mercoledì, 20 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Antonio Salvatore Sassu:
Quando la realtà supera la fantasia
Pubblicato il 06-09-2017


Quando la realtà supera la fantasia e la caccia al colpevole fa impallidire un film di Tarantino o un giallo di Agatha Christie. Libri dove l’investigatore usa le sue celluline grigie per risolvere ingarbugliati omicidi letterari. Peccato che qui siamo nella vita reale, in Sardegna precisamente, dove gli omicidi, sempre ingarbugliati come nei romanzi, sono veri, così come sono veri i due ragazzi attualmente sotto processo (e in custodia cautelare in carcere) perché accusati da due procure diverse (Sassari e Nuoro) di essere l’esecutore materiale (al singolare, avete capito bene) di due omicidi accaduti due anni fa: uno studente ucciso a fucilate e un ragazzo sequestrato di cui non è stato ancora ritrovato il cadavere. Uno dovrebbe essere l’assassino e l’altro il complice ma i ruoli, in questo caso, secondo gli inquirenti, sono intercambiabili. Infatti, entrambi sono stati rinviati a giudizio con lo stesso capo di imputazione: duplice omicidio, sequestro di persona e distruzione di cadavere, ovviamente uno in concorso con l’altro.

Tutto è iniziato l’8 maggio 2015 a Orune (comune in provincia di Nuoro), quando Gianluca Monni, studente di 19 anni, mentre aspetta il pullman per andare a scuola, viene assassinato con tre colpi di fucile sparati dall’interno di una Opel Corsa, che poi si è dileguata.

Quasi un anno dopo, il 24 maggio 2016 i carabinieri di Nuoro arrestano due cugini Paolo Enrico Pinna (19 anni di Nule, minorenne all’epoca dei fatti) e Alberto Cubeddu (21 anni di Ozieri). L’impianto accusatorio si basa quasi tutto su ipotesi, su ricostruzioni fatte a tavolino perché, che si sappia, nessuno si è presentato a testimoniare che ha riconosciuto lo sparatore. I due cugini, appunto, sono accusati di duplice omicidio, sequestro di persona e distruzione di cadavere in concorso tra loro. Ricordiamo che il concorso in un reato vuol dire avervi partecipato ma con un ruolo minore, praticamente uno avrebbe aiutato l’altro a compiere gli omicidi. Ma chi dei due? E proprio su questo punto che il mistero si infittisce.

La lista dei capi di imputazione si è allungata perché nel corso delle indagini i carabinieri hanno collegato l’omicidio di Gianluca Monni alla scomparsa di Stefano Masala, 30 anni di Nule, avvenuta la sera prima. Secondo i carabinieri, quindi, Masala sarebbe stato ucciso, e il suo cadavere fatto sparire, (e ancora non è stato ritrovato) per rubargli l’auto che sarebbe stata usata appunto per l’agguato di Orune. La Opel sarà ritrovata bruciata nelle campagne di Pattada, in provincia di Sassari, qualche giorno dopo. Gli assassini, sempre secondo gli inquirenti, avrebbero anche cercato di accusarlo del delitto, così da fabbricarsi un alibi falso.

Non siamo in un romanzo, appunto, ma sempre nel mondo reale e stiamo parlando di due ragazzi veri, originari di due paesi in provincia di Sassari, che in questa storia sono stati coinvolti, accusati e processati. Uno è stato anche condannato in primo grado a vent’anni di reclusione, ed entrambi si trovano rinchiusi in carcere per esigenze di custodia cautelare che ancora persisterebbero. Ma la storia che li vede protagonisti è più contorta di un cavatappi. Sembra quasi di trovarsi di fronte a una sorta di corto circuito investigativo, quasi che il coordinamento tra chi ha svolto le indagini e chi ne ha tratto le conclusioni avesse avuto bisogno di qualche messa a punto. Questo perché quando si è trattato di chiudere le indagini e di decidere con quali capi di accusa rinviare a giudizio i due ragazzi, la procura del tribunale dei minori di Sassari e il pm del tribunale di Nuoro hanno preso strade diverse mettendo in piedi due processi con, in pratica, lo stesso capo di imputazione, almeno per i fatti più gravi. Ma a sparare a Gianluca Monni, lo ricordiamo, è stata una sola persona.

Quindi Paolo Pinna è già stato processato (e condannato) dal tribunale dei minori di Sassari, in quanto minorenne all’epoca dei fatti, mentre Alberto Cubeddu viene attualmente processato in corte d’assise a Nuoro. E qui nascono le prime distonie perché se il tribunale dei minori di Sassari processa Paolo Pinna come esecutore materiale dei delitti in concorso con Alberto Cubeddu, il tribunale di Nuoro dovrebbe processare Cubeddu come mero concorrente. Invece non è così, e anche Alberto Cubeddu viene rinviato a giudizio con l’accusa di essere lui l’esecutore materiale dei delitti, ovviamente in concorso con Paolo Pinna.

Entrando nello specifico, per Maria Stefania Palmas, gip del tribunale dei minori di Sassari, il colpevole è senza ombra di dubbio Paolo Enrico Pinna. Lo scrive chiaramente nell’ordinanza di custodia cautelare con granitica certezza: “Le modalità dell’omicidio di Gianluca Monni evidenziano l’indole aggressiva di Paolo Pinna che, nonostante la giovanissima età, con ferma e feroce determinazione, ha esploso ben tre fucilate caricate con munizioni spezzate, continuando a sparare anche quando la vittima era già riversa a terra. (…) Le esigenze cautelari sono assolutamente giustificabili per la personalità irosa e vendicativa di Pinna e del suo complice”, cioè Alberto Cubeddu. Quindi secondo questa ricostruzione sarebbe stato Paolo Pinna a sparare le tre fucilate mortali, un ragazzo così evidentemente colpevole – almeno per l’accusa – da meritare una lunga carcerazione preventiva, che ancora persiste, mentre Alberto Cubeddu era al volante della Opel pronto a una fuga immediata.

Completamente opposta l’opinione del pm di Nuoro, Andrea Vacca, che ha puntato tutte le sue armi su Cubeddu, accusandolo con altrettanta incrollabile certezza di essere lui l’esecutore materiale degli omicidi. “Alberto Cubeddu – scrive, infatti – cagionava la morte di Gianluca Monni esplodendo verso di lui, con un fucile rimasto sconosciuto ma certamente calibro 12, tre fucilate. Colpi sparati direttamente dalla Opel Corsa, mentre Paolo Pinna attendeva con il motore acceso pronto a ripartire di corsa verso Ozieri”.

Due tesi accusatorie opposte e due processi, a Sassari e a Nuoro, che ne rispecchiano l’impianto.

Paolo Pinna, intanto, è già stato processato e condannato in primo grado dal tribunale dei minori di Sassari (perché era minorenne all’epoca dei fatti). E’ stato ritenuto colpevole di duplice omicidio, sequestro di persona, distruzione di cadavere (in concorso con il cugino Alberto Cubeddu), più porto e detenzione di arma da fuoco, e anche di maltrattamenti in famiglia. Difeso dagli avvocati Angelo Merlini e Agostinangelo Marras, il 5 aprile scorso il giudice Antonio Minisola lo ha condannato a venti anni di reclusione, il massimo della pena previsto col rito abbreviato. L’appello inizierà il prossimo 12 ottobre, sempre a Sassari. La condanna non è definitiva e il ragazzo viene tenuto in carcere, lo ricordiamo, per mere esigenze cautelari. Quindi, secondo i magistrati, esiste un grave pericolo di fuga, la possibilità di inquinare le prove o di intimidire i testimoni. Anche se la parte dell’inchiesta che lo riguarda dovrebbe essere già chiusa, visto che il pm ha chiesto il giudizio immediato, quindi le prove raccolte bastavano a stabilirne la colpevolezza. Il processo, alla fine, si è svolto con il rito abbreviato.

Mentre il processo ad Alberto Cubeddu, difeso dagli avvocati Mattia Doneddu e Patrizio Rovelli, anche lui accusato di duplice omicidio, sequestro di persona e distruzione di cadavere (ovviamente in concorso con il cugino Paolo Pinna), è iniziato in corte d’assise a Nuoro il 3 luglio scorso con il rito ordinario.

Ma chi ha ragione? Come possiamo trovarci di fronte a due persone accusate (ed entrambe in carcere per esigenze cautelari) di essere gli autori di due omicidi che le indagini, gli atti e gli impianti processuali affermano essere stati commessi da una sola persona? Viene veramente da chiedersi fine ha fatto non la certezza della pena ma quella del capo d’accusa, probabilmente è andata a caccia di farfalle. E come se non bastasse c’è un convitato di pietra, una informativa dei carabinieri di Nuoro, di cui entriamo nel dettaglio più avanti, informativa che, se ammessa agli atti dal Tribunale di Nuoro, potrebbe cambiare l’intero quadro processuale.

Se è vero che il nostro ordinamento giudiziario può tollerare un colpevole libero, ma non può tollerare un innocente in galera, quale nuova frontiera potrebbero aprire questi processi? E’ corretto parlare di cortocircuito tra investigatori e procure? Si sono parlati o hanno agito ognuno per proprio conto giocando a dadi con la vita degli altri? Possiamo parlare di investigazioni ambigue? Oppure di amnesie investigative che manco al processo di Perugia? (leggi sentenza Cassazione penale 2015-36080). L’ardua sentenza non spetta ai posteri visto che è in gioco la vita di due ragazzi che, come ha ricordato anche il primo presidente della Cassazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, sono innocenti sino a prova contraria e, soprattutto, sino al giudicato in Cassazione. Per non parlare dell’uso, a volte disinvolto, della custodia cautelare in carcere, di cui abbiamo già scritto.

Questo è un sunto della ricostruzione dei fatti che potrebbero avere causato i due omicidi, sunto tratto dalle indagini dei carabinieri, non solo di Nuoro ma anche di altre località, che hanno indagato per diversi mesi per ricostruire la vicenda. Probabilmente ognuno ha indagato per conto suo ed è arrivato a conclusioni diverse. Comunque, all’origine dell’assassinio di Gianluca Monni, ci sarebbe una lite sfociata in una sala da ballo di Orune, la notte tra il 13 e il 14 dicembre 2014, durante la manifestazione “Cortes Apertas”. Paolo Pinna (16 anni all’epoca) avrebbe importunato la ragazza di Gianluca Monni, scatenando una zuffa con un gruppo di orunesi. Nel corso della lite Pinna avrebbe cercato di usare una pistola per intimorire gli “avversari”, pistola che sembra gli sia stata sottratta e che non sarà mai più ritrovata. Dopo, sarebbe stato massacrato di botte e lasciato mezzo svenuto per terra. Sembra anche che prima che riesca ad alzarsi, il gruppo degli orunesi abbia concluso il pestaggio facendogli signorilmente la pipì addosso. Qualche tempo dopo, un poeta dialettale orunese pubblica su Wathsapp pochi versi che riaccendono l’odio di Paolo Pinna. Il ragazzo si sarebbe sentito ulteriormente preso in giro e avrebbe deciso di vendicarsi uccidendo Gianluca Monni, con l’aiuto del cugino Alberto Cubeddu. Stefano Masala, invece, sarebbe stato ucciso per rubargli l’auto servita per l’agguato. Il condizionale è d’obbligo perché queste sono le ipotesi dei carabinieri, che a quanto par di capire, almeno inizialmente, hanno accusato Paolo Pinna di essere l’esecutore materiale del delitto e Alberto Cubeddu di complicità, recependo voci che circolavano sin dal momento del delitto, anche se nessuno è andato a dichiarare o testimoniare che ha visto lo sparatore premere il grilletto. Poi altre strade si sono aperte, altri hanno indagato, i ruoli si sono invertiti e forse dalla conclusione del processo in corso a Nuoro salteranno fuori ancora altre verità, al momento sconosciute.

Secondo la difesa di Paolo Pinna, Stefano Masala potrebbe avere partecipato all’omicidio di Gianluca Monni l’8 maggio e dunque non sarebbe stato ucciso dal ragazzo la sera precedente. Altra anomalia: il suo cadavere non è stato ancora ritrovato, quindi ci sono solo sospetti ma nessun elemento che provi che sia stato effettivamente ammazzato. L’avvocato Agostinangelo Marras ha impostato la sua arringa difensiva sostenendo che Stefano Masala fosse ancora vivo l’8 maggio 2015, contrariamente alle affermazioni dell’accusa, e che potrebbe avere partecipato all’omicidio di Gianluca Monni. “E’ scritto in una informativa dei carabinieri – ha detto nel corso della sua arringa –. Informativa che riporta le dichiarazioni di Marco Masala che avrebbe riconosciuto il figlio Stefano dentro la macchina inquadrata dalle telecamere di Orune pochi istanti prima dell’omicidio”.

Sull’argomento è intervenuto, al termine del processo, anche Roberto Pinna, padre di Paolo, citando una informativa del capitano dei carabinieri di Nuoro, Luigi Mereu, secondo cui Stefano Masala era a Orune il giorno dell’omicidio. Non ci sarebbero solo le riprese delle telecamere e il riconoscimento del padre, ma lo proverebbero anche le ricerche dei cani molecolari. Questi fatti, se portati in discussione al processo in corso a Nuoro e appurati, potrebbero cambiare completamente l’impianto accusatorio nei confronti dei due cugini.

Nel frattempo Paolo Pinna, l’8 agosto scorso è evaso dal carcere minorile di Quartucciu, dove si trovava in custodia cautelare. La condanna, eventualmente, la sconterà dopo il giudizio finale della Cassazione, che potrebbe richiedere anche un nuovo processo. La notizia non poteva passare inosservata ma è stata trattata dalla quasi totalità della stampa tradizionale e del web con un linguaggio da gogna mediatica, soprattutto nei titoli. La presunzione di innocenza sino al giudicato in Cassazione non è un optional ma una regola di civiltà e una norma della Costituzione, ma sembra che ogni tanto venga dimenticata o sospesa a seconda dello status sociale dell’imputato o del giochiamo a massacrare chi ha poche possibilità di difendersi o di protestare. Titoli della serie “dagli all’assassino” si sono sprecati, sia sulla carta stampata sia nel web. Ci si sente veramente importanti, e si è convinti di svolgere correttamente il ruolo di giornalisti, a processare e condannare in anticipo gli altri, facendo resuscitare quegli antichi personaggi che ricoprivano il ruolo di giudice, giuria, accusa (diritto alla difesa non pervenuto) e infine indossavano il cappuccio del boia per dare il colpo mortale alla vittima predestinata, tanto era sempre colpevole?

Ma è successo anche di peggio. Lo abbiamo visto spesso in televisione: anche ai super latitanti, ai condannati in Cassazione per svariati omicidi, ai pluripregiudicati, a tutti in pratica, quando escono dalla caserma per salire nell’auto delle forze dell’ordine, viene concesso di coprirsi il volto e di nascondere le manette. A Paolo Pinna, barba e capelli lunghi perché nel carcere minorile di Quartucciu non era riuscito a recuperare il barbiere, non è stato concesso perché è stato fatto usciare dalla caserma dei carabinieri di Quartu con i polsi ammanettati dietro la schiena e così è stato fatto salire nell’auto che lo ha condotto nel carcere di Uta, perché a Quartucciu ha vissuto una situazione di estremo disagio tanto da pensare di togliersi la vita. Ovviamente non è mancata la ripresa delle manette in bella vista, cosa vietata dal nostro codice deontologico da una ventina d’anni. Nessuno dei tanti garantisti in servizio permanente effettivo ha protestato (forse erano tutti in ferie?). Se non si difendere il diritto di un ragazzo, che si sentiva a disagio per la barba e i capelli lunghi e disordinati, a coprirsi il volto. Se si passa sotto silenzio la ripresa delle manette e il fatto che sia stato esibito come un animale da circo, per un certo tipo di garantisti probabilmente è giunta l’ora di andare in pensione.

Antonio Salvatore Sassu

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