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Opinioni e commenti
 

A proposito di referendum e di autonomia
Pubblicato il 23-10-2017


Ci sono cose che non capisco nella posizione dei partiti sul tema del regionalismo e anche del federalismo. Cominciamo col dare atto alla Lega di Bossi di aver posto per prima all’insieme delle forze politiche italiane la questione del federalismo, che in verità era stata già concepita durante il Risorgimento da personalità quali Cattaneo e Ferrari, mentre del regionalismo furono alfieri già durante la Costituente e poi a partite dai primi governi di centro-sinistra i socialisti italiani. Le grandi riforme che portano il segno del regionalismo sono quelle istitutive delle regioni, che presero piede grazie alle elezioni del 1970 e con le successive leggi di delega dei poteri. Quelle che portano ad un regionalismo spinto, noi lo volemmo definire “ai confini del federalismo, furono soprattutto le due, la prima del governo dell’Ulivo con la revisione del titolo Quinto della Costituzione, poi approvata dal referendum successivo, e quella del governo di centro-destra, poi bocciata dal referendum conseguente.

Il paradosso, duplice, fu che la Lega, fautrice della seconda legge, aveva definito di “devolution” un provvedimento che invece mitigava l’estrema rigidità regionalista della prima legge, quella del centro-sinistra, e che proprio quest’ultimo, dopo averla approvata, cercò quasi subito di modificarla, per gli effetti paralizzanti di certi suoi effetti, pensiamo alle infrastrutture che diventavano materia concorrente. Fino a proporne un sostanziale capovolgimento attraverso la legge costituzionale bocciata dal referendum del dicembre scorso. Contemporaneamente, forse condizionato dagli scandali esplosi a livello locale, anche l’istituto regionale perdeva progressivamente di prestigio, fino al punto che il segretario della Lega preferiva diventare nazionalista e l’ex governatore della Campania, Stefano Caldoro, ne proponeva addirittura l’abolizione.

Poi, d’improvviso, il risveglio, per iniziativa dei due governatori leghisti di Lombardia e Veneto e dei loro due referendum. Partiamo dalla loro legittimità. In Italia non è previsto il referendum consultivo (lo prevedeva la legge costituzionale recentemente bocciata), ma solo abrogativo (lo pretese la Dc in occasione dell’approvazione della legge sul divorzio del 1970). Quindi gli effetti dei due referendum, legittimi secondo gli statuti di Lombardia, senza vincoli di partecipazione, e Veneto, con partecipazione superiore al 50, sono pari a zero. Oltretutto il succo delle richieste, varie e variopinte, vertevano essenzialmente sulle questioni economiche. E chiedere ai lombardi e ai veneti se si volevano tenere sul territorio più o meno soldi, è richiesta retorica. Chi mai poteva rispondere in modo contrario?

Oggi però gli effetti del doppio referendum prescindono dal loro merito (trasferimento del coordinamento della finanza pubblica e delle materie tributarie, del commercio estero, della protezione civile, del governo del territorio, delle banche a carattere regionale) e diventano tutti politici. Si metterà in moto un braccio di ferro col governo Gentiloni esaltando il voto del lombardo-veneto, pur sapendo che equiparare le due regioni di fatto a quelle a statuto speciale e trattenere i nove decimi delle tasse, come esplicitamente sostiene Zaia) oggi porterebbe al dissesto. Tuttavia il centro-destra e in particolare la Lega (oggi Salvini, da buon nazionalista, propone eguali referendum in tutte le regioni, non comprendendo che in quelle meridionali il sì equivarrebbe alla loro dissoluzione) si faranno politicamente forti di questa consultazione che utilizzeranno in campagna elettorale. Non diversamente dalla Catalogna gli interessi economici territoriali valgono di più della coesione e identità nazionale. Fino a che, come in Catalogna, non si dimostrasse che ci possono essere anche controindicazioni.

Che il Nord che produce possa trattenersi di più lo ritengo legittimo e anche equo. Che l’Italia sia una e che esistano regioni tradizionalmente povere e anche storicamente trascurate non possiamo però dimenticarlo. Per questo l’equilibrio dovrebbe essere cercato con questi obiettivi: lasciare più risorse al nord vincolandole agli investimenti, fissare e rispettare i costi standard in tutte le regioni, superare visioni distorte di assistenzialismo al sud che portano solo ad aumentare la spesa corrente. Si tratta di tre giusti principi. Ma le regioni, anche quelle virtuose, sono disponibili a percorrere questo cammino? Ho l’impressione che tutto si deciderà nella prossima legislatura e che la stessa Lega, se dovesse tornare al governo, avrà non pochi problemi, com’é già avvenuto in passato, a conciliare gli interessi del Nord con quelli nazionali, passando attraverso una profonda revisione delle spese per tutte le regioni. Ma che importa? Le elezioni premieranno nel lombardo-veneto chi vuole dare più soldi al popolo. Che glieli dia, é problema del poi…

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Commenti all'articolo
  1. Facciamola semplice: non ha senso una nuova regione a statuto speciale; ce ne sono già assai.
    Se poi il prossimo anno vince la Lega, vediamo se avrà con sé un seguito per fare quello che chiede oggi Zaia.
    Un referendum bislacco è già stato bocciato l’anno passato, un altro lo bocceranno gli italiani l’anno venturo, se del caso.

  2. Riguardo alla iniziativa referendaria e alle sue risultanze si possono avere pareri diversificati e pure distanti tra loro, come anche per il “regionalismo”, in ordine al quale c’è chi vorrebbe un ulteriore rafforzamento delle autonomie mentre altri ragionano in maniera opposta, nel senso che manifestano gradimento e nostalgia per una centralizzazione dei “poteri” , che fornisca regole uguali ed omogenee sull’intero territorio nazionale, e in questo “arcipelago” di posizioni mi ritaglio anch’io una lettura dei due referendum, abbastanza semplice e se vogliamo banale, ma che non mi pare del tutto fuori luogo, e che mi sembra altresì agganciarsi ad una questione più generale, dalla quale prendo avvio in questa mia riflessione.

    Oggi sentiamo spesso parlare della necessità di una maggiore giustizia sociale, concetto che in sé può trovare una larga e vasta condivisione, ma quando si tratta di dar gambe ad un tale principio le opinioni si differenziano e distanziano fino a divergere, dal momento che c’è chi vorrebbe perequare i cosiddetti squilibri sociali, e le disparità economiche, elevando l’imposizione fiscale a carico dei ceti più abbienti, in modo da poter disporre di maggiore risorse da destinare alle classi più disagiate e bisognose, ma c’è anche chi oppone la tesi che così facendo si va verso un crescente impoverimento, il cosiddetto “pauperismo”, oltre a penalizzare ingiustamente categorie produttive che hanno il merito di aiutare il sistema, perché danno lavoro e reddito anche ad altri, e andrebbero pertanto sostenute attraverso un meccanismo inverso, ossia la cosiddetta “defiscalizzazione”.

    Io mi riconosco abbastanza nella seconda linea di pensiero, perché ritengo che, fatto salvo quel livello di solidarismo e sussidiarietà che non deve mancare in una società come la nostra, la disponibilità economica che rimane in capo ai ceti produttivi può “fruttare” non poco in termini sociali, dal momento che può tradursi innanzitutto nella tenuta della nostra rete economica-imprenditoriale, della quale abbiamo indubitabilmente bisogno, e può inoltre tradursi in nuove opportunità occupazionali, che ci sono parimenti necessarie e, se può valere un parallelo, il fatto che vi siano entità regionali “ricche” che vogliono trattenere una maggiore quota del loro gettito fiscale può sicuramente favorire i rispettivi residenti ma può dar beneficio anche a chi abita altrove, tramite l’indotto generato dalla “ricchezza” dei primi.

    Paolo B. 24.10.2017

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