giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sonia Gradilone
Immigrazione, la risorsa
delle piccole comunità
Pubblicato il 13-09-2017


Il complesso non ha soluzioni semplici. Se una bimba prende la malaria la soluzione non è “cacciano gli immigrati untori”, per due ordini di motivi: perché non è vero, e questa è la ragione della ragione; perché non è giusto e questa è la ragione socialista. La risposta facile nasconde la verità e non evita la prossima morte, la risposta facile produce la caccia all’untore che è caccia alle streghe, alla diversità.
Sono arbereshe, sono figlia della comunità albanese che per “restare cristiana” dovette lasciare la Patria per l'”egemonia musulmana”, per il vizio delle religioni di pretendere esclusive e non accettare differenze. Qui, in Italia, in Calabria, abbiamo trovato la nostra Patria e la nostra libertà, mica facile, ma questa è la storia mia e della mia gente. Per questo oggi richiamo due punti di riferimento: la ragione e la scelta politica, la mia è socialista.
Vedete mancano tanto i partiti, manca la loro capacità di discutere e fare sintesi, non si risolve tutto con le istantanee, con i tweet, con la normazione aggiuntiva. Abbiamo fatto leggi aggiuntive e draconiane su ogni problema, ma non abbiamo risolto alcun problema. Siamo davanti ad un fatto epocale: masse di persone si spostano da sud a nord, per fame o per politica non è diverso, è sempre per bisogno e il bisogno della testa non è meno o più bisogno della pancia.
La distinzione tra emigranti per asilo politico o per fame non è sbagliata è offensiva. “Se a me socialista – diceva Pertini – offrissero la massima libertà senza la giustizia sociale diretti di no, perché un uomo libero che non mangia è libero di bestemmiare”.
Noi abbiamo le ragioni delle risposte. Dobbiamo “accogliere”, ma non dobbiamo “illudere”, dobbiamo risposte ma dobbiamo evitare la guerra tra poveri. Chi viene non porta la malaria, che si prende per puntura di insetto non per trasmissione umana, ma non porta neanche il nuovo paradiso. L’accoglienza è una possibilità se governata, è una tragedia se si fa finta di nulla. Willy Brandt, negli anni ’70, parlava della necessità, socialista, di redistribuire la ricchezza, non più e non solo, dentro le nostre nazioni, ma tra il sud e il nord del mondo. Se quella intuizione fosse diventata patrimonio della politica tutta, oggi parleremo di un’altra storia, di un’altra libertà. Oggi parliamo di tragedia, e la tragedia è sempre non pensare alla complessità dei problemi ma alla facilità di risposte. Serve un piano di accoglienza che sia umano, non possiamo tenere migliaia di giovani in “attesa”, dobbiamo dare loro possibilità di contribuire, non sono auto da parcheggiare in aeroporto in attesa del primo volo per fuggire. Per questo dobbiamo bloccare i flussi con una politica estera seria, vera. Craxi aveva una strategia per l’Africa, penso alle nostre azioni nel corno d’Africa (oggi dall’eritrea, dalla Somalia, arrivano migliaia di ragazzi) a Mogadiscio nell’università si insegnava in italiano. Ci presero in giro allora, ma era in campo una idea di sviluppo.
Oggi erigiamo barriere, oggi ignoriamo cosa accade lì, oggi siamo indifferenti e questa indifferenza produce fenomeni enormi, un esodo. Da un lato dobbiamo intervenire dentro le ragioni dei flussi migratori, dall’altro capire che la presenza di questi ragazzi dentro la nostra società produce reazioni e non sempre positive. Oggi la caccia all’untore è sintomo di malessere, ma non avviene ai Parioli, ma a Tor Bella Monaca, perchè così mettiamo in “competizione gli ultimi”. La vita vera non è quella dei talk show, non è quella che racconta La Repubblica, è fatta di uomini veri, di bisogni reali. Vedete mentre parliamo di immigrati e del loro disagio sociale l’ Italia è penultima in Europa per percentuale di laureati (meglio solo della Romania) con il 24,9% mentre registra una percentuale molto più elevata della media Ue di coloro che hanno una bassissima scolarizzazione. Nel 2016 – secondo i dati appena pubblicati da Eurostat – i giovani tra i 25 e i 29 anni che avevano al massimo un’istruzione secondaria di primo grado (il diploma di terza media) erano in Italia il 23,3%, per la prima volta in aumento dopo oltre dieci anni di calo (15,9% in Ue a 28, in calo dal 16% del 2015). Capite bene che questo è fallimento del nostro sistema sociale, della scuola (la media unica è conquista dei socialisti, voglio ricordarlo) ma crea una miscela esplosiva rispetto all’immigrazione che va a “collocare” persone verso posti di lavoro medio bassi. Vedete non è facile parlare dei problemi. Ritengo che c’è bisogno di pensiero, di analisi, di capacità di lettura. Va distribuito il peso di questa ondata di immigrazione, non vanno fatti concentramenti, campi dentro le gradi città, ma azioni di piccoli nuclei dentro le migliaia di comunità italiane che vivono lo spopolamento, vanno pretese allo stesso tempo il rispetto delle norme, ma non a parole ma con azioni percepire: noi arbresh abbiamo mantenuto la nostra cultura, preghiamo in greco, ma abbiamo sentito il bisogno di “dialogare” con il Papa. Chi viene accolto ha diritto al rispetto per rispettare la Patria che da le opportunità.
Sono arbereshe orgogliosa tanto quanto sono profondamente italiana, la mia comunità nel Risorgimento non ha avuto dubbi da che parte stare, è stata italiana, ci si integra se ci si percepisce con rispetto, dato e preteso. Siamo su una bomba sociale, la disinneschiamo con la ragione e con i nostri valori, non facendo finta di niente, l’indifferenza dei quartieri ghetto delle metropoli francesi ha prodotto terrorismo, l’idea che bastava far finta di niente. Quello che sta accadendo non è niente e non finisce bloccando solo gli sbarchi, finisce se ci attrezziamo culturalmente a risposte e non ad un miracolo. Mininiti è stato bravo, ma è un lato del problema e da laici sappiamo che non esistono i miracoli, ma le ragioni.
Sonia Gradilone
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Commenti all'articolo
  1. Uno degli aspetti che sembra suscitare maggiore preoccupazione, stando almeno a quanto si percepisce o capita di ascoltare, è la dimensione del problema, che dà l’idea di trovarci di fronte ad una questione divenuta incontenibile e ingovernabile, e tra le persone comuni, che si sentono impotenti, dal momento che non possono decidere nulla, se non al momento del voto, c’è chi reagisce aggrappandosi ai costumi e valori della propria comunità, laddove si sono in qualche modo conservati, il che dovrebbe esser visto come qualcosa di positivo perché rafforza la nostra identità e può renderci meno incerti e timorosi rispetto alla “diversità”, ma c’è invece il rischio di venir rimproverati per campanilismo, provincialismo, nazionalismo, per non dire di più (il che è francamente abbastanza scoraggiante).

    Paolo B. 17.09.2017

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