venerdì, 17 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Welfare, Come funziona il reddito di inclusione. Ichino, Bene Governo su lavoro giovanile
Pubblicato il 13-09-2017


Welfare
IL NUOVO REDDITO DI INCLUSIONE (REI)
Da gennaio 2018 spariscono il sostegno all’inclusione attiva (Sia) e l’assegno di disoccupazione (Asdi) per i disoccupati a fine Naspi, sostituiti dal nuovo strumento di sostegno alla povertà Rei: il reddito di inclusione spetterà però soltanto a chi possiede determinati requisiti Isee. Pronti due miliardi l’anno per un’assistenza che si rivolge a circa 660mila famiglie, ovvero 1,8 milioni di persone, a partire dal 2018.
L’ammontare – Il Reddito di Inclusione viene versato su 12 mensilità, per un massimo di 18 mesi.
Il sussidio – che dura fino a 18 mesi, con importo minimo di 190 euro per i single fino a un massimo di 485 euro per i nuclei familiari con almeno cinque componenti – è previsto da un decreto legislativo approvato nel Consiglio dei Ministri del 9 giugno 2017, attuativo di una delega, soggetto a discussione in Parlamento per i necessari pareri per poi essere approvato in versione definitiva.
Requisiti – I beneficiari per rientrare nel Reddito di inclusione devono avere un reddito Isee sotto i 6mila euro e un patrimonio immobiliare inferiore ai 20mila euro: le risorse a disposizione per il reddito di inclusione sono circa “due miliardi di euro l’anno nei prossimi anni”, ha dichiarato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine del Cdm che ha approvato il decreto per la lotta alla povertà: “La misura appena approvata per il contrasto all’indigenza nella prima fase si rivolgerà a 660 mila famiglie, di cui 560mila con figli minori”. La priorità verrà data ai nuclei “con almeno un figlio minorenne o con disabilità anche se maggiorenne, a quelli con una donna in stato di gravidanza o un over50 in disoccupazione”.
Come averlo – Per chiederlo, bisogna presentare domanda, attraverso specifici sportelli comunali che verranno istituiti sul territorio. Sono previste procedure veloci, meno di un mese per incassare la prima mensilità. Lo sportello che raccoglie le istanze ha infatti dieci giorni di tempo per trasmettere la documentazione all’Inps, che ha cinque giorni per il via libera. È possibile poi fare un’istanza di rinnovo, nel caso in cui sussistano ancora i requisiti, ma solo dopo sei mesi dal termine del precedente trattamento. Il Rei verrà corrisposto attraverso un specifica Carta di Pagamento elettronica, una sorta di prepagata sui cui viene accreditata la somma spettante mensilmente.
Chi ne è escluso – Verranno esclusi coloro che nei due anni precedenti la richiesta hanno acquistato auto, moto, barche. La dichiarazione Isee per accedere al Rei sarà, inoltre, precompilata.
Introito mensile – L’aiuto del reddito di inclusione sarà su base mensile, per un periodo tanto maggiore quanto più è numerosa la famiglia. Il totale periodo di sostegno continuativo non potrà comunque superare i 18 mesi e per ottenere un secondo contributo mensile dopo tale lasso di tempo si dovranno attendere altri sei mesi.
Reinserimento lavorativo – Il ReI prevede anche la presa in carico del lavoratore in un programma di politiche attive tramite un “progetto personalizzato” di inserimento / reinserimento lavorativo e inclusione sociale, che dovrà indicare obiettivi generali e risultati specifici nonché i sostegni, in termini di interventi e servizi, di cui il nucleo necessita, oltre al beneficio economico connesso al Rei e, infine, gli impegni a svolgere specifiche attività, a cui il beneficio economico è condizionato, da parte dei componenti il nucleo familiare. Questo progetto viene messo a punto tenendo conto di una serie di valutazioni, relative a situazione lavorativa, profilo di occupabilità, educazione, istruzione e formazione, condizione abitativa, reti familiari, di prossimità e sociali della persona.

Welfare
NASCE LA RETE DELLA PROTEZIONE E DELLA INCLUSIONE SOCIALE
Tutti hanno elogiato, più volte, il metodo che ha portato alla nascita del Reddito di Inclusione. Ora così quel metodo diventa strutturale: nasce la Rete della protezione e dell’inclusione sociale, una struttura permanente di confronto e programmazione delle politiche sociali, nonché di coinvolgimento nelle decisioni programmatiche del terzo settore, delle parti sociali e degli altri stakeholder. La Rete è presieduta dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali e composta da rappresentanti dei diversi livelli di governo, si articola in tavoli regionali e territoriali e ha l’obiettivo di rendere più omogeneo il sistema delle misure di protezione sociale, superando le attuali sperequazioni territoriali. Lo prevede il decreto legislativo approvato il 9 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ora andrà in Parlamento, per l’attuazione della legge 15 marzo 2017, n. 33 (qui e in fondo alla pagina la sintesi del decreto).
Rispetto al Reddito di Inclusione, in particolare, il decreto dettaglia due articolazioni di questa Rete: il Comitato per la lotta alla povertà, per il confronto permanente tra i diversi livelli di governo e l’Osservatorio sulle povertà, che dovrà predisporre un Rapporto biennale sulla povertà, in cui siano formulate analisi e proposte in materia di contrasto alla povertà, di promuovere l’attuazione del Rei, evidenziando eventuali problematiche riscontrate, anche a livello territoriale, e di esprimere il proprio parere sul Rapporto annuale di monitoraggio sull’attuazione del Rei.

Ichino
LAVORO: BENE GOVERNO SUI GIOVANI
Governo promosso in tema di lavoro giovanile, ma se innalzare il taglio del cuneo fiscale per i contratti a tempo indeterminato è una “misura transitoria”, la vera riforma è “il potenziamento dei servizi di orientamento scolastico e professionale”. Parola di Pietro Ichino, professore, giuslavorista, con un passato nel mondo sindacale e ora senatore tra le fila del Partito democratico. “Rispetto alla proposta del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia – ha detto Ichino all’Adnkronos – mi sembra decisamente meglio tarato il progetto del governo: non soltanto per l’equilibrio, che pure è necessario, tra costo e beneficio atteso, ma soprattutto perché la misura che si adotta deve servire essenzialmente a neutralizzare lo svantaggio di cui soffre la nuova generazione nel mercato del lavoro, senza produrre nuovi squilibri”.
Nella finanziaria 2015 era previsto l’azzeramento totale dei contributi per le nuove assunzioni, ma quella misura “aveva funzione di defibrillatore: aveva il compito di rimettere in moto con uno shock positivo un mercato del lavoro infartuato. Era la cosa giusta in quel momento e i risultati si sono visti”. Una misura applicabile a ogni nuova assunzione, indipendentemente dall’età, “ora, invece, occorre correggere uno squilibrio che si è evidenziato e che penalizza un’intera generazione. Se si adottasse uno sgravio totale si creerebbe un altro squilibrio di segno opposto”, ha sottolineato Ichino.
Nel testo su cui il Mef lavora è prevista una norma ‘anti licenziamenti’: l’esclusione dello sgravio quando l’impresa ha fatto licenziamenti negli ultimi sei mesi per evitare il rischio dell’abuso delle assunzioni agevolate per sostituire vecchi lavoratori. “A mio avviso – ha rimarcato Ichino – non ce ne sarebbe bisogno, perché uno sgravio contributivo al 50% genera una riduzione del costo del lavoro intorno al 12,5%: nessun imprenditore licenzia una persona sperimentata da due o tre anni con soddisfazione, solo per poter ridurre il costo del 12,5% per un anno o due. Se non altro perché il costo del licenziamento, anche con il Jobs Act, è nettamente superiore a quel risparmio contabile”.
Il taglio del cuneo fiscale per i contratti a tempo indeterminato “è dunque utile come misura transitoria, ma – ha evidenziato l’esperto – sul piano strutturale occorrono altre misure di sostegno al giovane nel suo primo accesso al mercato del lavoro”. In primis “Il potenziamento dei servizi di orientamento scolastico e professionale, capaci di raggiungere ciascun adolescente, di tracciarne il profilo e indicargli gli strumenti per accedere alle occasioni di lavoro corrispondenti alle sue attitudini e aspirazioni”. Per questo “è indispensabile che di ogni corso di formazione professionale o di istruzione universitaria venga fornito il tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi”.
Non una misura immediata ma “se si incomincia subito, almeno con le Regioni disponibili, a realizzare l’anagrafe dei frequentatori dei centri di formazione, nel giro di due o tre anni, incrociando i dati con quelli delle comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro, sarà possibile individuare il tasso di coerenza per ciascun centro di formazione operante in ciascuna Regione coinvolta. Per la scuola media superiore e per le facoltà universitarie questo si potrebbe già fare oggi”. È una riforma “che non richiede nuove norme legislative, ma soltanto cooperazione tra centro e Regioni, e capacità di implementazione sul piano operativo”, ha concluso Ichino.

Carlo Pareto

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