mercoledì, 20 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sedici anni dopo: la lezione dell’11 settembre
Pubblicato il 11-09-2017


11 settembreL’11 settembre 2001, 16 anni fa, l’attentato “spartiacque” alle Torri gemelle di New York segnava veramente, per tanti aspetti, l’inizio d’ una nuova era nella storia del mondo. I terroristi di Al Qaeda, quel giorno, dirottano 4 aerei: due si schiantano contro le Torri gemelle a New York, causandone il collasso, il terzo colpisce il Pentagono, e il quarto ha per obbiettivo il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington, ma si schianta in un campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dopo che le persone a bordo han tentato invano di riprendere il controllo del volo. Le vittime, in tutto, furono 2.974.

Sedici anni dopo, se è ormai dimostrata l’organizzazione dell’attentato da parte di Al-Qaeda, allora diretta da Osama Bin Laden, permangono molte zone d’ombra e ambiguità nella ricostruzione dettagliata dei fatti. Vedi anzitutto le polemiche sulla presunta sottovalutazione, da parte della Casa Bianca, delle segnalazioni dei servizi segreti, nelle settimane precedenti l’attacco, su una possibile azione clamorosa dei terroristi, sul territorio americano. E’, tra l’altro, la tesi del regista Michael Moore nel docufilm “Fahreneit/9/11”: che avvalora l’ipotesi dell’ 11 settembre come “nuova Pearl Harbour”, lasciata verificarsi dalla Casa Bianca come pretesto per scatenare un’offensiva globale, ufficialmente contro il terrorismo islamico, in realtà come vero e proprio “assalto al potere mondiale” (ecco allora, dal 2001 in poi, il progressivo interventismo americano per acquisire il controllo dell’ area asiatica geopoliticamente più importante, dall’Afghanistan all’Iraq, e alla stessa Siria di Assad: linea, questa, poi solo parzialmente corretta da Obama e dallo stesso Trump). Ma più che “scontro di civiltà”, per riprendere la pomposa definizione del politologo Samuel Huntington (da lui stesso corretta pochi anni fa, prima di morire), l’11 settembre ha significato, in realtà, la prosecuzione dello scontro, in atto già dal XX secolo, per il controllo delle principali risorse e vie commerciali del pianeta. In un contesto profondamente mutato rispetto ai decenni della “Guerra fredda” e delle “guerre per procura” USA-URSS ( anche se ora, per certi aspetti, il panorama internazionale torna, in parte, ad essere dominato dalla rivalità russo-americana).

E con l’alibi, puramente “sovrastrutturale” ( in senso proprio marxista), dello scontro tra culture e religioni ( che pure c’è, ma non va sopravvalutato). Tra i risultati, il rafforzarsi – non solo negli USA – delle lobbies militari e industriali, e il triplicarsi(!), in questi 16 anni, del commercio internazionale delle armi.

Ma l’11 settembre ha avuto anche altre conseguenze sull’organizzazione degli Stati e la vita quotidiana della gente. Anzitutto, la tendenza – manifestatasi in molti Paesi, dagli USA col discusso “Patriot Act” dell’ottobre 2001 al Regno Unito, con le leggi speciali del gennaio 2001, addirittura precedenti l’11 settembre; dall’Australia a Russia e Cina – a uno sviluppo delle norme antiterrorismo spesso a scapito dei fondamentali diritti costituzionali dei cittadini. Poi, lo sviluppo esponenziale del terrorismo islamista (strumentalizzazione politica dell’Islam che offende milioni di veri musulmani), giunto sino ai macabri fasti del Daesh e dell’ ISIS.
E’ triste constatare che, ancora una volta, il mondo – l’Occidente, soprattutto – non ha imparato nulla. Anzitutto, se i massmedia, anziché enfatizzare quasi morbosamente le imprese dei terroristi (finendo, così, col contribuire involontariamente ai noti effetti di “imitazione-emulazione”, cresciuti negli ultimi 5 anni) si fossero soffermati piu’ attentamente sugli sforzi che la società civile, in questo quindicennio, ha comunque fatto per rafforzare invece la solidarietà tra gli uomini, e le speranze d’ una società piu’ giusta, non si può escludere che la piaga del terrorismo e della violenza non sarebbe cresciuta in questo modo. Dopo l’11 settembre, Giovanni Paolo II, proseguendo nello “spirito di Assisi” (dove, nel 1986, aveva organizzato un grande incontro mondiale tra le religioni per il dialogo), convocò di nuovo gli esponenti delle principali religioni mondiali nella città di S. Francesco, per dire chiaramente non al terrorismo e alle strumentalizzazioni politiche della fede.Nella stessa linea, è stato il grande incontro interreligioso organizzato nel 2011, decimo anniversario della strage, dalla Comunità di S.Egidio a Monaco di Baviera. Quanto di questo spirito , ci domandiamo, di iniziative come queste (che pure ci sono state, da più parti), è penetrato realmente nella politica e nella società? Tra i pochi frutti positivi dell’11 settembre, diremmo, c’è stata la nascita, in vari Atenei italiani (a partire dalla Normale di Pisa), dei corsi di laurea in “mediazione culturale”: indispensabili, nell’era della globalizzazione e dell’immigrazione di massa (divenuta, quest’ultima, terreno di loschi patteggiamenti fra trafficanti di persone, Stati e alcune delle stesse organizzazioni umanitarie).

E se l’Occidente , dopo l’11 settembre, non avesse sostanzialmente abbandonato a sé stessi i fermenti democratici inizianti a manifestarsi nei Paesi arabi (a partire già dal Libano del 2005, con le grandi manifestazioni popolari di protesta per l’assassinio dell’ex-premier riformista Hariri, e contro la trentennale occupazione del Paese da parte delle truppe siriane), lo sviluppo, anni dopo, delle “Primavere arabe” forse sarebbe potuto essere diverso. Invece, le potenze occidentali han ripetuto, nei confronti dei Paesi arabi percorsi dalle Primavere, lo stesso errore di disinteresse commesso un ventennio prima con l’ URSS e gli altri regimi dell’ Est intenti a realizzare la “perestrojka”. Salvo poi intervenire – non solo gli USA, ma anche Francia e Regno Unito, nella Libia del dopo Gheddafi – solo per tutelare interessi chiaramente imperialistici. Il risultato è il caos geopolitico in tutta la grande area dalla Libia all’ Afghanistan, l’emergere – al posto dei dittatori detronizzati – di gruppi e movimenti spesso ambigui, legati alle forze più integraliste (vedi l’Egitto del 2012-2013, con Morsi), la ritirata sulla difensiva, in molti Paesi, delle forze piu’ laiche e democratiche, le crescenti divisioni tra i Paesi arabi, in passato molto più uniti.

Fabrizio Federici

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