricerca, che all’epoca praticamente coincidevano, nelle botteghe artigiane. Il Rinascimento è stato l’ostetrica che ha favorito la nascita della ricerca scientifica moderna, nel ‘600, seguita dalle rivoluzioni industriali dell’800 e del ‘900, ed oggi punta decisamente allo spazio, unico sbocco che può assicurarne la continuazione.

Nei primi anni 2000, un “Medici” moderno, Paul Allen (socio di Bill Gates), ha donato 30 milioni di dollari alla piccola aziende Scaled Composites. Grazie a quella donazione la Scaled Composites progettò e costruì SpaceShipOne, un veicolo suborbitale, simile al vecchio X15 della NASA, però concepito per trasportare turisti, passeggeri civili. Il 21 giugno 2004 lo SpaceShipOne ha compiuto il primo volo spaziale sviluppato con soli fondi privati, vincendo così il premio Ansari X-Prize da dieci milioni di dollari, per aver raggiunto l’altitudine di 100 km (cioè lo spazio) due volte in un periodo di due settimane con a bordo l’equivalente di tre persone e con non più del 10% di peso (che non fosse carburante) della navicella sostituito tra i due voli. C’è questo “piccolo” evento, nel background di Space X, e del grande evento degli ultimi due anni: l’abbattimento del costo del trasporto terra orbita da 20.000 US$/kg (mantenuto monopolisticamente costante per gli ultimi 40 anni!) a 2.000 US$/kg, che consente oggi a molte più aziende private di entrare nel settore spaziale.

La realtà odierna? Nel mondo c’è una lotta tra rinascimento e regressione, di cui nessun media canta le gesta. Governi intelligenti, che facciano propri moderni concetti di progressismo e mecenatismo, possono fare molto per aiutare il rinascimento a prevalere.

Una forza di governo intelligente, oggi, potrebbe anche — oltre a mettere in atto le politiche sopra accennate — porsi l’obiettivo di incrementare il moderno mecenatismo, ad esempio istituendo sgravi fiscali per chi fa donazioni importanti per l’arte, per la ricerca, per l’istruzione, per la protezione ed il risanamento idrogeologico del territorio. È opportuno evidenziare la modalità innovativa di tale processo. Va lasciato andare anche il vecchio sistema di centralizzare le donazioni a livello fiscale: gli 8 ed i 5 x mille non sono bastati, almeno finora, a risollevare l’investimento in ricerca ed istruzione, che continuano a vedere di anno in anno i loro già miseri bilanci costantemente tagliati. Oltre ad arrestare ed invertire finalmente la tendenza suicida al taglio progressivo delle risorse pubbliche per la ricerca e l’istruzione, occorre costruire un sistema che incoraggi le donazioni dirette, ovviamente monitorandone l’effettiva esecuzione e successiva efficacia, non solo alle associazioni ed alle imprese, ma anche a singoli ricercatori, artisti, innovatori, premiando le idee migliori per favorirne la realizzazione. Altrochè reddito di cittadinanza!

Un’ultima chiosa, per chiudere questa riflessione. Per quanto il nesso possa non apparire ovvio, questo scritto mi è stato stimolato da un bel film, visto ierisera, sulla vita di Jacques Costeau, che confesso di aver voluto vedere perché nel cast c’è Audrey Tautou, una delle mie attrici preferite, indimenticabile interprete del “Favoloso mondo di Amelie” ()… Comunque, Costeau si è spinto nei più remoti angoli del nostro pianeta, con l’intento di promuovere la colonizzazione del mare, le abitazioni sottomarine, ed addirittura la mutazione trans-umanista, cioè sviluppare branchie artificiali per poter vivere nel mare come ibridi umano-ittici. La sua opera ha comunque diffuso la conoscenza dell’ambiente naturale marino, di cui il vecchio Costeau diverrà poi uno strenuo difensore. Il suo sogno fu sostenuto principalmente da una società petrolifera, che donava carburante per la sua nave Calipso, in cambio di campioni raccolti sul fondo marino, per indivuare giacimenti di petrolio. Il sogno di colonizzare i fondali ebbe però termine quando si cominciarono a sviluppare i robot sottomarini, che consentivano l’esplorazione e la prospezione mineraria dei fondali con molta maggiore efficienza e minor pericolo per gli esseri umani. Personalmente ritengo che la mancata colonizzazione del mare non sia affatto un male: non avrebbe alcun senso riempire ulteriormente lo spazio del nostro pianeta di infrastrutturre abitative ed industriali. Il pianeta stesso sta già dimostrando, mediante scompensi climatici tremendi, che non tollererà oltre la nostra invadenza… si sa che dopo tre giorni (o in questo caso dopo tre ere geologiche?) l’ospite è come il pesce… puzza. Da un punto di vista puramente ecologico (e non ecologista), il mare — ambiente fondamentale per il ciclo autoregolantesi delle acque planetarie — dovrebbe restare per quanto possibile un ambiente autoregolato, e quindi il meno possibile antropizzato. E quindi in questo caso lo stop alla colonizzazione, imposto dallo sviluppo di tecnologie robotiche, è stato quanto mai opportuno. Altro discorso riguarda ovviamente le risorse, soprattutto alimentari, che preleviamo dal mare, negli ultimi anni messe in crisi a causa di pesca eccessiva e dell’inquinamento, soprattutto da materie plastiche. Anche a questo proposito, l’unica alternativa è rappresentata dalla continuazione del nostro sviluppo altrove, il che permetterà al nostro pianeta d’origine di rigenerare la ricchezza e la qualità delle risorse naturali, quelle ittiche in primo luogo.

Nel caso dello spazio, quindi, se un arresto del processo espansionistico dovesse riproporsi, a causa di una pretesa “maggior convenienza” di tecnologie robotiche nell’approvvigionamento di materie prime extraterrestri, sarebbe un evento nefasto, che arresterebbe non solo il progresso, bensì l’evoluzione stessa della civiltà. Una simile scelta porterebbe, alla fine, all’inevitabile invasione antropica anche del mare, decretando la progressiva cementificazione del nostro pianeta, modello Trantor (si veda il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov). E credo proprio che questo scenario non sia accettabile né per gli umanisti né per gli ecologisti… Fatta salva la grande utilità delle tecnologie robotiche come supporto alla colonizzazione dello spazio, è chiaro che le risorse extraterrestri dovranno essere utilizzate principalmente in funzione dell’eso-sviluppo, per costruire infrastrutture spaziali, e supportare la vita e le attività umane in tali ambienti. Dunque, vogliamo discutere, quanto prima possibile, di che cosa intendiamo veramente per progresso?

Adriano V. Autino

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