lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Vincenzo Iacovissi
La terza Camera?
Pubblicato il 13-09-2017


Come un fiume carsico, la stampa odierna ci segnala rispuntare un possibile intervento della Corte costituzionale sulla legge elettorale. In particolare, si evidenzia che sarebbe al lavoro un pool di giuristi per sollevare la questione di legittimità dinanzi al Tribunale di Messina e richiedere così un rinvio degli atti alla Consulta, la quale sarebbe nuovamente chiamata in causa, per la terza volta in tre anni.
Tra i nuovi oggetti del ricorso, spicca l’eterogeneità tra i due meccanismi di voto per le Camere che, come noto, a seguito delle pronunce del 2014 e 2017, disegnano un quadro di notevole differenza tra un Senato eletto su base regionale con soglie di sbarramento per lista (3% dentro la coalizione, 8% fuori) e per coalizione (20%), preferenza unica ed assenza sia di premio di maggioranza che di capilista bloccati, ed una Camera eletta invece su base nazionale in collegi plurinominali con voto di preferenza di genere e capilista bloccati, soglia di sbarramento unica al 3% e premio di maggioranza per la lista (e non la coalizione) che raggiunga il 40% dei voti validi.
In questa cornice, da mesi sia le agenzie demoscopiche che gli osservatori più avveduti segnalano la probabile instabilità del prossimo Parlamento, qualora i due sistemi non venissero armonizzati. E di armonizzazione ha parlato per primo proprio il Capo dello Stato già durante il messaggio di fine anno 2016.
A tutt’oggi, però, nulla si è mosso, salvo il tentativo, subito abortito pochi giorni prima del voto amministrativo di giugno, di una legge interamente proporzionale basata su un mix di collegi uninominali e liste bloccate (Rosatellum ed affini).
L’annunciato nuovo tentativo di modificare la legge elettorale per via giurisdizionale denuncia quindi la volontà di bypassare le lentezze del Parlamento per addivenire ad un sistema tendenzialmente omogeneo. Ma non può essere questa la via maestra in una democrazia occidentale. Se gli interventi precedenti furono sollecitati da questioni giuridiche abbastanza nette (in particolare nel caso del c.d. porcellum), oggi ci troviamo dinanzi a problemi che la politica può e deve risolvere in maniera autonoma, senza attendere un intervento esterno, pena condannarsi ad una subalternità proprio nella materia che è l’architrave del sistema e presenta il maggior tasso di politicità.
Peraltro, anche dalle sentenze della Corte si evince chiaramente la volontà di sollecitare il Parlamento a svolgere il ruolo di Legislatore conferitogli dalla Costituzione, per ripristinare una corretta dinamica politico-istituzionale.
Come socialisti da mesi segnaliamo la necessità di una revisione del sistema di voto, se è vero che già da prima del referendum costituzionale, il PSI si è reso promotore di una riforma basata su collegi uninominali maggioritari in grado di riavvicinare eletti ed elettori e, soprattutto, di favorire una logica competitiva che sembra, al contrario, scomparsa nell’attuale clima. Ad essa abbiamo accompagnato proposte di revisione che, nel salvaguardare l’impianto proporzionale, spostino però il premio di maggioranza dalla lista alla coalizione, proprio per incentivare l’aggregazione e consentire agli elettori di scegliere già dentro le urne una formula di governo, senza attendere la formazione di maggioranze post voto.
Passata l’estate quindi è necessario che maturino presto le condizioni per una riforma elettorale concretamente possibile, se si vuole evitare che la Consulta divenga in maniera stabile l’unica Camera – la terza, appunto – in cui scrivere le regole del gioco della vita politica e istituzionale del Paese.
È un lusso troppo costoso che non possiamo davvero permetterci. Speriamo qualcuno se ne renda finalmente conto.

Vincenzo Iacovissi
Segreteria nazionale PSI
Riforme istituzionali

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