martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Oggi la giornata mondiale contro la pena di morte
Pubblicato il 10-10-2017


Participants join a "procession" against plans to reimpose death penalty, promote contraceptives and intensify drug war during "Walk for Life" in Luneta park, metro ManilaIl 10 ottobre è la Giornata mondiale contro la pena di morte ed è certo motivo di sconcerto che nel XXI secolo una pratica medievale sia ancora tema di campagne mondiali. Ma per milioni di cittadini di quei Paesi dove le esecuzioni si consumano spesso nell’indifferenza generale è una ragione di concreta paura e preoccupazione. Perché la pena di morte non è solo una punizione ma è anche uno strumento per diffondere la paura, combattere il dissenso.

Prendiamo l’Iran. Il regime ha messo a morte dal 1981 oltre 120mila oppositori, un terzo dei quali donne: 50 di loro erano addirittura in stato di gravidanza. Le esecuzioni come mezzo per esercitare violenza e potere, per soffocare lo scontento di una popolazione che vive in gran parte sotto la soglia di povertà. Neppure sotto Hassan Rouhani le cose sono cambiate: 4mila esecuzioni negli ultimi 4 anni. E nel 2017 siamo già ben oltre quota 300, con almeno 10 donne messe a morte. Proprio la condizione femminile è un termometro sociale e politico di un paese: più soprusi e discriminazioni le donne subiscono, più la politica nazionale assume tratti di autoritarismo. Matrimoni forzati e precoci, violenza domestica, pratiche discriminatorie nei luoghi di lavoro, disparità di trattamento economico.

“La preoccupazione sul peggioramento delle condizioni delle donne nel paese è crescente”, denunciò già qualche anno fa il Rappresentante speciale ONU per i diritti umani per la Repubblica Islamica dell’Iran, Ahmed Shaheed.

Uno dei casi più emblematici è stato quello di Reyhaneh Jabbari, la 19 enne condannata a morte per aver ucciso un ex funzionario del ministero dell’Intelligence iraniano che aveva tentato di stuprarla. Processo viziato, false confessioni, isolamento e maltrattamenti, ma nonostante una campagna internazionale, per Reyhaneh non c’è stato nulla da fare e il 25 ottobre di tre anni fa è stata messa a morte.

La storia di Reyhaneh è una ferita non solo per la giustizia iraniana, ma per la coscienza collettiva internazionale che dimentica le tante e i tanti Reyhaneh che nel mondo continuano ad essere condannati e messi a morte. Come Hoo Yew Wah, nel braccio della morte della Malesia, condannato a morte per traffico di droga: il giovane proviene da un ambiente socio-economico sfavorevole, ha lasciato a 11 anni la scuola per fare il cuoco in un ristorante di strada e all’epoca del reato aveva 20 anni e nessun precedente penale. Per Hoo Yew Wah, Amnesty International ha lanciato un appello internazionale.

Hoo Yew Wah è solo uno dei tanti casi che dimostrano come proprio le persone provenienti da ambienti socio-economici sfavorevoli siano ancor più a rischio, perchè colpite in modo sproporzionato dal sistema giudiziario, inclusa la pena di morte.

In India uno studio condotto dall’Università Nazionale di Legge di Nuova Delhi ha riscontrato che il 74,15% dei condannati a morte (370) appartiene alla popolazione economicamente più vulnerabile. Negli Stati Uniti, secondo Equal Justice Initiative, nel 2007 il 95% delle persone nei bracci della morte aveva un passato di difficoltà economiche. In Arabia Saudita, uno dei maggiori stati-carnefice, i cittadini stranieri – in particolare i lavoratori immigrati provenienti dai paesi poveri di Medio Oriente, Asia e Africa – hanno grandi svantaggi nell’uso del sistema di giustizia penale. Durante i processi, il loro status di immigrati e il fatto che spesso difettano di conoscenza della lingua araba, li pone particolarmente esposti al rischio di essere condannati a morte. In Bielorussia, gli imputati  con risorse finanziarie limitate, hanno difficoltà a conservare il proprio legale nominato dal tribunale perché questi può rifiutarsi di partecipare alle udienze se l’accusato non lo ha pagato durante gli incontri in carcere.

bergquist“La povertà non dovrebbe essere una condanna a morte”, recita un cartello esibito su Twitter da Amy Bergquist, avvocato per i diritti umani.

La Giornata Mondiale per la Pena di Morte sul sito di Amnesty International con l’appello per Hoo Yew Wah

 

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