venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Regionali: lo Statuto speciale Siciliano
Pubblicato il 25-09-2017


Mentre la Catalogna combatte la “madre di tutte le battaglie” per l’indipendenza da Madrid, rinverdendo così, anche l’epopea della Repubblica in lotta contro il fascismo franchista, si assiste al poco edificante spettacolo offerto dalla politica siciliana in vista delle prossime elezioni regionali, con deputati uscenti e candidati che saltellano da una lista all’altra, senza distinzione di schieramenti, i quali, a loro volta, non presentano alcuna indicazione programmatica, a partire dai temi del lavoro e dello sviluppo, della legalità, senza che nessuno parli, in un senso o in un altro, delle sorti dello Statuto speciale d’autonomia.
Il mainstream dominante vuole la cancellazione della specialità autonomistica siciliana. E d’altronde, le polemiche vengono suffragate da una politica che nella nostra Regione ha prodotto sprechi, privilegi e incapacità di dare risposte alle domande dei siciliani.
Se le motivazioni storico-politiche che condussero all’approvazione dello Statuto speciale appaiono in parte superate, almeno quelle che nel 1946 servirono ad accogliere le istanze “riparazioniste”, con la rivendicazione di una sovvenzione solidaristica “compensativa” sul terreno economico, rimane attuale la scelta di un’istituzione regionale di chiara derivazione dai sistemi giuridico-costituzionali di tipo “pattizio”, specie in una fase in cui in Europa è aperto il dibattito sulle “piccole patrie”, come nel caso di Catalogna e Scozia sull’orlo della secessione.
In sessantanni di vita lo Statuto è stato quasi integralmente disatteso, come affermò un autorevole uomini politici siciliani del dopoguerra, l’indipendentista e repubblicano Salvatore Natoli Sciacca: “queste grandi speranze furono tutte deluse … Ci fu una non attuazione, uno svuotamento, una restaurazione dei poteri del governo centralista romano, con grandi responsabilità anche della stessa classe politica siciliana”.
È opportuno ricordare che il tradimento nei confronti dello Statuto speciale è segnato da un avvenimento preciso: la sentenza della Corte costituzionale del 1957, la n.38, (che storicamente ha prodotto una giurisprudenza nient’affatto disponibile ad accogliere le eccezioni mosse dalla Regione Siciliana nei confronti dei provvedimenti del Parlamento e del Governo nazionali lesivi dell’Autonomia Speciale) che ha “caducato”, ma non abrogato, l’Alta Corte, che lo Statuto speciale prevedeva quale organo giurisdizionale competente in caso di controversie tra Stato e Regione siciliana. Tale sentenza provocò un vulnus insanabile al carattere pattizio dello Statuto autonomistico, pari soltanto a quello voluto da Crocetta con il “commissariamento” dei conti operato dal governo Renzi con l’invio di Baccei quale assessore all’Economia, e, quindi, al suo rango di parte della nostra Costituzione repubblicana.
Ma si può rilanciare e attualizzare la funzione dello Statuto speciale siciliano? La risposta può essere positiva solo se legata ai principi di comunità e di responsabilità. Si tratta di andare oltre la visione panstatuale in favore di un sistema di rappresentanza basata sulla valorizzazione di comunità di soggetti territoriali, con vasti poteri sulle materie economiche, fiscali e sociali e sull’ordine pubblico contro le mafie e per la legalità, con l’affermazione del principio di responsabilità, sulla base di un comune patrimonio storico e culturale, esemplificato da un’unica politica in ambito europeo.
Ma c’è da temere che partiti e liste siano troppo affaccendati su altre questioni, per pensare alle sorti dello Statuto, in una logica di ascarismo endemico.

Maurizio Balllistreri

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