giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Roberto Bianchi: Ricordiamo Moroni a 25 anni dalla scelta di morire
Pubblicato il 02-09-2017


Proprio come oggi, Il 2 settembre di 25 anni fa , più o meno a quest’ora, nel 1992, Sergio Moroni, parlamentare socialista, si toglieva la vita con un colpo di fucile nella cantina della sua abitazione a Brescia.

Era stato raggiunto da due avvisi di garanzia. Inutile dire, perché tutti lo ricordiamo, che nel perverso meccanismo costruito dai media, quei passaggi previsti dalla legge, di per sé, costituivano già, per un’opinione pubblica sapientemente manipolata, una sentenza di colpevolezza.

Sergio Moroni me lo ricordo molto bene. Lo ricordo con la stima che si prova di fronte ad un dirigente capace e coraggioso e, insieme, con l’affetto che solitamente si riserva ad un fratello maggiore. Ricordo la sua determinazione e il suo coraggio. La sua intelligenza. La sua capacità di visione. La lucidità che ne guidava ogni scelta. L’orgoglio di essere dalla parte giusta. La capacità di gestire con coerenza la complessità della politica anche nella sua declinazione di ogni giorno.

Prima d’essere raggiunto dagli avvisi di garanzia, saremo stati a maggio del 1992, Sergio Moroni, riconfermato alla Camera dei Deputati nelle elezioni del 5 aprile,un giorno si lasciò andare ad uno sfogo e tristemente mi disse, riferendosi al clima che si era creato nel Paese: “Guardala tutta questa indignazione ipocrita e di maniera. Guardala bene. E’ tutta televisiva, sollecitata dai giornali. L’hanno ritrovata recentemente l’indignazione,quelli che adesso gridano di più, e la ostentano, se ne adornano, si inorgogliscono a sventolarla come un diploma, indispensabile per dividere il bene dal male, i buoni dai cattivi, gli onesti dai disonesti. Si sono tutti improvvisamente convertiti, perché solo ora hanno capito, loro, gli indignati, dove sta il male che prima non hanno mai visto. Prima, quando a gran voce chiedevano che i loro piccoli privilegi fossero garantiti, le loro richieste soddisfatte, le esigenze da poveracci, da canottiera e ciabatte di plastica, riconosciute, i desideri esauditi, la loro indignazione riuscivano a tenerla ben nascosta. Prima”.

Ce l’aveva con quelli che stavano scappando, che voltavano le spalle, che avevano mangiato per decenni nei piatti di plastica della furbizia, della raccomandazione, del piccolo favore, dell’aiutino, del piacerino, della spintarella. Con coloro che ora, forse per salvarsi, erano fra i più zelanti sostenitori della “rivoluzione” , che paroloni fuori luogo, di Mani Pulite.

Ma Sergio Moroni era un uomo lucido, e subito aggiunse :”Non è un fuoco purificatore, questo,né una rivoluzione spontanea, ma è l’incendio provocato da un sapiente regista che deve sbarazzarsi di noi, noi che siamo testimoni di un passato non sempre cristallino e ostacolo per un futuro inquietante e meno libero. E allora noi, che rimaniamo qui con il nostro cerino in mano, in attesa di essere liquidati, non siamo i più coglioni, ma solo i più sfortunati, quelli prescelti per la decimazione.

Ed era uno determinato, Sergio.

La sua vita , fin dall’età di 16 anni, era stata consacrata all’impegno. Non poteva certo assistere indifferente, dopo trent’anni di lavoro tenace, al tramonto della politica. Né all’abdicazione delle idee. Né al tradimento degli ideali. Come Craxi, per il quale “la libertà equivale alla vita”, così per Sergio Moroni che non era interessato a vivere per lunghi anni in una condizione di onta e vergogna imposte da indagini distorte che, nella maggioranza dei casi, come poi si è visto, si sono concluse con il proscioglimento degli imputati. Per questo decise di andarsene, rivendicando il diritto di non farlo in silenzio e affidando un significato politico anche a quella sua estrema e drammatica scelta.

La sua ultima lettera a Giorgio Napolitano, all’epoca presidente della Camera, la conoscono tutti. Costituisce il testamento politico di un uomo lucido e consapevole. Essa è un atto di accusa contro una giustizia parziale, una strenua difesa del rispetto delle regole, dei diritti e delle garanzie, ma soprattutto della Verità. E’ una previsione cupa e realistica dei tempi che sarebbero seguiti , i cui frutti compromessi sono sotto gli occhi di tutti, e che appaiono particolarmente velenosi soprattutto agli occhi di coloro che i tempi in cui la democrazia non era stata ancora sostituita dalla demagogia e i partiti politici godevano della propria radice popolare e non di farneticazioni populiste, li ricordano bene perché li hanno vissuti.

A noi che abbiamo conosciuto Sergio Moroni non resta che mantenerne vivo il ricordo, difenderne l’onore, riaffermarne la dignità.

A noi che siamo i suoi compagni, non resta che preservare l’eredità morale di un uomo che ha saputo sacrificare la vita per difendere le proprie idee .

A quelli come me, che hanno condiviso la sua storia e gli son sopravvissuti, non resta che continuare a portare avanti i suoi ideali e impedire l’oblìo colpevole e disinteressato.

Ciao Sergio, i socialisti proprio nel loro essere, ogni giorno, compiutamente socialisti, non ti dimenticheranno.

Roberto Bianchi Scrittore – Responsabile Cultura e Comunicazione della Federazione di Brescia del Partito Socialista Italiano

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