lunedì, 25 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Rimini, lo Ius Soli e le pericolose strumentalizzazioni
Pubblicato il 05-09-2017


L’Italia è il paese in cui il passaggio dalla tragedia alla farsa è sempre facilitato dal perenne clima pre-elettorale. Lo “ius soli” è tornato di attualità e immediatamente è stato mescolato con la tragica vicenda di Rimini, già resa inopportunamente farsesca dalla sortita del ministro polacco che ha richiesto l’estradizione degli autori della violenza sulla concittadina annunciando per loro torture e pena di morte: se anche fosse legittima l’estradizione (e non si capisce perché dovrebbe esserlo), il fatto che venga prospettata la pena capitale la renderebbe impossibile visto che la nostra Repubblica quel tipo di condanna l’ha cancellata da tempo. La serietà dovrebbe imporre la distinzione dei piani. Invece li si confonde nella certezza che la confusione produrrà utili elettorali.

Negare a ragazzi nati in Italia, a determinate condizioni, la cittadinanza perché quattro delinquenti si sono resi protagonisti di uno dei reati umanamente più abominevoli fornisce l’immagine di una società e di una civiltà giuridica che si esalta nella legge del taglione utilizzata, per giunta, in maniera trasversale. Se è vero che su cinque violenze, tre sono attribuibili a italiani, allora è evidente che a molti nostri concittadini (ai quali non sempre garantiamo un lungo soggiorno nelle patrie galere per il reato commesso) dovremmo ritirare la cittadinanza. La nostra è una società che non rispetta molto le donne, che ha visto imputridirsi la piaga del femminicidio e non ha certo estirpato quella delle violenze domestiche. Questo vuol dire che se anche negassimo a tutti gli stranieri per motivi, come dire, di prevenzione la cittadinanza, dal giorno dopo non vivremmo comunque nel paradiso terrestre perché è decisamente generoso il contributo “autoctono” all’incremento della violenza sulle donne (nelle varie forme) e familiari (nelle varie forme).

I piani non vanno confusi ma distinti. Semmai in maniera appropriata. Ad esempio, la distinzione che illustri dirigenti politici (da Macron a Renzi) fanno tra rifugiati politici e migranti economici è a dir poco risibile. Chi fugge dalle guerre guerreggiate offre ai flussi migratori un contributo minoritario e, si spera, anche temporaneo. Al contrario di chi fugge dalla guerra irrisolta e irrisolvibile per la sopravvivenza. Gli italiani che migravano alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento imbarcandosi sui “bastimenti” lo facevano perché perseguitati semplicemente dall’indigenza, nonostante lo stato liberale (che comunque prendeva a schioppettate chi reclamava il pane in piazza) tentasse di innalzare qualche argine per non veder fuggire tanta manodopera a buon mercato. Questo significa che con le migrazioni (che cresceranno di pari passo ai mutamenti climatici) dovremo comunque fare i conti. Semmai con un governo globale perché alla chiusura di una rotta corrisponderà sempre l’apertura di un’altra. E se poi per chiuderla dobbiamo anche pagare un pedaggio come in autostrada, allora non possiamo meravigliarci se una volta pagato il conto alla Turchia, altri si mettono (o potrebbero mettersi) in fila (la Libia, le diverse milizie, l’Egitto stesso semmai rivendicando altro tipo di riconoscimenti, e poi, a seguire, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco).

In tanti vanno in televisione per spiegare che con loro al governo le cose cambieranno sul versante delle migrazioni: da Trump a personaggi meno altisonanti come i nostri Di Maio, Meloni, Salvini, Gasparri. Per quanto riguarda Di Maio, prima di esaltare preventivamente le sorti magnifiche e progressive del suo ipotetico esecutivo, dovrebbe spiegarci come mai a Roma la “sua” giunta abbia fornito una così povera dimostrazione di efficenza e capacità a meno che non si voglia realmente credere alle oniriche comunicazioni social di una assessora locale (tal Montanari) che fulminata da un Raggi(o) di eccesso di zelo ha pubblicato le foto di alcune strade romane miracolosamente pulite. Ovviamente, la realtà è diversa: Roma è sporca e lo è molto di più da alcuni giorni a questa parte, precisamente dal temporale che liberandoci dall’afa ha intasato strade e tombini con gli aghi di pino che in questi mesi nessuno ha rimosso.

Per quanto riguarda Salvini, ci sarebbe da sottolineare un dato. Quando ministro dell’Interno era Roberto Maroni, collega di partito, venne raggiunto il primato del ventennio sul fronte degli sbarchi: oltre 64 mila nel 2011 (era l’epoca della retorica dei respingimenti). A Meloni e Gasparri, poi, colleghi in un partito in quel momento al governo, val la pena ricordare che quando Berlusconi si insediò nel 2001 a Palazzo Chigi gli stranieri residenti erano poco più di un milione e quando andò via erano oltre due milioni e mezzo (nonostante la Bossi-Fini); quando ritornò nel 2008 erano tre milioni e quando andò via nel 2011 quasi quattro e non si era ancora scatenata la guerra per bande in Libia e in Siria né era esplosa la crisi mondiale dei migranti. Un po’ di misura (e di memoria) ci vorrebbe.

Lo ius soli con il governo dei flussi migratori non ha assolutamente nulla a che spartire. Semmai riguarda un altro aspetto della questione, un aspetto con il quale noi non abbiamo mai fatto i conti al contrario di paesi come la Gran Bretagna, la Francia o il Belgio che evidentemente li hanno fatti male. Non li abbiamo fatti perché non abbiamo alle spalle un passato coloniale o meglio ne abbiamo uno limitato, piuttosto cialtronesco ancorché in alcuni momenti decisamente sanguinario (ne sa qualcosa proprio la Libia della “conquista” fascista). Dunque, non abbiamo avuto pezzi di popolazioni delle ex colonie che sono venuti a cercare fortuna dalle nostre parti.

Poiché le porte non si possono chiudere né ci si può esaltare nella “difesa di una razza” (come ha fatto un gruppo fascista rielaborando un vecchio manifesto del ventennio) che pura non è mai stata, allora dobbiamo pensare a integrare e a farlo semmai meglio di quanto non lo abbiano fatto nei paesi prima citati con conseguenze evidenti e purtroppo drammatiche. Pensare di risolvere come fece Nicolas Sarkozy dodici anni fa la rivolta delle Banlieue con l’appello a estirpare “la feccia” non ha portato da nessuna parte. Anzi, da una parte ha portato: alle predicazioni sempre più estremiste all’interno delle moschee nel frattempo monopolizzate dai Fratelli Musulmani, alla radicalizzazione via internet degli emarginati economici e sociali. Il passo dall’insoddisfazione al risentimento è breve; e quello dal risentimento all’odio semmai arricchito con motivazioni strumentalmente religiose, ancora più breve. Lo ius soli serve esattamente a questo: a integrare, a coinvolgere chi è già cittadino in questo Paese, facendolo sentire pienamente tale, aiutandolo a identificarsi con le nostre leggi e con la principale delle nostre leggi, la Costituzione e il suo articolo 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”). E chi per speculazioni elettorali sceglie la strada della sovrapposizione dei piani, potrebbe domani essere chiamato a rispondere di una gravissima responsabilità.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. Io credo che in questo, come in altri campi, dobbiamo accettare i punti di vista diversi dai nostri – lasciando perdere le “strumentalizzazioni”, che possono anche esservi, ma da parte di chicchessia – perché in caso contrario ci troveremmo a ragionare come quei “politicamente corretti” che ritengono di avere la verità in tasca, quali unici depositari della stessa, tanto da non ammetterne altre (ossia una logica da pensiero unico che mi sembra non addirsi molto a chi si reputa di mentalità autenticamente laica e riformista).

    Anche le parole conclusive mi paiono francamente un po’ forti, laddove si legge “potrebbe domani essere chiamato a rispondere di una gravissima responsabilità”, posto che ogni decisione politica lascia sempre margini di errori, spesso valutabili soltanto a posteriori, e talora anche in maniera un po’ soggettiva, specie quando sono i “vincitori” a giudicare l’operato e le responsabilità dei “vinti”, salvo il rendersi poi conto, col tempo, che aveva ragione chi era dato in errore e in torto (e gli esempi in tal senso non mancano di certo).

    Paolo B. 06.09.2017

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