martedì, 19 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Tito Oro Nobili. Una vita esemplare animata
dall’ideale socialista
Pubblicato il 14-09-2017


tito oro
Una fedeltà assoluta, un impegno coerente, una dedizione totale alla causa dei lavoratori e del socialismo: questo, in estrema sintesi, fu la vita politica di Tito Oro Nobili.

Nato a Magliano Sabina, piccolo comune allora facente parte della provincia di Perugia, il 23 marzo 1882, egli compì gli studi a Terni, poi, forte di un impiego che gli dava una certa sicurezza economica, frequentò i corsi di Legge  nell’Università di Roma, fino alla laurea conseguita nel 1904.

Appena quindicenne collaborò a “L’Unità operaia”, un foglio socialista discretamente diffuso nel reatino. Fu il primo passo  in un avvicinamento al socialismo, che si concluse nel 1902 con l’adesione ufficiale al Partito socialista. Subito prese posizione tra gli “intransigenti rivoluzionari” e si impegnò in una intensa attività, in sintonia con alcuni giovani, tra i quali era il siciliano  Lucio Schirò, destinato a una lunga milizia nel partito.

Nel 1907 presentò la propria candidatura al Consiglio provinciale, ma non venne eletto. Riuscì invece nel 1914, con una doppia elezione al Consiglio comunale di Terni e al Consiglio provinciale di Perugia.

Proprio allora si addensavano sull’Europa spesse nubi di guerra, foriere di morte e distruzioni. Quando anche l’Italia venne coinvolta nel conflitto ed ebbe inizio la mobilitazione, egli, essendo fortemente miope, evitò il richiamo alle armi. Svolse però una intensa attività  assistendo i civili, che soffrivano per le difficoltà economiche del momento, e in questo quadro mobilitò le organizzazioni dei lavoratori che seppero svolgere una rilevante opera di soccorso in favore degli strati popolari.

Tornato all’attività politica nel 1919, Tito Oro Nobili fu in primo piano nella propaganda e nella organizzazione delle strutture del PSI, e contribuì non poco alla sua crescita. Candidato alla Camera, ebbe un discreto numero di preferenze, che però non gli permisero di entrare alla Camera. Più fortunato fu invece nel 1920, quando venne eletto consigliere comunale e provinciale, fu per breve tempo sindaco di Terni e si fece   apprezzare per la politica fiscale della sua amministrazione, preoccupata di favorire con opportune esenzioni i redditi più bassi. Nel 1921 venne finalmente eletto deputato. Dalla tribuna parlamentare difese allora gli interessi della sua regione e più in particolare quelli degli operai della “Terni”, che costituiva una delle componenti più importanti dell’apparato industriale italiano.

L’inizio della reazione fascista lo vide  attivissimo nella difesa delle realizzazioni e delle conquiste dei lavoratori. All’interno del partito era schierato tra i massimalisti, dei quali divenne uno dei maggiori rappresentanti, giungendo nel 1923, dopo la nascita del PCdI e del PSU per opera rispettivamente  dei comunisti e dei riformisti, ad assumere la segreteria nazionale. Avverso fin dai primi atti alla richiesta di sottomissione alle direttive dell’Internazionale di Mosca, che prevedevano tra l’altro la fusione del PSI col PCdI e dunque la sua fine, guidò il partito su questa linea, ponendosi accanto a Pietro Nenni, Maria Giudice e altri, e salvandolo coi suoi caratteri distintivi.

Nell’aprile del 1924 fu candidato nella circoscrizione  comprendente l’Umbria e l’Abruzzo, e nonostante le terribili violenze fasciste e l’azione  partigiana della polizia venne eletto.

Nel particolare momento politico seguito all’assassinio di Matteotti, che a suo parere aveva trasformato il fascismo in “un’associazione a delinquere”, contribuì all’ Aventino e fece parte del Comitato delle opposizioni. Per la personale visione  dei problemi e dei doveri del momento avrebbe desiderato una opposizione che dal Parlamento si trasferisse nel paese per  coinvolgere e pilotare un movimento di popolo, ma l’Aventino era troppo composito e rimaneva sempre più inerte.

Nel corso del ’25 egli lasciò la segreteria  del PSI, che venne  affidata a Olindo Vernocchi, il quale guidò il partito verso l’uscita dall’alleanza delle opposizioni e la ripresa della libertà di movimento.

Nel novembre del 1926 venne dichiarato decaduto come tutti gli oppositori del regime, inviato al confino di polizia e  radiato per qualche tempo dall’albo degli avvocati. Più tardi venne riammesso all’esercizio della professione, ma subì ancora limitazioni che per diversi anni ne tormentarono la vita.

Nel marzo del ’43, nel corso di un bombardamento aereo gli morì la moglie, ed egli stesso venne ferito. Caduto il fascismo tornò all’attività politica nel PSI, fece parte della Consulta e nel giugno del ‘46 fu tra i Costituenti.

Quale parlamentare si mostrò particolarmente interessato a questioni riguardanti la magistratura, la gestione delle aziende, la libertà dei culti religiosi.

Nell’aprile del 1948 fu tra i senatori di diritto e com’era suo costume si mostrò attivo nei lavori delle commissioni di cui faceva parte, rivelando sempre forte impegno e  competenza.

Il quadro politico interno e internazionale era allora fortemente agitato per il montare dello scontro tra i due grandi blocchi che dividevano il mondo. In Italia la vita politica subiva spinte che la sinistra considerava autoritarie, rivelate tra l’altro dall’uso frequente delle forze di polizia contro i lavoratori che lottavano per i propri diritti, dall’adesione acritica al blocco occidentale, dalle scelte economiche  in  senso moderato. Nel partito  – e nel parlamento di cui fece parte fino al ’51 – egli assunse posizioni critiche sempre più marcate, fin quando nel ’64 aderì al PSIUP. Morì a Roma l’8 febbraio 1967.

Giuseppe Miccichè

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